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Con voce di donna

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Quale tipo di rapporto intercorre tra le donne e la Chiesa cattolica? La domanda è legittima, specialmente ora, nell’Anno della Fede. Esiste il riconoscimento del ruolo delle donne nella Chiesa e nella società già dal Concilio Vaticano II.

Giovanni XXIII nella Pacem in terris dice che “uno dei più grandi segni dei tempi moderni è la presenza delle donne nella vita pubblica”. Il Santo Padre Giovanni Paolo II ha redatto un documento significativo, Mulieris dignitatem, in cui ribadisce quanto affermato dai documenti del Concilio Vaticano II: “Viene l’ora, l’ora è venuta, in cui la vocazione della donna si svolge con pienezza, l’ora in cui la donna acquista nella società un’influenza, un irradiamento, un potere finora mai raggiunto. È per questo che, in un momento in cui l’umanità conosce una così profonda trasformazione, le donne illuminate dallo spirito evangelico possono tanto operare per aiutare l’umanità a non decadere”.

Porta chiarezza anche il parere espresso nel 2004 dalla Congregazione per la Dottrina della fede, che sottolinea il ruolo insostituibile delle donne in tutti gli aspetti della vita: dal lavoro, all’organizzazione sociale, dai posti di responsabilità, alla politica, all’economia. Tuttavia, nella Chiesa vi è ancora una forte tensione tra i princìpi e l’effettivo affidamento alle donne di ruoli di responsabilità. Benedetta Selene Zorzi, monaca benedettina e teologa, nata a Roma nel ’70, sostiene che «Certo, vi sono state donne che hanno svolto di fatto e svolgono ruoli di leadership nella Chiesa. Ma si fa ancora fatica ad avere spazi». Una conseguenza potrebbe essere l’abbandono?

Secondo le statistiche, le donne nate negli anni ’70 sono più attente ai cambiamenti della Chiesa, e nel medesimo tempo vivono una disaffezione religiosa. Sono lontane dai sacramenti e distanti dal pensiero ecclesiale sulle questioni politiche ed etiche. Non si sentono ascoltate ed accolte all’interno della Chiesa. È il fenomeno analizzato dal teologo don Armando Matteo nel suo La fuga delle quarantenni. Ma è poi così difficile il rapporto delle donne con la Chiesa?

La Chiesa non può perdere il confronto con questa generazione al femminile, perché il rischio potrebbe riguardare la trasmissione della fede alle future generazioni. Suor Eugenia Bonetti, superiora della Consolata impegnata contro la “tratta” delle donne, intervenuta il 13 febbraio 2011 a difesa della dignità della donna alla manifestazione “Se non ora quando”, con forza e coraggio sostiene: “Quando la Chiesa è profetica non ha difficoltà a farsi ascoltare”. Suor Eugenia ha parlato di cose semplici, di valori trasversali come la pace e la dignità della donna, che non può essere considerata oggetto di dominio o strumento di piacere. Ma ha anche detto che “bisogna costruire assieme, uomini e donne, nel quotidiano, una cultura del rispetto”.

Suor Eugenia ha fatto eco al Vaticano II aggiungendo: “quando la Chiesa ha scelto la strada del dialogo con la società, ha indicato l’unica strada possibile per lavorare ad un futuro di pace, armonico per tutti. Quando la Chiesa fa ciò che è chiamata ad essere, sa farsi ascoltare”.

Nel recente convegno sul tema Le donne nella chiesa in Italia, la teologa Cettina Militello, consapevole che alla donna è preclusa la ministerialità istituita, ha affermato: “… Quante donne esercitano di fatto la funzione di accolito, di lettore, di salmista, quante si fanno carico del buon ordine della comunità, raccolgono le offerte, guidano il canto, quante commentano la liturgia, quante distribuiscono l’eucaristia, la portano ai malati. Infine quante donne sono impegnate nella catechesi di preparazione ai sacramenti. Quante si fanno carico dei malati, li rendono presenti alla comunità, quante accompagnano i defunti, si fanno prossime alle famiglie, quante si fanno carico di consolazione …” In Italia il modello di Chiesa ha ancora il volto prevalentemente maschile, nonostante che le donne siano coinvolte in forme attive di competente collaborazione.

Quanto più la Chiesa saprà dare alle donne di oggi la possibilità di esprimere la propria intuitiva ed amorevole femminilità in ambiti e spazi adeguati tanto più realizzerà quell’ “umano integrale” definito da papa Benedetto XVI “lo sviluppo di tutto l’essere umano e di tutti gli esseri umani”. A breve sarà dato l’avvio ufficiale all’Anno della Fede voluto da Benedetto XVI nel 50° del Concilio Vaticano II. È possibile una “rievangelizzazione” anche al femminile nel riconoscimento reciproco, nella partecipazione e collaborazione di ambo le parti? Il mondo femminile si fa di giorno in giorno sempre più consapevole, e di questo percorso bisognerà tenere conto. Sono lontanissimi i tempi in cui Tertulliano scriveva: “Donna, tu dovresti portare sempre il lutto, essere coperta di cenci e immersa nella penitenza per riparare il peccato di aver perduto il genere umano. Donna, tu sei la porta del diavolo, sei tu che hai messo la mano sull’albero di satana e per prima hai trasgredito la legge di Dio”.

Non tutti i Padri della Chiesa, fortunatamente, la pensano così, ma questa mentalità ancora resiste. Gesù, da parte sua, ha sempre avuto un atteggiamento positivo nei confronti delle donne. Questa attenzione è confermata dal fatto che numerose donne lo seguivano. Alcune hanno anche esercitato ruoli significativi nelle loro comunità, come ci ricorda lo stesso S. Paolo. Questo aspetto è stato però disatteso e le donne sono state marginalizzate nel passaggio dal carisma alla istituzionalizzazione, che, alla fine del I° secolo, si è legata fortemente all’elemento maschile. Tornando al Vangelo, Gesù, nell’ultima cena, ha omesso le donne. Ciò è accaduto per dare un segno alla Chiesa nascente o perché in quel tempo il ruolo della donna era ancora relegato all’ambito prettamente familiare? È un punto molto delicato e controverso di tutta la questione. Noi donne siamo abituate ad avere pazienza.

Non ci resta che attendere la maturazione di una situazione ecclesiale nella quale compiti e ruoli saranno ridefiniti senza prevenzioni o ingerenze in contesti di pace reciproca e di maggiore collaborazione.

Stefania Pasquali

About Stefania Pasquali

Stefania Pasquali nativa di Montefiore dell'Aso, trascorre quasi trent'anni nel Trentino Alto Adige. Ritorna però alla sua terra d'origine fonte e ispirazione di poesia e testi letterari. Inizia a scrivere da giovanissima e molte le pubblicazioni che hanno ottenuto consenso di pubblico e di critica. Docente in pensione, dedica il proprio tempo alla vocazione che da sempre coltiva: la scrittura di testi teatrali, ricerche storiche, poesie.

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