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Io, non ancora riconciliato

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Ho sentito parlare la prima volta di Concilio Ecumenico nel ’59 a Smerillo, da Don Giovanni Del Medico (don Giovà). Alla nostra immaginazione fanciulla narrava di una grande riunione di vescovi – tutti quelli del mondo – a Roma, per discutere di grandi cose riguardanti la Chiesa. Una cosa grossa. A noi sembrava meraviglioso.

E già si pregava, a Smerillo, con la preghiera formulata da Papa Giovanni. Poi, in seminario, ancora quella preghiera, tutti i giorni alla funzione della sera, nella cappella grande, ristorata da una luce dolce e protettiva fluente dalle lampade a forma di tulipano rovesciato, o di calice, lungo le verdi colonne di marmo listellato. L’attesa dell’evento coronava le speranze e le aspettative della nostra prima adolescenza, ci sembrava che la Chiesa e il mondo dovessero rifiorire insieme al fiorire della nostra vita. Si parlava di grandi trasformazioni. Ma quali? Ma come?

Finalmente arrivò il giorno, il 12 ottobre 1962. Il giorno prima, dopo una Messa assai partecipata nella Chiesa di San Francesco – se non erro –, erano partiti per Roma i nostri due presuli: Norberto Perini, Arcivescovo, e Gaetano Michetti, Vescovo ausiliare. Risuonavano ancora nei nostri animi le parole sacre del Cardinale Giovanni Battista Montini, che appena poco più di un mese prima era stato nostro ospite in seminario. Congedandosi aveva promesso: ritornerò! Il 12 ottobre fu anche il mio primo giorno come cittadino fermano, perché proprio in quella data la mia famiglia si trasferì a Fermo, al Tirassegno. Seguimmo alla televisione la maestosa cerimonia, e l’attenzione fu degna della circostanza. E a sera, il famoso discorso del Papa detto “della luna”. Qualche anno dopo Mons. Loris Capovilla ci raccontò dettagli inediti della giornata papale.

Tutti i venerdì, durante le sessioni, la RAI trasmetteva il resoconto settimanale dei lavori conciliari, e noi non perdevamo un appuntamento. Nell’ambiente di alta teologia ed ecclesialità in cui vivevamo si respirava il Concilio da ogni discorso, da ogni progetto. Eravamo curiosi delle novità promesse, soprattutto in campo liturgico. Quando si inserì gradualmente l’italiano nella Messa ne fummo catturati, ci sembrava che stessero emergendo nuovi germogli sui rami antichi del cristianesimo.

Adesso non sono più sicuro che l’abbandono del latino sia stato un guadagno. Il latino consente di esprimersi con una perspicuitas e una precisione polisemica ineguagliabili. A me pare che sia proprio questa musicalità polisemica dell’espressione precisa – concetti che, in sé, sono quasi contraddittori – che la rende la “lingua di Dio”, unica nella capacità di “sopportare”, senza cedere, la sua Parola. Ne sa qualcosa l’attuale disputatio sul “pro multis”: per “i molti” (cioè per tutti) o per “molti” (cioè per alcuni, anche se tanti), Cristo ha dato il suo sangue? Il greco ha l’articolo, ma nel testo esso manca; il latino l’articolo non ce l’ha proprio; così quell’espressione, nella logica geniale di Dio, può significare ambedue le interpretazioni sovrapposte, come due stati di un’onda quantica in fisica, o due o più strati significanti nell’arte e nella poesia.

Gli anni passarono, e gli entusiasmi conciliari crebbero. Il Cardinale Montini era diventato Papa Paolo VI, e fu lui a chiudere il Concilio nel 1965. Noi si leggeva, senza capirli del tutto, i documenti conciliari, via via decifrati da docenti di teologia e di filosofia. Chi non si sentiva all’altezza del sacerdozio poteva sperare di vivere da protagonista nella comunità ecclesiale, tanti erano gli entusiasmi proiettati sull’impegno futuribile dei laici. Stimolante e rassicurante la sensazione di un’innovata disponibilità all’ascolto della “rinnovellata” Parola da parte del mondo. “Chiesa e mondo contemporaneo” sembravano davvero voler cooperare per il bene dell’uomo. Poi è andata come è andata.

La positio mundi in maligno non si è ridimensionata. A quanto appare, si è anzi inflazionata. E quel male che prima era esploso come male totale e immotivato nel luogo anche simbolico della shoah, e che si era preso gioco dei valori e delle presunzioni delle democrazie occidentali nell’uso – anche simbolico – della bomba atomica; quel male che aveva falsificato gli ideali di quei sistemi che in nome dell’uguaglianza denegavano la libertà e allestivano i gulag; quel male, nei decenni successivi, è dilagato con insistente prepotenza e straripante capillarità, congelando, disgregando e assassinando le coscienze come mai si era verificato nella storia.

Il mondo non si è convertito; si è, anzi, pervertito. L’ipotesi di un’alleanza feconda del mondano con l’Ecclesia Christi si è tradotta, salvo eccezioni, in una più agile prevalenza delle mondane sfrenate pulsioni: messe all’angolo le virtù, la verità, l’accoglienza, la carità, la fedeltà, hanno prosperato – nel quanto e nel quale, nei singoli e nelle società nel loro insieme – i vizi. Falsità, violenze, divisioni, speculazioni, sopraffazioni. Le infedeltà, e non solo coniugali. La sregolatezza, la fatuità, l’irresponsabilità, la superficialità, il consumismo L’edonismo (sesso, dipendenze, ludismo), il denaro, il potere sono stati proclamati, anche a voce, i soli coordinatori dell’esistenza. In tale scenodramma degradato e corrotto che cosa può e deve fare una Chiesa con la memoria di un Concilio la cui luce, secondo gli ottimisti, è nel pieno del fulgore, mentre, secondo i pessimisti, non si è mai accesa o si va affievolendo?

Il mondo disperso e rinselvatichito ha bisogno di una grande evangelizzazione, perché, nonostante tutto, le nostalgie del cuore umano non cambiano. V’è necessità di una grande riconciliazione: con se stessi, con l’esistenza, con Dio. E che avvenga, tutto questo, all’interno di una fede anche problematica, di una morale anche incerta, di un’adesione anche incostante. La canna fessa e il lucignolo fumigante non devono essere soppressi. La Chiesa, in qualche modo delusa, essa stessa insidiata dalla corruzione, aggredita e spinta da movimenti di cambiamento potenzialmente devastanti, ha cercato di raccogliere le forze e riorganizzare le truppe. Non si è certo arroccata, ma ha troppo ripiegato su una concezione di fede luminosa che mai ha veramente integrato la dubitosità del cuore umano; e su una teoresi teologica, esegetica e morale molto autoreferenziale e assai poco interattiva. Qui voglio essere franco: sarà per la sapienza – stavo per dire l’astuzia – provvidenziale di Dio, ma riconoscersi credenti non è poi così facile e scontato.

Occorre prender atto che tutta la vicenda cristiana, nella sua profondità, non certo nella sua storia cronologica, insomma nel suo sconcertante messaggio di salvezza, appena appena vista dall’esterno, cioè dagli occhi di chi (ancora) non crede, ha le fattezze di una potenziale perfetta verità, ma anche le sembianze di una potenziale perfetta illusione. La proposta della Chiesa evangelizzatrice, dunque, è arditamente ricca, ma anche profondamente “povera”, nonostante il restauro conciliare. Forse perché è povera la condizione del destinatario, e tale povertà va rispettata. È una mia idea, e certo sbagliata, ma credo che l’enorme dispendio di energie teologiche e pastorali, finalizzate a istruire la proclamazione di una verità massimamente attendibile e desiderabile, e magari non negoziabile, non riesca a far breccia nella rinuncia, teorizzata e praticata, motivata o interessata, che l’uomo di oggi oppone all’idea stessa di verità. I credenti sono attesi da un compito molto più che teorizzante, anche se dialogante. Senza impastoiarsi in formulazioni teologiche o in burocrazie pastorali includenti o escludenti, talora immotivatamente o ad libitum, sono convocati a mostrare (e non dimostrare) che l’esistenza può essere compresa e vissuta in altro modo e diversamente.

Gli uomini e le donne del nostro tempo – e lo dico da un punto di osservazione privilegiato – non usciranno dal loro relativismo insoddisfatto e sfiduciato, e dalle sabbie mobili di una vita senza appigli, per intraprendere un percorso di rigorosa dottrina e di rigida prassi. Ne usciranno se attratti da una possibile grande riconciliazione: come si diceva, con se stessi, con Dio e con l’esistenza. Avverrà se percepiranno la comunità dei credenti non come un’aggregazione di indottrinati e indottrinanti, e magari poco coerenti, ma come un tessuto vivente di riconcilianti perché riconciliati. La riconciliazione è, da ultimo, il cimentarsi, almeno, con il tentativo di rendere testimonianza, se non lucente, almeno trasparente e diafana, al Risorto stesso. Altrimenti, nonostante le lodevolissime cattedre dei non credenti, o gli encomiabili cortili dei gentili, i cosiddetti laici, ostili o benevolmente tolleranti, quand’anche arrendevoli sullo scandalo del male o sull’ipotesi della creazione, quand’anche indulgenti verso le theologicae disputationes, si mostreranno, tuttavia, intransigenti riguardo alla domanda fondamentale: ma dimmi, tu che dici di testimoniare il Risorto, perché pensi, parli e agisci da morto? Che sia proprio la carenza di questo spirito di vera ri-conciliazione l’anello che ancora manca alla realizzazione compiuta del Concilio?

Giovanni Zamponi

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