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Insegnare religione cattolica: spazi di cultura religiosa

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La scuola italiana sta cercando di adattarsi alla nuova ondata di tagli e rimescolamenti, che ultimamente subisce con molta frequenza. Essere precario e insegnare religione è, forse, una delle condizioni apparentemente più scomode e difficili. Abbiamo raccolto la testimonianza di quattro insegnanti: Fiorenza Torresetti, che insegna alla scuola d’infanzia di Montecosaro, Sara Pioli ed Elisa Pisauri, rispettivamente in servizio alle elementari di Montecosaro e Monte San Giusto, Marco Iommi delle medie di Loro Piceno.

Che difficoltà si incontrano oggi ad insegnare religione?

“Nessuna in particolare” rispondono Elisa e Marco. Quest’ultimo nota solo quelle comuni agli altri colleghi e relative alla scarsa attitudine alla concentrazione e all’impegno degli studenti di oggi, e al crescente disamore della società per la cultura. “Le difficoltà più grandi – dice invece Sara – sono legate agli stranieri che non si avvalgono dell’insegnamento della religione. Gli insegnanti devono trovare delle attività alternative”. Fiorenza, a sua volta, nota i pregiudizi delle famiglie che non praticano la religione, anche se l’insegnamento è una cosa e la pratica un’altra.

Gli alunni sono interessati alla materia?

Tutti e quattro rispondono di sì. Fiorenza: “Fanno anche domande sulla vita e la morte, chiedono perché i bambini muoiono di fame”. Sara: “È facile trovare attenzione perché è una materia tranquilla”. Elisa: “A Monte San Giusto c’è molta disponibilità dei bambini e dei genitori che credono in certi valori. Frequentano l’ora di religione anche indiani, albanesi e qualche cinese”. Marco: “L’interesse non ha subito modificazioni rispetto al passato. Certo, occorre una proposta ricca e motivata, per la quale è necessario un aggiornamento continuo”.

Vi sentite insegnanti di una materia minore?

“No assolutamente” è la risposta secca di tutti. “Forse ci considerano così alcuni genitori” aggiunge Elisa. “Nessuna legge prevede che le singole materie siano poste su una scala gerarchica” precisa Marco. Il rapporto con i colleghi com’è? “Nei primi tempi preferivano fare religione loro che già c’erano, ma poi si è creato un clima di apprezzamento e collaborazione” racconta Sara. Elisa si è trovata più o meno nella stessa situazione: “Se c’è continuità lavorativa c’è riconoscimento anche dai colleghi che erano scettici”. “Rapporto generalmente buono, le rare e poco significative occasioni contrarie dipendono da peculiarità caratteriali e da fatti contingenti, ma non dalla materia insegnata” sostiene Marco.

La riforma Gelmini ha giovato o è stata un male per l’insegnamento della religione?

Marco risponde: “Come su ogni riforma che sottrae fondi e disimpegna persone non si può non dare un giudizio negativo”. Sara è sincera: “È stata un male. Più problemi di gestione e di orari, e per garantire l’ora alternativa agli stranieri o agli italiani non avvalentisi”. Secondo Fiorenza, invece, non è cambiato niente riguardo alla scuola d’infanzia. Anche Elisa non ha riscontrato tante differenze.

Voi siete insegnanti precari o a tempo determinato: che ne pensate del concorsone in arrivo?

Fiorenza risponde: “Spero che sia una opportunità vera, visto che sono laureata in lingue e ho insegnato molto poco questa materia. Sono comunque fiduciosa e sarebbe opportuno dare spazio ai giovani, visto che gli studenti di oggi hanno problematiche diverse da quelli di ieri e il vecchio insegnante ha più difficoltà”. “O Dio, mamma mia! – esclama Elisa –. Non è così vantaggioso, discrimina tantissimo. La preselezione taglia fuori, è un tornare indietro”. Sara la pensa allo stesso modo e aggiunge: “Dovrebbe riguardare gli insegnanti di posto comune”. Marco la vede così: “Sarà costoso e genererà notevoli ingiustizie. Di certo non premierà in alcun modo i reali meriti”.

Queste le storie e i pensieri di Fiorenza, Sara, Elisa e Marco. Dalle loro confidenze si capisce che l’insegnamento della religione ha ancora una utilità per gli studenti e le famiglie. •

Sonia Appignanesi

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