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Credere di credere

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“Quando ci si affanna a cercare apposta l’occasione pur di infilare la fede nei discorsi, si mostra d’averne poca, di pensare che la fede sia qualcosa di artificiale aggiunto alla vita e non invece un modo di vivere e di pensare” (Da Lettere di don Lorenzo Milani priore di Barbiana). Dare una definizione teorica o teologica della fede è cosa da teologi e da filosofi, importante invece è tradurla e viverla nelle opere e nella vita di tutti i giorni, accettando anche le sconfitte. Ognuno vive la propria croce, in famiglia, sul lavoro.

L’inverno del cuore e dei sentimenti è una esperienza umana comune a tutti. Forse a volte è salutare che si manifesti sotto forme diverse anche per ritornare con maggiore entusiasmo alla primavera dello spirito. La preghiera, la riflessione, il silenzio servono per recuperare un equilibrio interiore. C’è poi la testimonianza di quelli che si spendono e fino all’ultimo respiro per mettere in pratica in famiglia, a scuola, nell’associazionismo parrocchiale e non, Caritas, Unitalsi, Avulss, atteggiamenti ispirati alla vicinanza con chi soffre o si trova nel bisogno.

Sono le sentinelle alle quali in tanti chiediamo, finché sono in vita, a che punto è la notte. Quando vengono a mancare, tocca a chi è stato vicino a loro raccogliere il testimone e sostituirli. In queste settimane di riflessioni sul ruolo del laicato cattolico proposte dalla Vicaria di Civitanova Marche e Potenza Picena, nella rilettura della Costituzione Dogmatica Gaudium et Spes, non si può non riandare con la memoria a quanti non ci sono più ma il loro ricordo è uno sprone per fare sempre bene. La vita è un dono non una iattura. “Nella sera della vita, saremo giudicati sull’amore”. Ricordo che un amico, oggi sacerdote del fermano, aveva riportato questa frase di San Giovanni della Croce nel ricordino della sua ordinazione presbiteriale. Possa essere così per tutti. Amare vuol dire donarsi all’altro senza avere nulla in cambio. Riproporre poi la lettura di alcuni libri, che ho tra quelli a me più cari e che conservo con gelosia nella mia piccola biblioteca, non è affatto una cosa strana e “fuori uso”, riprendendo la giusta provocazione di Francesco Monti nell’ultimo numero de La Voce delle Marche.

Mi riferisco ai libri di Carlo Carretto: Ciò che conta è amare, Lettere dal deserto, Ho cercato e ho trovato Dio nel deserto, Io, Francesco. Ricordo che andai due volte da Fratel Carlo, a Spello, l’una alla fine dell’estate 1970 in compagnia di don Vincenzo Antinori, l’altra al secondo anno d’Università, in compagnia di un amico. Forse, aiutandoci anche con queste letture, potremo superare quell’atteggiamento in base al quale riteniamo che importante è fare tante cose o peggio rivestirsi di una fede non adulta che vacilla alle prime difficoltà che la vita ci pone davanti. “Non chi dice, Signore, Signore entrerà nel regno dei cieli, ma chi fa la volontà del Padre Mio che è nei cieli”. Non si appartiene al Signore né si entra nel suo Regno, se ci si limita ad un culto esteriore. “Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la Legge e i Profeti”.

È la legge dell’amore del prossimo, che va assolutamente e sempre osservata se non si vuole essere operatori di iniquità, termine che traduce la parola greca anomia, senza legge. Rimane sempre forte l’invito rivolto al laicato cattolico nel documento conciliare Apostolicam Actuositatem: “Affinché tale esercizio di carità possa essere al di sopra di ogni critica e appaia come tale, si consideri nel prossimo l’immagine di Dio secondo cui è stato creato, e Cristo Signore, al quale veramente è donato quanto si dà al bisognoso; si abbia estremamente riguardo della libertà e della dignità della persona che riceve l’aiuto; la purità di intenzione non macchiata da ricerca alcuna della propria utilità o desiderio di dominio; siano anzitutto adempiuti gli obblighi di giustizia, perché non avvenga che offra come dono di carità ciò che è già dovuto a titolo di giustizia; si eliminino non soltanto gli effetti ma anche le cause dei mali; l’aiuto sia regolato in modo che coloro i quali lo ricevono vengano, a poco a poco, liberati dalla dipendenza altrui e diventino sufficienti a se stessi”. Il termine actuositatem deriva dal verbo latino ago che vuol dire fare, essere attivo.

Attivo è colui che si dà da fare, esattamente l’opposto di colui che se ne sta con le mani in mano, che non fa niente, nihil agens, che basta a se stesso e vive in un muto e solitario solipsismo. Il cristiano deve essere e sentirsi attivo, ma deve anche saper coniugare questa sua attività con la parola apostolica, termine che vuol dire inviato a predicare il vangelo, come i dodici apostoli. •

Raimondo Giustozzi

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