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Esegesi della Salve Regina

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La Salve Regina è una delle quattro antifone maggiori della liturgia cristiana, è un cantico processionale, usata dai cistercensi come antifona al Magnificat e al Benedictus chiamata Antiphona gloriosa. Essa nacque nell’Alto Medioevo ed ebbe un posto rilevante nella pietà popolare occidentale dal XII al XVIII secolo, particolarmente legata al ricordo dell’Assunzione di Maria.

Qualcuno l’ha fatta risalire agli stessi apostoli, ma, più probabilmente, fu composta da Ademaro di Monteuil vescovo di Puy en Velay (1198); altri la attribuiscono a Ermanno lo storpio, un monaco disabile vissuto nel monastero di Reichenau, sul lago di Costanza, autore anche dell’Alma Redemptoris Mater, ma la candidatura si estende sino a Gregorio VII e S. Bernardo di Chiaravalle, quest’ultimo considerato autore del verso finale. Intorno al 1135, era cantata a Cluny durante la processione dell’Assunta, così come i domenicani di Bologna la cantavano tutti i giorni dopo compieta, usanza che fu diffusa in Francia dai cistercensi, certosini, domenicani, francescani e carmelitani, con una liturgia solenne il sabato sera.

Il Liber Usualis ci offre due tipi di melodie: una più melismatica (I modo), l’altra dal tono più semplice (V modo) che è quello usato nelle nostre chiese. Molti compositori come Vivaldi, Schubert, Liszt si cimentarono nel musicarlo di nuovo; altri le dedicarono trattati, come S. Bernardo, S. Pietro Canisio e S. Alfonso Maria dei Liguori. La Salve Regina è una intercessione rivolta al “tu” di Maria da un” noi” degli oranti in una situazione di esilio, perché Ella mostri il Figlio Gesù. Il vertice, dunque, resta cristologico nell’architettura del carme. L’imperativo Salve, va oltre il saluto ed una benedizione fisica, ma rinvia alla salvezza che Maria ha operato e continua ad elargire, oltre al fatto che è la prima “salvata”. L’originalità sta nel titolo di “regina”, che richiama l’ Inno di Giovanni il Geometra Khaire moi ho basìleia (X secolo) e Dante ne fa risaltare la dolcezza nella “valletta amena” (Purg. VII,82).

Esso rispecchia scene rintracciabili nei mosaici delle absidi o nei timpani delle cattedrali dei XII-XIII s., che presentano Maria, appena assunta in cielo, inginocchiata al cospetto della Trinità, mentre il Padre e il Figlio la incoronano regina, oppure Maria assisa accanto al Figlio che porta la corona e la incorona. Il trono di gloria resta del Figlio, al cui fianco Ella regna come sposa vicino allo sposo; si ricordi che le antiche icone ameranno raffigurare questo trono trionfale come il celeste thalamum (il letto nuziale celeste). Stando ai manoscritti, la qualifica “madre” sembra posteriore, ma alla fine si impose in endiadi con “regina”. La caratteristica della sua regalità è la “misericordia”, perché esprime l’estrema bontà di Maria; ritorna nei suoi “occhi misericordiosi” e si riannoda al “clemente e dolce/tenera” finali. Maria viene chiamata “nostra speranza” e originariamente “dolcezza di vita” (vitae dulcedo), che in seguito si biforcò in due apposizioni, vale a dire “vita” e “dolcezza., trasferendo a lei due attributi esclusivi di Gesù (cfr. Gv 1,4; 1 Pt 2,3). È per questo che gli oranti non perdono mai la fiducia, perché presso suo Figlio essa perora le nostre istanze, come appare nell’iconografia occidentale e bizantina, in particolare nella Desis, o icona dell’Intercessione.

Il momento cruciale di questa intervento di avvocata nostra (un ruolo che spetta al Paraclito nel IV Vangelo) sarà il giorno del giudizio finale. Alcune icone in Occidente sono davvero commoventi nel mostrare Maria liberare delicatamente un seno per presentarlo al Figlio, rivendicando così il diritto di fare appello a lui, come “Figlio benedetto delle sue viscere”. La situazione e l’orizzonte degli oranti sono riassunte nel termine “esilio” che rivendica la storia della salvezza biblica (l’esodo dall’Egitto e l’esodo da Babilonia). Il cristiano è un emigrato, un semplice homo viator in questo mondo ed ha bisogno di sostegno in una terra che non gli appartiene. Un tempo, Dio gli aveva preparato l’Eden, ma per la sua trasgressione l’essere umano ne è stato cacciato ed adesso nutre una nostalgia inestinguibile, che però lo espone a miraggi e disorientamenti. La condizione umana risulta espressa dal “figli di Eva”; se si omette il nome Adamo, è per tracciare un parallelo tra Eva e Maria, dove la miseria della prima, l‘esilio degli esseri umani sono colmati dalla grazia ottenuta per l’obbedienza della seconda, che ci apre la patria definitiva. In questa attesa, noi portiamo tutte le ferite e le conseguenze della caduta, prima della rivelazione piena dell’Amore ancora nascosto, e lo esprimiamo nel “sospiro”, nel “gemito” e nel “pianto”, termini che ci riconducono ad una tipica fraseologia biblica di richiesta di liberazione, come gli Israeliti nell’esilio in Egitto (cfr. Es 2,23- 25), qui sulla terra, ma soprattutto nel momento del Giudizio Ultimo. Il mondo, definito “una valle di lacrime”, rinvia al Sal 83,7 e non significa che sia cambiato come meraviglia del Creatore, bensì che l’uomo deve convertirsi e cambiare lo sguardo sulle bellezze create. L’uomo è cieco di nascita, sordo alla Parola di Dio ed ha bisogno di una guarigione e di un ascolto, del recupero della coscienza di qualcuno che lo ama per pura gratuità.

Egli non può credere, come asseriva Isacco il Siro, che Dio ama sia il peccatore come il giusto, ed interviene più volentieri nei confronti dei primi. Nella versione solenne, il gementes et flentes si abbassa repentinamente sino ad un livello inusitato per il primo modo dorico in cui fu composta, esempio di musica figurativa della tristezza e dell’accasciamento in cui versa la misera condizione umana. Il Salve Regina integra così il gemito della creazione in attesa delle doglie del parto di cui parla Paolo (Rm 8,22-23), verso cui la conduce lo Spirito Santo. Anzi, il gemito degli oranti si accorda con quelli dello Spirito che non cessa di pregare e di intercedere (Rm 8,26). Il tema del gemito è stato segnatamente sviluppato dai Padri della chiesa siriaca, che vi vedono il prolungamento del canto di dolore intonato da Adamo dianzi alle porte del Paradiso, appena ne fu cacciato, ed è stato ripreso da S. Silvano del Monte Athos con la sua ardente nostalgia del paradiso perduto, che echeggia sentimenti riflessi nel Salve Regina: “Nulla può consolare la mia anima – scriveva Silvano – ma essa desidera vedere di nuovo il Signore ed essere colmata da Lui.

Io non posso dimenticarlo un solo istante e la mia anima langue presso di Lui…”. Silvano era stato colmato di una particolare consolazione pari a quella di Adamo ed Eva nell’innocenza delle origini. Anche se la maggioranza dei credenti non ha goduto di un’esperienza così appagante, ognuno ne conserva una qualche eco, una nostalgia che soddisfazioni terrestri non potranno mai estinguere o colmare. La novità del Salve Regina è che questa nostalgia si sfoga dinanzi a Maria, non dinanzi a suo Figlio o al Padre. Questo perché Maria è più che avvocata, ma è ostensorio di Gesù, o, come viene raffigurata nelle icone bizantine, con la mano destra che indica il Figlio seduto sulle ginocchia, è l’Hodigitria, Colei che ci insegna la via, ossia Gesù stesso che si è autodefinito la Via, senza il Quale non si giunge al Padre. Un’altra variante del testo aggiunge post hoc exsilium ostende benignum mostraci Gesù benigno dopo questo esilio”. Balza agli occhi l’allusione al giudizio finale, dove Maria viene supplicata di farsi garante con la sua tenerezza materna della misericordia del Figlio. Canto profondamente escatologico di rimpianto e di speranza, interamente teso verso la salvezza futura, la Salve Regina sembra predestinata a suggellare liturgicamente le nostre giornate nel migrare del tempo, nell’attesa di Colui che viene. •

Antonio Nepi

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