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La notte della fede

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L’attesa. Attendere, aspettare. In una stanza spoglia, seduti. L’insistenza delle piogge nega il sole da giorni. Sta calando la notte. La luce, eccessiva e inadeguata, di un neon fibrillante dà una strana intermittenza. La sedia è scomoda, i pochi giornali messi lì sono vecchi di mesi, di anni. Siamo soli in attesa dell’incontro.

Non credo che sia importante, per chi aspetta, conoscere chi lo incontrerà. Nella liturgia dell’attesa non si sa bene chi si dovrà vedere. Né si sa cosa ci dirà. Si aspetta una risposta. L’attesa, che ora sta per raggiungere il culmine, è già matura da tempo. Da quando qualcuno ci ha consigliato di recarci lì, per avere una indicazione, per una soluzione. L’attesa, dunque, è già cominciata fuori da quella sala d’aspetto. Si sta avvicinando il momento del quale, qualche tempo prima, non sapevamo né il giorno né l’ora. E non siamo preparati. La fede dovrebbe essere il dono di Dio per la notte, per quella lunga trafila di momenti ricolmi di pensieri nei quali ci perdiamo, quando le redini dei nostri progetti non rispondono alle nostre sollecitazioni. La fede, dunque, richiede la notte, la presuppone. La fede non ha altro luogo fuori della notte. La fede, forse, è proprio quel muoversi partendo dalla visione, per inoltrarci nella valle oscura. La valle ormai senza più luce. La fede non è sentire – noi prevalentemente non abbiamo percezioni sensoriali di Dio – ma volere.

Penso che la si ritrovi più nella Madre Teresa dei giorni del deserto interiore che in quella dei colloqui con il Cristo. La fede nella notte è dunque un atto, non un sentimento. È rimanere aggrappati anche se non capiamo più bene a chi, è qualcosa di molto simile all’insistenza, all’essere inopportuni, al provare, al cadere e rialzarsi ripetutamente, al fare bene il bene senza un interesse preciso, al cercare di avere udienza dal notabile, tormentandone la servitù. Al chiedere a tempo debito e a tempo indebito. È un fidarsi non nel senso umano del confidare per qualche ragione concreta, ma, sperimentato che fuori casa non ci spettano neanche le carrube per i porci, è il rientrare a casa da Lui, in cerca di un salario da servo.

Ecco, la fede è il tornare. È l’insistere ogni mattina nel rivolgere la nostra preghiera ad un Signore che si è fatto silenzio. La fede è osservarlo nella notte, in un’Ostia esposta, in attesa che anche Lui ci guardi. La fede è invocare lo Spirito prima di fare, prima di decidere, e fare sperando che, nella nostra azione, Lui intervenga per correggere la rotta (in fondo Lui drizza ciò che è sviato). E la fede suprema, che largamente ci supera esorbitando le nostre forze, è gridare perché ci hai abbandonato?, credendo di non poter credere più. La fede dipenderà anche in parte da noi, dalla nostra ostinazione, dal nostro lanciare il guanto di sfida a Lui, che si nasconde, che, come l’Uomo dei talenti, se ne va in un paese lontano. Ma ha compimento solo se è riempita da Lui, se al nostro gridare il bisogno corrisponde, in modi sempre misteriosi, inattesi e imprevedibili, una sua risposta. Che non è ancora la visione, ma quel poco pane che, a noi stremati, dà la forza di salire fino alla grotta dell’Oreb. La fede è sopportare la luce fastidiosa della sala d’attesa, i muri spogli e una porta che rimane ancora chiusa. Attendendo che Qualcuno apra. •

Marco Caldarelli

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