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L’emozione dell’amore

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“Nessuno viene al mondo per sua scelta, non è questione di buona volontà. Non per meriti si nasce e non per colpa, non è un peccato che poi si sconterà… La vita è un dono legato ad un respiro, dovrebbe ringraziare chi si sente vivo. È un dono che si deve accettare, condividere poi restituire…” Siamo l’immenso ma pure il suo contrario, il vizio assurdo e l’ideale più sublime… Ogni emozione, ogni cosa è grazie, l’amore sempre diverso che in tutto l’universo spazia e dopo un viaggio che sembra senza senso arriva fino a noi…”

Frasi ritagliate da una canzone di Renato Zero. Frasi sparse che indicano il mistero insondabile e non programmabile che è la vita, frasi che ci fanno toccare con mano la grandezza e la piccolezza umana, l’emozione dell’amore. Il valore più alto e prezioso dell’esistenza, paradossalmente, è un dono. Frutto della gratuità più libera, dovrebbe essere semplicemente accolto e quando si decide di farlo dovremmo rinunciare a sindacare su ciò che viene offerto, dovremmo accogliere con umiltà di essere parte di un grande e immenso miracolo.

Quante vite, invece, sono offese, scaraventate nel mondo e lasciate sole, calpestate nella loro dignità, che non sembrano frutto dell’amore ma dell’egoismo o forse della non responsabilità; più che una benedizione risultano una maledizione. Recuperare il valore immenso di ogni vita diviene il segno tangibile dell’essere cristiano. Esso è chiamato a divenire “porta di speranza”. È chiamato a ridare coraggio e forza a chi ormai non spera più. Affiancando, sostenendo, accompagnando dà la possibilità a Dio di immergersi in tanti drammi, di entrare nell’esistenza di tante vite “spezzate”. Dobbiamo riconoscere che siamo solo strumenti, questo non può avvilirci, ma dovrebbe gratificarci, poiché siamo strumenti importanti, innalzati ad essere un tramite indispensabile, attraverso il quale la vita si esprime, ci parla, ci guida, ci illumina.

La speranza, parafrasando Don Primo Mazzolari, sa vedere la spiga, sa andare oltre il “seme che muore”, sa alzare gli occhi. La speranza, che sembra la più piccola delle virtù teologali, una bambina di fronte alle due giganti della fede e della carità, è quella capace, invece, di sostenerle ambedue, di sorreggerle senza mai cedere. Accettare la vita nella sua fragilità e provvisorietà, riconoscerla come tale, quando invecchia, soffre, evidenzia rughe e stanchezza. La vita mostra tutta la sua precarietà, l’insondabilità, la non programmazione, ma è questa precarietà che la rende preziosa. La vita è troppo importante per essere abbandonata a se stessa, troppo preziosa per non essere custodita. Ogni esistenza porta con sé un valore altissimo, perchè è espressione di una storia unica e irripetibile. Ogni vita è simile a un’opera d’arte. Frutto ed espressione dell’artista è carica d’interiorità, di sentimento e di passione.

In chi la guarda suscita emozioni forti ed intense. Però, pur nella sua bellezza, anche l’opera d’arte ha il suo limite, ha anch’essa dei difetti, come afferma il protagonista di un romanzo di Bernhard Antichi maestri: “Finora in ciascuno di questi quadri, in ciascuno di questi capolavori, ho scovato e portato alla luce un errore palese… Questo mi tranquillizza… Solo dopo aver constatato ripetutamente che il tutto e il perfetto non esistono, solo allora ci è dato di continuare a vivere”. La preziosità e la precarietà della vita umana, dunque, connotano l’esperienza di ogni persona. Due sponde necessarie, due realtà irrinunciabili. La vita, infine, si presenta come il più grande mistero di tutto il nostro procedere. Non la afferriamo, non riusciamo a comprenderla fino in fondo, il nostro parlare rimane sulla soglia della vita stessa, forse dovremmo tacere, attraversarla nella sua complessità senza la pretesa di afferrarla o di possederla. Recuperare il valore della vita come mistero non significa rassegnarsi a non capire, non è affidarsi a Qualcuno che dovrebbe sanare ferite e gravi malattie, è invece accettare la propria realtà di creatura, ammettersi “piccoli” e “limitati”. •

Luca Tosoni

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