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P.S.Giorgio ispira i poeti

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“Le città di mare sono punti d’incontro di molte avventure / sono fatte appunto per far capire che la storia più bella deve ancora venire”, così canta una intensa canzone di E. Bennato. Ed ogni città di mare ha i suoi poeti. È il caso anche di Porto San Giorgio. Vi soggiornò nel 1882, appena diciannovenne, Gabriele d’Annunzio, in compagnia del letterato anconetano Adolfo de Bosis, dopo aver attraccato il loro panfilo per godere del fresco “adriaco mare”, cantato dal poeta abruzzese come l’ “amarissimo”, “selvaggio” dal color verde “come i pascoli dei monti”, in liriche come Settembre e Ad una torpediniera nell’Adriatico. Il futuro vate fu accolto con calore dai sangiorgesi che lo definirono “animatore della passione del Mare Nostrum” e il suo canto si congratulò con i Canottieri del Mare.

Un anno dopo, il 28 luglio del 1883, il poeta-soldato ritornò, questa volta in treno, a Porto S. Giorgio per trascorrervi la sua luna di miele con la duchessa Marie Hardouin, impalmata contro la volontà del padre di lei. I giornali e la gente ricordarono a lungo l’eleganza della giovane coppia discesa dal treno, lui vestito di bianco con cappello di paglia, lei, bionda in abito nocciola. Furono subito accolti con ogni premura dal gotha balneare e cittadino, come il marchese Trevisani ed Alfredo Fiori, e presero dimora per circa due mesi in via Garibaldi, 17.

Il 5 agosto assistettero alla regata dei Canottieri Piceni (di cui esistono ancora i biglietti riservati). Da questo soggiorno esteso a varie località del Fermano d’Annunzio trasse ispirazione per la Signora dei Sogni e coltivò amicizie con altri letterati, come ad esempio Adolfo De Carolis (che su suo consiglio cambiò il suo cognome in de Karolis), autore di magnifiche xilografie che decorano opere dannunziane; oppure il munifico conte Ernesto Garulli di Monterubbiano che aiutò il vate in momenti di povertà. Per concludere, una curiosità: a Pescara, nella camera di d’Annunzio campeggia un quadro della Madonna del Pianto, il cui simulacro è veneratissimo dai fermani nell’omonimo santuario.

Più complesso è il rapporto che lega il mare di Porto San Giorgio al poeta umbro-laziale Sandro Penna (1906-1977). Penna, insieme ad Attilio Bertolucci e Giorgio Caproni fu esponente di quella linea antinovecentesca o – come la definì Pasolini – di quella “sabiana” negli anni ’30, in pieno rigoglio ermetico, mettendo al centro della propria poetica il rapporto con la tradizione, e la descrittività della realtà, con le sue torride estati i cieli cangianti, ma soprattutto il mare, agognato tutto l’anno sul suo tavolo di contabile, e che gli mancava nella sua Umbria dove era nato a Perugia: “e poi sogno di essere in un mare lontano/tutto fresco di scintille/l’aria azzurra dolce a respirare./ E mi prendono i sogni a mille e a mille”.

Ogni volta che nella sua raccolta Un po’ di febbre affiora l’immagine del mare, il riferimento è sempre il mare della riviera sangiorgese, che ha scandito con le sue onde, la sua adolescenza sofferta e tumultuosa, poi della giovinezza e della maturità, coincidendo con la figura ricorrente dei “ragazzi”, sogno di amori impossibili e proibiti per la mentalità dell’epoca, soprattutto in provincia. A Porto San Giorgio avevano trovato rifugio la madre e la sorella Elda, per cui il mare non era solo luogo di vacanze, ma luogo dell’anima, dove poter riavvicinare la madre amata, come naufrago che torna al proprio porto.

Proprio tra i vicoli, le piazzette e l’arenile, Penna aveva avuto l’occasione di intessere e nutrire la sua amicizia con Acruto Vitali (1903-1990), giovane ingegno del luogo, che oltre a fargli conoscere Rimbaud, Proust, Gide, fu custode fedele del mondo interiore del poeta e concorse a rinsaldare il suo legame con Porto San Giorgio. Quel mare intenso, che Penna dipingeva “tutto fuori e fresco di colore”, avrebbe sempre lenito i suoi ricordi strazianti e gli amori non corrisposti. Per concludere, un’altra curiosità: pochi sanno che un verso di Sandro Penna “Ma il fanciullo che avanti a te cammina” è stato citato senza attribuzione esplicita da Roberto Vecchioni nella sua canzone Blu(e) Notte, nell’album Samarcanda: già, perché il mare, come i ragazzi, sono l’imprevedibilità del vivere e le città di mare registrano” i rumori di fondo” delle nostre speranze.•

Antonio Nepi

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