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Politica: persone, idee, azioni

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Oltre alla pubblicazione sul social network delle foto del proprio (o altrui) fidanzato che si tuffa dal moscone, oltre all’acquisto del telefonino (smart soprattutto per chi lo vende) da mille euro perché può essere usato, con una speciale applicazione, come tamburo, un’altra moda ha conquistato il cuore degli italiani. Quella di ritenere i politici in genere la più grave disgrazia che affligge il nostro martoriato paese. Anzi, di ritenere la politica in sé un’attività paragonabile, sul piano morale, alla tratta degli schiavi o al contrabbando di rifiuti tossici.

Questo per la ragione, acquisita quasi come verità di fede, che tutti i politici sono molto ricchi, tutti i politici rubano, tutti i politici vivono come parassiti sul groppone del povero popolo lavoratore. Quindi? Quindi è buon esercizio quotidiano quello di ripetere il mantra: “Tanto sono tutti uguali, tutti si approfittano, sono sempre i soliti impuniti”. Non che chi la pensa così non abbia le sue buone ragioni, basti scorrere i titoli dell’ultimo semestre su appalti, ostriche, SUV, trans e coca che, con equanime trasversalità, hanno coinvolto personaggi di tutto lo schieramento politico. Senza avere ambizione sociologica, nostro compito potrebbe essere quello di cercare di evidenziare, su questo giornale per il quale la Buona Notizia è ragione stessa di esistenza, che forse qualcosa sta cambiando e che, forse e nel futuro, non sarà più necessario far cambiare strada al proprio figlio in presenza di un assessore comunale. Cerchiamo insieme qualche stimolo in controtendenza, qualche sintomo di ripresa, qualche segno di guarigione.

Trent’anni fa, il politico, anche allora identificato in un moderno Barabba, aveva però dalla sua quell’aura di divinità sociale per la quale, anche ove fosse stato un delinquente matricolato, in quanto esponente di un potere dello stato era, anche per solo tale ragione, immune da critiche. Non tanto per ragioni giuridiche, quanto perché portatore di una differenza ontologica che lo poneva al di sopra della massa dei paria. Grandi sospetti, penosi mal di pancia, ma mai una condanna, mai un processo, mai niente di più uno scandaluccio che si arenava nel porto delle nebbie romane, nell’indifferenza e compiacenza sociale. Un politico di rilievo che fosse morto in quel periodo avrebbe avuto diritto ad una piramide commemorativa, a prescindere.

Oggi non è più così, oggi, e la cronaca ne è testimone quotidiana, non solo essere politico significa essere ritenuto, nella migliore delle ipotesi, un mantenuto di stato, ma significa pure essere in permanenza nell’occhio del ciclone. Ciclone che, con precisione e efficacia chirurgica, taglia e cuce destini di chi alla politica si è affacciato talora a ragione talora a torto. La società dell’informazione è anche questo, in positivo: è la creazione, intorno a chi ha un ruolo di rilievo nella macchina sociale, di una ampolla di cristallo fragile e attraverso la quale tutto si vede. Una prima ragione di nuova fiducia nella politica sta proprio in questo: nella possibilità di controllare integralmente l’operato di chi viene posto a governare la cosa pubblica. Prestigio della carica = Responsabilità dell’azione svolta. Non solo politicamente, con il rischio di perdere consenso in caso di malagestio, ma anche giudiziariamente, con il rischio di perdere qualcos’altro.

L’altra ragione che ci deve richiamare alla politica, sia come attivi partecipanti, sia come attenti osservatori, è che la politica decide per noi, sia che partecipiamo alle scelte sia che decidiamo, con austera alterigia, di allontanarci da lei. E questo vale ancora di più per chi si dice cristiano, perché se qualche tempo fa il cristiano anche non impegnato sapeva che i propri valori erano comunque i valori condivisi da tutti come diritto naturale universalmente riconosciuto e la politica si occupava di fanti ma lasciava stare i santi, i valori “non negoziabili” oggi non esistono più. Oggi tutto, ma davvero tutto, la vita, la morte, l’infanzia, la libertà di culto, l’insegnamento, la famiglia, la sessualità, sono luoghi di battaglia senza quartiere. In fondo lo stato laico è anche questo: giusto è ciò che la maggioranza di quel tempo ritiene che sia giusto, senza steccati, senza preclusioni, senza alcun sancta sanctorum.

La presenza del cristiano in politica non è più il regalo della Provvidenza che premia con lo scettro del comando le capacità oratorie del bravo parrocchiano, no, è una chiamata alle armi, è calarsi nella melma del conflitto senza più lo scudo di un pensare sociale comune, senza la forza del numero smisurato di sostenitori, senza l’autorevolezza di essere portatori di valori riconosciuti, di fronte alle nuove milizie barbariche. La chiamata alla politica oggi è vocazione, ma vocazione al martirio, mediatico e, talora, non solo. E il cristiano non solo può, ma deve interessarsi di politica. E lo deve fare, mi si passi l’immagine, sicuramente con il Rosario in una mano ma con, nell’altra, una competenza, cultura, conoscenza e consapevolezza che, nell’agone della dialettica, possano confermare e rinsaldare fin dalle fondamenta i nostri valori e le ragioni per le quali crediamo. •

Marco Caldarelli

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