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“Shomèr ma mi-lailah”

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Un verso di Isaia (21,11- 12), Shomèr ma mi-llailah è alla base di una delle canzoni più famose di Francesco Guccini. Il verso è misterioso. Tradotto, vuol dire: Sentinella, a quanto della notte, a che punto è la notte? Isaia, uno di quei profeti che minacciano in continuazione e lanciano fuoco e fiamme, all’improvviso si lascia andare in questo verso bellissimo e altamente poetico, ad una grande speranza.

La sentinella risponde: La notte sta per finire ma l’alba non è ancora arrivata. Tornate, domandate, insistete. Scrive di sé Guccini: “C’è sempre stata, pudica, sottile, nelle mie canzoni, una domanda sull’infinito, sul senso ultimo delle cose. Ma da agnostico, da vago panteista e spiritualista quale sono, da uomo che non crede nell’esistenza dell’anima ma forse coglie un fondo di infinitezza, di immortalità nel nostro destino, mi fermo alla domanda, all’interrogativo. L’importante è, però, che questa domanda non cessi mai, perché è uno dei sintomi preziosi della nostra vitalità come uomini”. Guccini con le sue canzoni è stato sempre vicino ad una generazione che non le bastava essere giovane e ribelle ma che tentava davvero di volare e di credere in un mondo diverso. Il cantautore bolognese, agli inizi della sua carriera, era uno dei pochi che parlava di sé, delle sue esperienze con la vita, della sua ricerca sincera, del rapporto con le cose e la gente. A proposito delle sue canzoni diceva: “Sono storie personali di un mio pezzo di mondo e di storia, nei quali si riflettono quegli degli altri; nasce, credo un confronto e un confrontarsi fra queste cose, ma nasce suprattutto un cercare di sapere cosa siamo, cosa facciamo e perché, a livello esistenziale”.

Chi nel mondo cattolico ha attraversato, prima da giovane, poi da adulto, tutta la seconda metà del secolo scorso, dagli anni sessanta in poi, chiedeva indifferentemente, a don Lorenzo Milani, a don Primo Mazzolari, a Giorgio La Pira, a don Giuseppe Dossetti, a padre Davide Maria Turoldo, a padre Ernesto Balducci, a don Tonino Bello, a che punto era la notte. Sì, per me e per quelli della mia generazione, sono stati un po’ i nostri profeti di cui leggevamo i loro libri, conosciuti anche direttamente i loro volti e ascoltata la loro voce. Chiedevamo a loro quanto tempo dovevamo aspettare per vedere l’alba di giorni nuovi in campo politico, sociale e culturale, nella chiesa e nella società civile in genere. Venuti a mancare, sembrava, quasi ogni volta, di restare orfani di chi ci aveva aiutato a crescere in tutti i campi, dalla scuola, alla politica. “Il disoccupato e l’operaio d’oggi dovranno uscire dal cinema con la certezza che Gesù è vissuto in un mondo triste come il loro che ha come loro sentito che l’ingiustizia sociale è una bestemmia, come loro ha lottato per un mondo migliore” (Da Lettere di don Lorenzo Milani priore di Barbiana).

Quanto è aumentata l’ingiustizia sociale da don Milani ad oggi? Disoccupazione, lavoro precario, quando c’è, mal pagato, malversazioni d’ogni genere! Il vero spread, ha detto recentemente il Papa, è la crescente differenza tra i pochi, sempre più ricchi, e i molti, sempre più poveri. Possibile che la politica non riesca a trovare una soluzione? Non ci riesce perché, quando non è fatta solo per seguire interessi personali e non quelli della collettività (Polis), sa solo dare risposte ai bisogni del singolo e non a quelli della società nel suo insieme. Si guarda all’albero e mai al bosco. Il bene comune rimane sempre nell’ombra. Qualcuno, politico, perché non ha fatto mai nulla in vita, diceva qualche tempo fa che, favorendo chi sta già bene, si aiuta anche chi sta meno bene. Semmai è vero proprio il contrario. Chi più ha, più deve dare. Ma questo politico, del tutto nuovo, almeno così sembrava, non ha saputo capire che quei lupi sazi della Prima Repubblica sono stati sostituiti, nella cosi detta seconda Repubblica, da lupi altrettanto voraci e molti anche nella sua stretta cerchia di fedelissimi.

Scriveva don Primo Mazzolari: «Ci impegniamo per trovare un senso alla vita,/ a questa vita, alla nostra vita,/ una ragione che non sia una delle tante ragioni/ che ben conosciamo e che non ci prendono il cuore./ Si vive una volta sola e non vogliamo essere “giocati” in nome di nessun piccolo interesse». I piccoli interessi della politica! Sembra che oggi sia solo questo: delegittimare in ogni modo quanto ha fatto in precedenza il proprio avversario politico ed in nome del niente. Ci fossero delle novità, ma a tutt’oggi non si vedono né a livello locale né a livello nazionale. Eppure quello che resta da fare è domandarsi, chiedere, cercare e trovare insieme delle soluzioni come nel testo della canzone: “La notte, udite, sta per finire, / ma il giorno ancora non è arrivato/ sembra che il tempo nel suo fluire resti inchiodato. /Ma io veglio sempre, perciò insistete, / voi lo potete: ridomandate! /Tornate ancora se lo volete, non vi stancate!/ Ma ora capisco il mio non capire,/ che una risposta non ci sarà/ che la risposta sull’avvenire/ è in una voce che chiederà:/ – Shomér ma mi-llailah?/ Shomér ma mi-lell?/ Shomér ma mi-llailah, ma milell?” (F. Guccini). •

Raimondo Giustozzi

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