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Il fascino della Divina Rivelazione

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Scrivo questo editoriale, dedicato alla Dei Verbum, uno dei testi più importanti prodotti dal Concilio Vaticano II e promulgato il 18 novembre 1965, nel giorno di giovedì 7 marzo 2013, quando in redazione arriva la notizia della morte di Mons. Cleto Bellucci. Fu lui a mandarmi a studiare a Roma alla fine del quinquennio di teologia a Fermo. Era il 1992.

In un primo momento l’Arcivescovo mi aveva detto che non c’era bisogno in seminario di professori di Sacra Scrittura. La materia era infatti ben garantita da tre docenti. Poi l’improvvisa morte del biblista don Raffaele Canali fece sì che si ripensasse il progetto e che io partissi per Roma al fine di conseguire la Licenza in Scienze Bibliche. Dico questo per mettere in luce uno dei grandi meriti di Mons. Cleto: aver dato ai preti la possibilità di approfondire gli studi e all’Istituto di teologia della sua chiesa di dotarsi di future generazioni di docenti. Una tale sensibilità e lungimiranza erano sostenute da quell’infinita personale passione per lo studio, delle Scritture in particolare, che mai si era spenta nel cuore dell’Arcivescovo. Sentiva fortemente il fascino della divina rivelazione, così come il Concilio era riuscito finalmente a presentarla nella Costituzione Dei Verbum, e non si stancava mai di spiegare come Dio avesse voluto incontrare l’uomo nel corso della storia, all’interno degli avvenimenti vissuti dal popolo dell’alleanza nel mondo del medio oriente antico.

Cercava sempre di dare il contesto per ogni lettura della liturgia, offrendo elementi di aiuto per le pagine più difficili dell’Antico e del Nuovo Testamento. Avvertito il forte cambiamento degli studi biblici in campo cattolico nel secolo scorso, Mons. Cleto non ebbe paura di trasmetterlo all’intera Arcidiocesi grazie all’insegnamento e all’opera di divulgazione dei professori che erano tornati da Roma all’indomani del Concilio. Questo numero de La Voce delle Marche si colloca in un momento nuovo della storia della chiesa, per certi versi affascinante tanto quanto lo fu cinquant’anni fa il Concilio. Non credo che sia stato un caso che il Romano Pontefice Emerito abbia scelto questo particolare giubileo per auto-giubilarsi. Prima di volgere l’attenzione verso il nuovo Papa, che non conosciamo ancora, ma che il lettore conoscerà quando avrà in mano questo numero del nostro giornale, vorrei ricordare il rischio sempre attuale per l’esegesi, quello che J. Ratzinger ha citato a proposito della seconda tentazione di Cristo nel primo volume su Gesù di Nazaret: «l’intero colloquio della seconda tentazione si configura come un dibattito tra due esperti della Scrittura: il diavolo vi appare come teologo. Vladimir Solov’ëv ha ripreso questo tema nel suo Racconto dell’Anticristo: l’Anticristo riceve la laurea honoris causa in teologia dall’Università di Tubinga; è un grande esperto della Bibbia.

Con questo racconto Solov’ëv ha voluto esprimere in modo drastico il suo scetticismo nei confronti di un certo tipo di esegesi erudita del suo tempo. Non si tratta di un no all’interpretazione scientifica della Bibbia in quanto tale, bensì di un avvertimento massimamente salutare e necessario di fronte alle strade sbagliate che essa può prendere. L’interpretazione della Bibbia può effettivamente diventare uno strumento dell’Anticristo. Non è solo Solov’ëv che lo dice, è quanto afferma implicitamente il racconto stesso delle tentazioni. I peggiori libri distruttori della figura di Gesù, smantellatori della fede, sono stati intessuti con presunti risultati dell’esegesi. Oggi la Bibbia viene assoggettata da molti al criterio della cosiddetta visione moderna del mondo, il cui dogma fondamentale è che Dio non può affatto agire nella storia – che dunque tutto ciò che riguarda Dio deve essere collocato nell’ambito del soggettivo ». •

Andrea Andreozzi

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