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Liturgia: la svolta necessaria

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Al Vaticano II, per la prima volta la Chiesa, in un Concilio, mette a tema il discorso sulla liturgia ex professo. La Sacrosanctum Concilium (SC), la prima Costituzione Conciliare, si configura come il punto di approdo di una storia lunga, in cui il cosiddetto Movimento liturgico costituisce la punta più alta e più riconoscibile. Ma la SC costituisce pure una sorta di punto di partenza della cosiddetta riforma liturgica, cioè di quel movimento che dalla fine del Concilio a oggi ha inteso rendere operativi i grandi principi contenuti nella Costituzione conciliare.

Il 50° anniversario della promulgazione del Concilio può essere un’occasione per un breve bilancio sulla applicazione della riforma liturgica nella Chiesa… anche in quella Diocesana. Cerco di delineare, seppur sinteticamente, tale bilancio, facendomi aiutare da qualche arguta osservazione che qua e là ho potuto cogliere.

LUCI

1. Riscoperta della liturgia come azione del Christus totus, capo membra (cfr SC 7: “La liturgia è considerata come l’esercizio della funzione sacerdotale di Gesù Cristo…esercizio nel quale il culto pubblico integrale è esercitato dal corpo mistico di Gesù Cristo, ossia dal capo e dalle sue membra”). Questa concezione della liturgia ha permesso di riscoprire l’assemblea come unico soggetto che celebra, entro il quale i ministri ordinati hanno un ruolo assolutamente centrale (quello della presidenza) ma non esclusivo. Tutti i fedeli, in virtù del loro sacerdozio derivante dal battesimo, celebrano. Nessuno è spettatore. Fine del clericalismo.

2. Centralità del mistero pasquale. Ogni azione liturgica è celebrazione memoriale della Pasqua di Cristo. Da qui la riforma liturgica che ha rimesso al centro la domenica, come pasqua settimanale. (cfr SC 106: “Secondo la tradizione apostolica, che trae origine dal giorno stesso della risurrezione di Cristo, la Chiesa celebra il mistero pasquale ogni otto giorni, in quello che si chiama giustamente giorno del Signore o domenica”).

3. Semplificazione dei riti (cfr SC 34: “I riti splendano per nobile semplicità, siano trasparenti per il fatto della loro brevità e senza inutili ripetizioni…). La riforma ha riscoperto la semplicità e insieme la nobiltà del rito romano, togliendo tutte le incrostazioni che si erano accumulate nel corso dei secoli.

4. La riforma ha introdotto il concetto di “adattamento”, per cui la liturgia non è un ripetere in modo standardizzato un rito ma è un agire che tiene conto di diversi fattori, quali il tempo liturgico, il tipo di assemblea, ecc..

5. Passaggio alla lingua vivente. L’uso esclusivo del latino era diventato intollerabile perché impediva alla totalità dei fedeli di partecipare all’azione liturgica.

6. Posto di assoluta importanza per la sacra Scrittura. La riforma ha introdotto abbondantemente nelle celebrazioni liturgiche la Parola di Dio, tanto che nessun sacramento può essere celebrato senza la proclamazione e l’ascolto della Parola. Per la Messa l’importanza della Parola di Dio è testimoniata in particolare dalla realizzazione dei Lezionari.

OMBRE

1. La riscoperta dell’assemblea quale soggetto che celebra nella liturgia ha provocato una enfatizzazione della dimensione comunitaria della liturgia stessa a scapito del riferimento a Cristo. La prima preoccupazione è divenuta quella di mettere al centro della liturgia l’assemblea, per cui è accaduto che la liturgia è divenuta non più il luogo in cui si annuncia e si celebra la salvezza che viene da Dio, ma il luogo dove ci si ritrova per vivere una esperienza insieme (ci ricordiamo le liturgie degli anni ’70?). Scriveva il card. Ratzinger qualche anno fa: «Molti hanno pensato e detto che la liturgia debba essere fatta da tutta la comunità, per essere davvero sua. È una visione che ha condotto a misurarne il “successo” in termini di efficacia spettacolare, di intrattenimento. In questo modo è andato però disperso il proprium liturgico, che non deriva da ciò che noi facciamo, ma dal fatto che qui accade Qualcosa che noi tutti insieme non possiamo proprio fare». Altra ombra è la scarsa presa di coscienza della ministerialità della Chiesa. Assemblea che celebra non vuol dire che tutti devono fare tutto, ma che ognuno fa ciò che gli compete. Purtroppo ancora molta strada deve essere percorsa per una piena valorizzazione dei ministeri laicali. Da parte dei preti non vi è la piena consapevolezza del significato dei ministeri liturgici; da parte dei laici tali ministeri vengono spesso assunti con “leggerezza” e con una pericolosa voglia di protagonismo.

2. La semplificazione dei riti è divenuta in alcuni casi una banalizzazione dei riti. L’adattamento si è trasformato in creatività, cioè la pretesa di poter improvvisare nell’esecuzione dei riti, ignorando il senso dei riti stessi. Scriveva ancora il card. Ratzinger: «La liturgia non è uno show, uno spettacolo che abbisogni di registri geniali e di attori di talento. La liturgia non vive di sorprese “simpatiche”, di trovate accattivanti, ma di ripetizioni solenni».

3. L’introduzione della lingua volgare e la presenza massiccia della sacra Scrittura ha indotto alcuni a trasformare la liturgia in una sorta di catechesi animata. Nella Messa per esempio, ciò ha determinato una sproporzione tra liturgia della Parola e liturgia Eucaristica. La liturgia non è l’occasione per dire parole su Dio, ma per lasciar parlare Dio.

4. Un problema a parte è costituito dal tema della musica per la liturgia. Dal canto polifonico preconciliare, in cui non si teneva minimamente conto dell’assemblea celebrante, si è passati a volte all’introduzione di canti i cui testi e suoni risultano alquanto inadatti al contesto liturgico.

PROSPETTIVE PER IL FUTURO

«Assolutamente centrale sarà approfondire il senso della liturgia, della celebrazione comunitaria attorno alla mensa della Parola e dell’Eucaristia, del cammino di fede costituito dall’anno liturgico…la fonte della nostra fede è la preghiera comune della Chiesa» (Comunicare il vangelo in un mondo che cambia, n. 49). In una parola “formazione liturgica”, secondo questa triplice scansione: “perché si celebra” – “che cosa si celebra” – “come si celebra”. Per servire la liturgia occorre mettere al centro la fede in Cristo. Nella liturgia celebriamo il mistero di Cristo, nient’altro. Ci mettiamo alla sua scuola. Non celebriamo noi stessi, i nostri sentimenti, propositi ecc. La liturgia ci insegna ad essere discepoli di Cristo. Vincere il pregiudizio illuminista che riduce l’uomo al pensiero e dunque anche la vita spirituale a qualcosa di mentale. La liturgia ci dice che tutto l’uomo è implicato nell’incontro con il Signore. La cura della forma non è estetismo, ma consapevolezza che l’uomo è il suo corpo non solo la sua mente. Tertulliano diceva: “Caro salutis cardo”. E H.U. Von Balthasar: «La forma è il primo dei contenuti. Il contenuto non giace dietro la forma, ma in essa. A colui al quale la forma non da luce, rimarrà invisibile anche la luce del contenuto». Stimare e valorizzare le potenzialità del rito, più che introdurre novità che lasciano presto il tempo che trovano. Favorire la ministerialità nella liturgia. È la base indispensabile per aiutare l’assemblea, anche i ragazzi a partecipare alla celebrazione. Nell’Ordinamento Generale del Messale Romano troviamo scritto: «La preparazione pratica di ogni celebrazione eucaristica si faccia di comune e diligente intesa, secondo il Messale e gli altri libri liturgici, fra tutti coloro che sono interessati rispettivamente alla parte rituale, pastorale e musicale, sotto la direzione del rettore della chiesa e sentito il parere dei fedeli per quelle cose che li riguardano direttamente. Al sacerdote che presiede la celebrazione spetta però sempre il diritto di disporre ciò che a lui compete ». (n. 111). •

Osvaldo Riccobelli

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