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Un cantiere sempre aperto

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candeleNon è facile capire il termine “Consiglio pastorale parrocchiale” (CPP), specialmente se non se ne fa parte. Non è facile soprattutto capire che cosa questo termine voglia esprimere in riferimento all’immagine di Chiesa, alle proprie funzioni, ai contenuti e eventuali valori giuridici. Spesso il CPP lo si intende come la soluzione a tutti i problemi della Parrocchia o come un aspetto puramente simbolico su cui riversare le aspettative di cambiamenti, espressione di desideri o di progetti ipotetici.

Con onestà si può evidenziare lo scarto enorme fra le promesse che il termine “Consiglio” porta con sé e i risultati raggiunti. Non raramente il CPP sembrerebbe essere un contenitore in cui semplicemente si sommano le varie attività della parrocchia, proposte svolte sempre dai soliti partecipanti che si rendono più o meno disponibili. In questo modo i risultati concreti non si realizzano che in parte, mancando il supporto della comunità. È come se fosse affare solo del prete o di pochi altri senza farne percepire invece quello spazio ideale nel quale far sentire la propria appartenenza alla comunità viva della Parrocchia. Se il CPP si qualifica semplicemente come organizzatore di attività, con formule burocratiche attraverso le quali mettere ordine nelle varie attività pastorali, senza dare la dovuta attenzione ai sottesi contenuti di fede, la strada si fa subito breve, tortuosa e in salita. Il CPP visto dalla parte dei laici, dovrebbe avere come obiettivo primario la promozione della fede attraverso la costruzione di una comunità che abbia il volto della fraternità che non si caratterizzi in termini del volersi bene, una fraternità che non viene dalla carne e dal sangue, ma che abbia il volto accogliente di Cristo Gesù. Un CPP dovrebbe rappresentare un momento di entusiasmo e di rilancio evangelico, di buone promesse e di altrettanti risultati. Purtroppo però sempre più spesso si osserva una umanità o meglio una “comunità” che fa fatica ad affidarsi ai valori cristiani e cerca di sottrarsi al non facile impegno delle relazioni costruttive, per cui pensare ad un CPP desiderato come espressione di fraternità, diviene la profezia del nostro tempo. Questa è la risposta all’individualismo, all’autoreferenzialità, mali predominanti e chiede parole vere, qualità di vita e di relazioni. Tuttavia il momento che stiamo vivendo seppure segnato dalla negatività, in realtà nasconde al proprio interno opportunità straordinarie. Al di là di ogni tentazione pessimistica c’è una domanda di appartenenza, di comunità, di relazioni calde, di ascolto. E allora come realizzare CPP che offrano prospettive e innovazioni? È necessario ridar fiducia all’uomo che cammina nella storia di oggi, guardandolo semplicemente nei suoi vari aspetti positivi e propositivi, ascoltando e dando fiducia. Ma per non peccare di eccesso d’ottimismo è bene sottolineare la permanenza di alcuni nodi da affrontare come il rapporto pretilaici, la gestione delle strutture e degli spazi, la gestione partecipata della comunità che si senta protagonista dal primo all’ultimo appartenente specialmente nell’annuncio del Vangelo. Un annuncio non affidato soltanto al prete o ad eventuali operatori pastorali, ma un annuncio che si metta in gioco al proprio interno per vivere ed abbracciare la profezia della fraternità. De-istituzionalizzare un po’ le nostre comunità, sburocratizzandole, spostandone il centro non sempre sul parroco che le presiede ma anche sui laici di buona volontà che ne fanno parte. Tutto ciò significherebbe investire fortemente sulla relazione dal volto umano. È importante favorire lo sviluppo anche della creatività e dell’innovazione, perché, dovendo pensare a momenti in cui la comunità si incontra, bisognerebbe trovare delle forme creative sempre nuove. Un’occasione importante che hanno i CPP è quella di riprendere in mano le tradizioni legate alla sagra, al Patrono, ai riti, ecc. trasformandole in occasioni di incontro e di evangelizzazione. Sia allora il CPP un cantiere aperto senza la pretesa di essere un modello da imitare ma come un cantiere di lavoro nel quale realizzi un continuo aggiornamento in cui ciascuno possa e sappia offrire i propri carismi per il bene di tutti. •

Stefania Pasquali

About Stefania Pasquali

Stefania Pasquali nativa di Montefiore dell'Aso, trascorre quasi trent'anni nel Trentino Alto Adige. Ritorna però alla sua terra d'origine fonte e ispirazione di poesia e testi letterari. Inizia a scrivere da giovanissima e molte le pubblicazioni che hanno ottenuto consenso di pubblico e di critica. Docente in pensione, dedica il proprio tempo alla vocazione che da sempre coltiva: la scrittura di testi teatrali, ricerche storiche, poesie.

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