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L’Io naufrago: una fenomenolgia

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sociologia“Oltre a malattie fisiche e psichiche esistono anche malattie dello Spirito. Nessuna nevrosi può spiegare il sentimento di esilio sulla terra, l’alienazione, la noia metafisica, il sentimento del vuoto o dell’assurdo, l’ipertrofia dell’io e il rifiuto di tutto, la contestazione senza oggetto, così come nessuna psicosi può spiegare il “furor” economico o il demonismo tecnico”. Constantin Noica, Sei malattie dello Spirito contemporaneo, Il Mulino, Bologna, 1993.

I mezzi di comunicazione rendono continuamente note tragedie umane di ogni tipo. Drammi della disperazione causata dalla mancanza di lavoro; drammi familiari; drammi riconducibili a nuove forme di dipendenza patologica. Si tratta di patologie del legame con la realtà. L’ancoraggio alla realtà viene a mancare, non tanto perché la persona si sia estraniata dalla realtà, ma perché ha perso tutti i punti di riferimento abituali della sua vita. Da luogo della mia identificazione gioiosa e dello scambio con altri che produce conoscenza su di me, la realtà mi minaccia manifestandomi la mia inadeguatezza. Questo sentimento mi fa subire un terremoto emotivo capace di esprimere dal punto di vista psicologico, un autentico smarrimento identitario e quindi una messa in discussione della maggioranza delle mie competenze sociali.

Le persone depresse manifestano assenza di autostima e questo è probabilmente l’effetto delle svalutazioni che hanno ricevuto lungo un estenuante tirocinio del disamore di sé, costruito anche inconsciamente nella tossicità delle relazioni. Il disagio diffuso si definisce in base al rapporto con l’identità sociale che viene a rappresentare, contemporaneamente, l’adesione profonda al modello di ruolo e il suo scacco. Sei una persona che vive per il lavoro e lo stesso ti viene a mancare? Come farai se il lavoro ordina i tuoi tempi, la tua possibilità di assumere responsabilità e la stessa definizione degli scopi nella vita? La cultura che permea la società consumistica nella quale viviamo, come rimarcato più volte da Papa Francesco, non favorisce certo i rapporti umani e ciò per due ordini di motivi: ha reificato le persone creando costantemente “falsi-sé” che si sono sovrapposti ad altri già preesistenti di tipo culturale; ha fatto sì che non solo non venisse stimolata la conoscenza di sé e la formazione della persona nella sua totalità, ma ne ha incentivato le scissioni al suo interno, riducendo la qualità delle relazioni interpersonali a fronte di un aumento della loro quantità.

Le relazioni tra livelli diversi della personalità individuale, appaiono ridotte dal punto di vista della frequenza, della qualità e della durata nel tempo, perché scarsamente fondate sulla relazione autentica come vettore sociale di umanizzazione. Altri tipi di società potevano garantire questa azione integrativa. Oggi è la visibilità sociale ed economica a dettare le strategie della libera costruzione di sé, dove la libertà è una metafora in quanto le persone non hanno più valore per sé stesse, ma solo in base a ciò che possono comprare.

Quindi abbiamo davanti a noi il dramma di una crisi economica che non solo ha svelato l’importanza di antiche forme di costruzione umana del sé – sbrigativamente messe da parte da un processo storico potente ed irreversibile – ma che sigla con la crisi dell’economico, anche la crisi del processo umano di emancipazione che proprio all’economia si era completamente affidato a partire dalla prima Rivoluzione Industriale. Alla luce di quanto detto, il “disagio diffuso” e la “depressione” si possono altresì caratterizzare come sentimenti di insicurezza per mancanza di sostegni economici e psicologici idonei, di alleanze; per l’impossibilità di condividere con altre persone sentimenti, emozioni e preoccupazioni legate da un progetto di vita. Il soggetto moderno, capriccioso tiranno di un destino grottesco che più lo rende signore del mondo fatto a sua immagine più lo spinge verso il disagio, annega nelle patologie del legame, nell’impossibilità di essere autenticamente sé. I rapporti sociali quindi offrono poco o nulla di gratificante perché la relazione non è più il luogo della identificazione.

Nulla che possa dare un segnale di speranza, per poter essere presi in considerazione ed essere oggetto di ascolto con interesse partecipe. Il nucleo del Sé disorganizzato inizia a costruirsi da un’assenza, piuttosto che da un contenuto psichico votato alla relazione. Esso riflette l’esistenza di una breccia nei confini del Sé. L’individuo quando si trova da solo si sente poco sicuro a causa di una rappresentazione torturante, completamente giocata nel rapporto con il sé dilatato a dismisura dalle concomitanti dinamiche culturali della individualizzazione dell’esistenza. Costretto ad essere solo con sé stesso, l’individuo costruisce (spesso lucidamente) la propria alienazione – diminuendo le sue relazioni o vivendole solo in funzione di scopi.

Da tale rischio non può scappare poiché l’alienazione viene sperimentata come dimensione interiore del riconoscimento sociale del Sé. Allora, la forma “individuo” tardo moderna è una trappola perfetta per l’umano e diviene una macchina potente di de-umanizzazione. Nella vita adulta la rappresentazione di sé disorganizzata si manifesta anche come un enorme bisogno di controllare gli altri sino alle forme estreme di violenza ed oggettivazione (cosa è l’enormità della violenza a carico delle donne?).

Gli uomini violenti devono stabilire una relazione in cui la partner serva da capro espiatorio per gli stati intollerabili del Sé. Il ricorso alla violenza divampa quando l’esistenza autonoma dell’altro minaccia il processo di costruzione delle proprie rappresentazioni di sé nel mondo e del mondo dentro di sé. La “società liquida” ci dimostra chiaramente che l’individuo libero da ogni vincolo – pensato dal razionalismo e costruito dal mercato – determina l’ennesima variante del “Disagio della Civiltà”. La Salvezza deriverà da un “altrove”; ciò è vero oggi come lo era un tempo. •

Rossano Buccioni

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