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Il “mio” Seminario

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seminarioSono entrato nel seminario a Fermo nel mese di ottobre del 1987. In quello stesso anno nel mio gruppo c’erano anche Osvaldo Riccobelli, altri due giovani della diocesi di Ascoli Piceno, un adulto dalla diocesi di Ostuni, morto lo scorso mese, un altro della diocesi di Macerata. Su una classe di sei candidati, in cinque siamo diventati preti.

All’epoca rettore era don Angelo Fagiani, che l’anno successivo lasciò il posto a don Paolo De Angelis. La comunità contava venticinque seminaristi circa, di età e provenienze diverse. Molti di loro non sarebbero mai arrivati ad essere ordinati se non fossero passati per il nostro seminario. Provenivano infatti da realtà molto grandi, dove il tipo di formazione non poteva tener conto della storia dei singoli e doveva per forza uniformare tutti dentro un unico schema.

Fermo era in grado di dare uno spazio di maggiore respiro a chi arrivava e di mettere in condizione di affrontare gli studi anche chi veniva dal mondo del lavoro o da percorsi di studio distanti dalla teologia. Noi fermani eravamo certo privilegiati in quanto vicini ai nostri ambienti di sempre. Nel mio caso, potei continuare a frequentare la parrocchia d’origine, la famiglia e anche un’esperienza di lavoro nel fine settimana, cose che mi aiutavano a non sentirmi lontano dalla realtà di tutti i giorni. Non mancavamo, tuttavia, di invitare a casa nostra a pranzo quelli che rimanevano in seminario la domenica e questo rendeva le nostre famiglie attente alla vita di tutta la comunità.

Dei cinque anni ricordo tre aspetti principali: la serietà dello studio proposto dai professori; la dedizione dei nostri formatori, con il servizio umile di don Angelo e la proposta formativa intelligente e geniale di don Paolo; alcuni incontri con persone di grande spessore che avevamo la possibilità di ascoltare nei tempi di ritiro di inizio e fine anno. Come spesso accade, anche nel mio periodo si verificò una costante della storia dei seminari di tutto il mondo: i più bravi tra i nostri compagni, due in particolare, uscirono per intraprendere un’altra strada nella vita e questo fatto ancora oggi m’interroga molto su quello che il prete è o deve essere. Infine, non vorrei dimenticare il tratto del buon umore, degli scherzi, della goliardia, delle partite di calcio su un cortile pieno di buche e i pranzi preparati per noi dalle monache dei vari monasteri di clausura della diocesi che ci ospitavano nelle giornate di ritiro mensile, grazie al tramite del nostro padre spirituale, don Raffaele Canali, persona che non smetterò mai di ricordare e ringraziare. •

Andrea Andreozzi

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