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Intervista al P. Dall’Oglio SJ sulla situazione in Siria

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padredalloglioIntervista a Padre Paolo Dall’Oglio, gesuita e fondatore della Comunità Monastica di Deir Mar Musa al-Habasci, in Siria, rilasciata in occasione della sua partecipazione quale relatore alla 10° settimana di formazione e spiritualità missionaria organizzata dall’Ufficio Nazionale per la Cooperazione Missionaria tra le Chiese e dalla Fondazione Missio.

Qual è la situazione della Siria ora?

In questo momento la Siria vive due fenomeni in uno: il primo, la rivoluzione democratica civile contro la dittatura che ha schiacciato i siriani per 40 anni, tanto per parlare con concetti semplici e lineari, ed il secondo, la guerra civile. La guerra civile è tra i gruppi etnico tribali religiosi legati al regime e una maggioranza mista di siriani con, al suo interno, una maggioranza di sunniti, fatta di tante componenti, che combatte il regime. Ripeto, in questa maggioranza ci sono cristiani, alawiti, gente di tutte le appartenenze, ci sono i Fratelli Musulmani, i salafiti, gli ex baathisti, i comunisti, gli ex nazionalisti, i sufi, i ragazzi democratici che non vogliono appartenere a nessun partito, i giovani del quartiere che si sono ribellati, insomma la popolazione siriana. Dall’altra parte c’è il regime siriano.

Cos’è il regime siriano?

Uno Stato fantoccio da quando è caduto il muro di Berlino e l’ideologia si è svuotata. È rimasta una serie di interessi economici di natura liberale con relazioni con l’Occidente ricco e altri centri di potere economico, ovunque nel mondo, legati, a una famiglia, in senso sociologico e mafioso. Dunque uno Stato paravento, una rete di servizi di sicurezza che gestisce la società, ed una cupola mafiosa che comanda. Questa realtà gode ancora di un certo seguito presso un buon numero di alawiti, concentrati nella capitale e nella regione di origine, tra il fiume Oronte e il mare Mediterraneo, une fetta sulle montagne lungo il mare. Lì c’è anche una minoranza di cristiani, soprattutto ortodossi, con un legame privilegiato con la Russia e anche un’importante comunità sunnita. Questi ultimi se la stanno vedendo malissimo perché è lì che c’è la guerra civile, dove ci sono i massacri e anche purtroppo nei sobborghi di Damasco perché il regime non vuole cedere la capitale, dove ci sono interessi di ogni tipo. In queste zone le cose vanno molto male e la capitale è lontana da quei centri di approvvigionamento della rivoluzione dall’esterno.

Ciò non significa che altrove in Siria la repressione non sia sanguinaria, ma il conflitto è allora tra i rivoluzionari e il regime, non tra le popolazioni civili. La Siria prosegue questa sanguinosissima rivoluzione. Quelli che dicono che in Siria la rivoluzione non esiste e che c’è solo il terrorismo finanziato dall’Arabia Saudita e voluto dagli americani israeliani e francesi, ripetono una menzogna di Stato, che fa comodo a chi è in diversi modi organico al sistema del regime.

Certo è che i giovani si sono levati con le mani nude e sono stati stritolati da una repressione che non è nuova, è solo aumentata in intensità, ma è quella stessa che ha distrutto Hama nel 1982, tenuto la gente in prigione anche per 25 anni, scaraventato i giovani universitari in prigione per anni a causa di un volantino. Questa è la realtà siriana. Quando i ragazzi dell’esercito hanno ricevuto l’ordine di sparare sui loro coetanei nella strada alcuni si sono rifiutati. C’è stata un’emorragia progressiva, prima gli obbiettori sono stati uccisi dai loro commilitoni poi c’è stata una serie di spaccature, di diserzioni che hanno provocato la nascita dell’esercito libero (ESL). In questo momento sono tornati dei giovani siriani dall’estero a combattere, sono venuti alcuni arabi da fuori della Siria.

Alcuni sono colorati islamicamente, sono jihadisti, ma non necessariamente ci va messa sotto l’etichetta “terrorista”, al contrario, quelli che sono con i fratelli musulmani hanno avuto un’evoluzione che va verso una democrazia basata sull’emergenza d’una società civile. I salafiti sono più per l’idea dello stato islamico, è vero, ma ciò non vuol dire che vogliano escludere i cristiani, hanno una loro idea classica, tradizionale islamica, purtroppo ripassata nella padella wahabita per cui un po’ ideologicamente fondamentalista, rigida. Poi ci sono effettivamente i terroristi. Questi però non sono stranieri, sono anche i nostri ragazzi siriani, magari addestrati in campi chissà dove.

I terroristi islamici sunniti estremisti sono stati utilizzati cinicamente dal regime siriano, (nonostante sia parte di un’alleanza tra sciiti alawiti e sciiti duodecimani, quindi Iran e Sud del Libano), sono stati mandati a combattere contro gli americani e gli sciiti in Iraq per interesse del regime siriano e sono stati teleguidati in Libano. Si tratta di clandestini a bordo. Certo non hanno un’ideologia democratica, e la loro visione è considerata estremista da parte di almeno il 95% dei musulmani siriani. Sono considerati pericolosi dalla larga maggioranza dei musulmani sunniti e sono gestiti all’interno della palude dove ci sono le mafie, i servizi segreti corrotti e gli estremismi religiosi ed ideologici manipolabili. Una tremenda palude che non possiamo neppure immaginare tanto è opaca e criminale di natura. Avremo il problema di come recuperare i nostri ragazzi.

È molto difficile in questo momento di anarchia diffusa. Fin d’ora bisogna agire per quanto possibile; domani la Siria dovrà affrontare il problema della riabilitazione dei giovani, qualche volta dei minori, presi nel vortice della violenza.

Allora cosa proporre per la Siria?

Se va avanti così la Siria va verso la divisione: la Siria costiera diventa un cantone alawita protetto dai russi e dagli iraniani, super armato, in grado di andare avanti con la guerra civile per un bel po’ e vivere di guerra civile, perché nel frattempo, per ora, stanno distruggendo quello che possono sperando di reprimere, e se non possono reprimere almeno distruggono, così quando le milizie del regime si ritirano sulle loro montagne, i siriani rivoluzionari restano a leccarsi le ferite e non saranno in grado di inseguire gli uomini di Assad oltre il fiume Oronte. Ma per realizzare questo bel programma ci vogliono 200.000 morti e poi centinaia di migliaia di sfollati, di rifugiati interni, di gente che deve cambiare regione e farsene una ragione.

Già ora abbiamo 2.500.000 persone che non vivono più nelle loro abitazioni abituali e si sono dovute spostare. Una parte torneranno a casa … quando? In che situazione?

A meno che non avvenga il miracolo che tutti i partner si accordino per dire che i siriani vogliono la democrazia; e su questo non c’è da discutere; che Bashar al-Assad deve partire è evidente; la cosa è finita; gli si trovi un posto, per lui e per le famiglie dei suoi, per evitare massacri motivati dalla vendetta. Brasile, Russia, … che accolgano 25.000 siriani del regime, per evitare il massacro. Poi la corte dell’Aja farà il suo lavoro con calma. Inoltre bisogna mettersi d’accordo che la Siria deve essere democratica e neutrale, non assorbibile nella logica geostrategica occidentale, né rimanere incastrata in una logica di interessi iraniani e/o russi. Se si riesce a riaprire un minimo di lavoro diplomatico, se il Vaticano, se l’India, il Sud Africa, il Brasile, i poli che sono fuori dalla logica manichea dell’o-o possono intervenire e proporre qualcosa di ragionevole, vengono allora i caschi blu dell’ONU, bloccano la guerra civile e si procede a un progetto costituzionale garantito costituzionalmente e con accordi sul terreno, mantenendo le specificità geografiche che devono essere rispettate, la Siria deve diventare sostanzialmente federale. Così si potrebbe salvare questo popolo che nella sua complessità ricchissima rappresenta uno dei tesori dell’umanità.

Tutta la Siria dovrebbe essere definita Patrimonio Mondiale Immateriale dell’Umanità. Certo, c’è anche la materia, la pietra: Palmira, Damasco, mille luoghi testimoni delle fonti della civiltà umana … Tuttavia, oltre la pietra, c’è un patrimonio immateriale da salvaguardare e proteggere.

E noi che possiamo fare?

Quando tante persone con affetto, interesse, preoccupazione, pensano a qualcosa, quel qualcosa si muove. Quando tante persone pregano, non c’è niente che rimanga fermo. A questo dobbiamo credere, anzi crediamo, perché l’abbiamo sperimentato. Quindi, agire con la preghiera, il desiderio ed il pensiero, e poi preoccupandosi, con lo sforzo dell’ascolto, di cercare di capire, di andar oltre i pregiudizi. Questo provoca uno smottamento di opinione pubblica che conduce a un cambiamento di direzione nelle decisioni dei governanti. Poi con le ONG, i diversi sistemi di assistenza internazionale, dobbiamo poter raggiungere le vittime delle carneficine, le famiglie dei martiri, i feriti, gli sfollati, attraverso la Turchia, il Libano, l’Iraq, la Giordania. Io insisterei molto sull’ Iraq. Poi, mano a mano che le regioni libere si consolidano, si dovrà intervenire più in profondità sul territorio, assistendo la società civile in questo suo sforzo di emancipazione purtroppo tremendo, dolorosissimo, che spacca a metà le famiglie, che insomma è guerra civile, una mostruosità. Ma i giovani siriani non tornano indietro. Ormai tornare alla dittatura, al potere militare, al regime, alle leggi militari, non è più possibile.

E i cristiani in tutto questo?

I cristiani facevano parte di quel sindacato delle minoranze che teneva su il regime degli Assad e quindi si trovano spaesati. Hanno visto emergere il soggetto politico islamico in Tunisia poi in Egitto. Già avevano una paura tremenda nel Libano, squassato dalla guerra civile per 18 anni, poi hanno visto l’Iraq, poi bisogna tener conto anche che nella memoria profonda dei cristiani siriani ci sono tutti i siriaci, i bizantini e soprattutto gli armeni sfuggiti al genocidio della Turchia nella prima guerra mondiale; quindi si ha a che fare con un profondo sentimento di angoscia nei confronti dell’Islam. Ci sono anche i cristiani dell’Iran che si sono auto esiliati, che sono dovuti partire dopo la rivoluzione iraniana del 1978. Dunque una memoria profonda ferita e che guarda come insopportabile l’emergere d’un soggetto politico musulmano. Credo che si sbaglino. Spero che si sbaglino. Conto che si sbaglino e lavoro sull’altra ipotesi: che alla fine, nel buon vicinato, non ci può difendere la polizia, ma proprio i nostri vicini!

Cosa che è stata in fondo fino al marzo di quest’anno?

Cosa che è nel fondo della realtà siriana, ma bisogna essere sinceri. Quest’armonia è atavica e fa parte della cultura profonda. Però bisogna tener conto che all’epoca degli ottomani non c’era una democrazia così sviluppata da poter vedere quanto il musulmano della strada mi difende o meno, c’era un superpotere. Idem, all’epoca del mandato francese e poi, dopo una breve parentesi detta democratica e costellata di colpi di stato negli anni cinquanta e primi anni sessanta, arriva la dittatura degli Assad. Se non ci fosse il buon vicinato di base la gente si scannerebbe lo stesso, non c’è niente che regge, ma qui c’è l’illusione che ci voglia un potere da sopra che garantisca. È la prima volta nella storia che vogliamo fidarci l’un l’altro su base democratica. E questa angoscia è certamente alimentata dal potere, fa parte del suo teorema. Queste minoranze hanno creduto a questa dottrina e si muovono in questo orizzonte. Anche se non tutti; ci sono cristiani in prigione, torturati, clandestini, cristiani che conosco, che vanno con i giovani sunniti, compagni di università o di lavoro, con una macchina di aiuti umanitari … che vanno spontaneamente ad aiutare le vittime nelle zone accerchiate, o ad assistere gli sfollati.

E la Chiesa ufficiale siriana?

Una parte della Chiesa ha certamente confermato la menzogna di regime, cioè che non esiste rivoluzione, ma solo terrorismo, spesso orientato a perseguitare i cristiani. Il Nunzio Apostolico ancora ieri ha ripetuto che certo si soffre di gravi contraddizioni, che la violenza sanguinaria si diffonde, ma ha anche detto con chiarezza che non si può dire che ci sia in atto una strategia della rivoluzione intenzionalmente contro i cristiani. I cristiani non sono un obiettivo della rivoluzione. Questo non significa che i cristiani non ci vadano di mezzo, ma questa è un’altra questione. Alcuni vescovi, tanti ecclesiastici, molti laici uomini e donne si sono fatti promotori delle teorie di regime. Altri sono rimasti prudenti, ma non hanno fatto mancare la solidarietà alla gente, attraverso aiuti umanitari, pronunciandosi a favore di valori umani comuni e auspicando che la Siria sia profondamente riformata. Questo avviene in modo sufficientemente prudente da evitare di farsi distruggere dal regime, e sufficientemente deciso da far capire ai siriani che siamo per il cambiamento. Una posizione purtroppo troppo rara.

E lei perché è qui?

Io sono qui perché sono stato cacciato. Il nostro lavoro per la società civile, il dialogo interreligioso, la partecipazione di base sono stati mal capiti o capiti troppo bene. Hanno già provocato fin dal 2010 una repressione esplicita della nostra attività.

Qual è la vostra attività?

Facciamo convegni di dialogo, progetti di riabilitazione e promozione umana, ad esempio di giovani iracheni o palestinesi, abbiamo lavorato sull’ambiente, stimolando la partecipazione popolare. È chiaro che siamo su progetti di promozione della società civile che o si promuovono o vanno schiacciati. Non c’è alternativa. Poi abbiamo schiacciato qualche dito dei piedi di persone corrotte e ci siamo attirati dei fulmini. Non essendosi verificato uno smottamento generale del regime verso il cambiamento democratico, alla fine gli anticorpi di regime si sono rivoltati contro di noi.

Che tipo di comunità è la vostra, qual è il suo carisma?

È una comunità monastica, che prega in arabo, orientale, inculturata, radicata nella cultura cristiana araba orientale locale tradizionale, che partecipa di una cultura comune islamocristiana tradizionale ed anche ai processi di modernizzazione, di esposizione a valori nuovi, nella preghiera, l’accoglienza, nel lavoro con gli altri, nell’orizzonte di un’armonia islamocristiana che secondo noi sta molto a cuore a Gesù di Nazareth. Inculturazione per noi significa credere che l’incarnazione di Gesù non è limitata dal corpo storico di Gesù. È certo radicata nel corpo storico di Gesù, concepito a Nazareth e nato a Betlemme per intervento divino da Maria Vergine … Questo corpo di Gesù che è corpo anche culturale – in questo senso c’è una festa che rappresenta questa profonda realtà: gli orientali hanno mantenuto la festa della circoncisione di Gesù, otto giorni dopo la nascita secondo la legge mosaica, e quindi quella è la festa dell’inculturazione del Verbo. Dopo aver assunto la carne prende cultura, nome, Gesù Salvatore, Dio con noi. Quest’azione, questa inculturazione del Verbo, non finisce mai, perché il Corpo di Cristo, la Chiesa, continua a ripetere l’incarnazione e l’inculturazione del Verbo di generazione in generazione, secondo le realtà umane nella loro molteplicità e ricchezza. Allora, come dice Isaia, le ricchezze delle nazioni saliranno a Gerusalemme. Tendenzialmente il Corpo di Cristo si universalizza, ma non nella uniformità omogeneizzante – perché altrimenti Gesù sarebbe nato figlio dell’imperatore romano, non in una realtà periferica e marginale – bensì attraverso il pluralismo multiforme e valorizzante.

L’esperienza di fondazione della sua comunità monastica è stata sostenuta dalla Chiesa?

Ora è accolta. Le nostre Costituzioni sono state approvate dalla Congregazione per la Dottrina della Fede nel 2006 e l’anno scorso, il 27 agosto, la Festa di san Mosè l’Abissino, il Vescovo ha approvato canonicamente la Comunità dopo 30 anni dall’inizio. È stato un processo lento e non facile quello del riconoscimento della comunità per le novità che questa Comunità presenta, sia sotto l’aspetto dello spirito ecumenico, che dell’apertura cordiale all’Islam. Per questo ci è stato donato di vivere assieme fratelli e sorelle e di sviluppare una larga ospitalità. Inoltre, è stato dimostrato che non siamo così strani. All’inizio la mia comunità gesuitica ha fatto una fatica tremenda, forse anche per motivi legati al mio carattere. Sono rimasto fuori dalla comunità per 5 anni, poi il dialogo vince e ha vinto, e abbiamo ripreso la conversazione tanto che sono stato reintegrato nei gesuiti dal 1997 ed adesso sono gesuita. Sono stato ad un certo momento sotto processo da un punto di vista dogmatico dal 2002 al 2006. Questo dialogo dogmatico ha portato a riconoscere il pluralismo teologico come lecito, esperienza plurale della Chiesa nel dopo Concilio Vaticano II. Ora sono un gesuita un po’ giramondo e questa situazione di esilio mi porterà in Iraq in contesto curdo dove stiamo fondando una comunità su richiesta del Vescovo di Kerkuk.

Quali sono i problemi che i cristiani incontrano nell’accogliere il vostro carisma?

Il problema è facile, chi ha paura dei musulmani e crede che l’Islam sia una religione falsa, che Muhammad (su di lui e sulla sua Comunità la pace e la benedizione) sia un falso profeta e che il Corano un libro inventato, ha una grossa difficoltà, non con me, ma con Dio, perché deve rendere ragione di un miliardo e mezzo di credenti che pregano, vanno in pellegrinaggio, aiutano i poveri, che credono in un solo Dio, rispettano e vogliono bene ai profeti, alla Madonna, a Gesù. È un problema rispetto a Dio. Infatti lo chiedo spesso: Dio si era distratto quel giorno! La teologia della speranza, la teologia dell’analogia biblica progressivamente inclusiva, che si apre di generazione in generazione a facilitare l’intelligenza del lavoro dello Spirito di Dio in tutte le tradizioni, religioni, in vista della salita finale a Gerusalemme dei popoli, è per me un pensiero dinamico che mi aiuta a valorizzare, riconoscere, amare, rispettare, ricevere, ospitare, soffrire con, farmi ospitare, essere reciprocamente curiosi, valorizzare persino la funzione polemica dell’altro che fa da muro, da limite, perché anche il nostro universalismo rischia di essere facile, coniugabile con qualche oppressione. L’Islam, se non ci fosse stato, avremmo dovuto inventarlo! •

Erika Nataloni

Loreto, 26 – 31 agosto 2012

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