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Il piacere di essere una persona virtuosa

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cioccolataIl più illustre discepolo dell’Accademia platonica, mente filosofica prolifica ed influente del mondo antico occidentale, Aristotele, soleva definire il piacere, “un bene dell’anima” (Grande Etica I,3).

Piacere e dolore accompagnano l’intera vita dell’uomo e sono di fondamentale importanza per il formarsi di una vita morale. Segno distintivo della nostra generazione è l’unilateralità e arbitrarietà con cui pontifichiamo su certe questioni affossandole come “risolte e definite” univocamente; così il piacere è stato bollato come elemento caratterizzante uno stile di vita contrario al messaggio lasciatoci da Cristo nel Vangelo, seppur il kerìgma annuncia la risurrezione delle membra sante del Figlio di Dio, di quelle membra che conobbero piacere e dolore come li hanno conosciuti anche le membra dei figli dell’uomo.

Adottando il metodo del filosofo di Stagira, che sapientemente e democraticamente incarnava un paradigma di civiltà ormai troppo lontano dal nostro, consolidatosi su valori diversi dalla sapienza e dalla democrazia, per render ragione della poliedricità della realtà, fece pulsare come cuore teorico del proprio discorso sulla natura delle cose, il pollacòs legòmenon, il concetto di polivocità, ciò che viene predicato secondo molteplici significati; il che non significa che si può dire tutto e il contrario, scadere nella banalità del relativismo che è radicalmente univoco nel suo far capo sempre e comunque all’egoismo umano, ma che significa utilizzare con duttilità una pluralità di modelli esplicativi cambiando angolatura da cui una cosa è osservata per esprimere l’irriducibile e intrinseca polivocità del reale. Ciò che del piacere interessa ad Aristotele è il ruolo da esso assunto in sede “etica” all’interno della virtù umana, e più nello specifico della vita felice.

La virtù possiamo definirla come quell’habitus, quel carattere che possediamo e applichiamo in accordo con la ragione, la volontà e la natura delle cose per conseguire in ogni situazione la giusta medietà che è il bene per noi. Nel primo nesso che vogliamo inquadrare all’interno delle numerose questioni che il tema del piacere pone a livello etico, prediligiamo guardare al rapporto piacere-virtù. “È necessario che la virtù si configuri come una medietà relativa a ciascun individuo e che concerna il giusto mezzo nel provare i piaceri” (Etica Eudemia II,5). Emerge da questo passo come il piacere dovrebbe costituire propriamente l’oggetto della virtù, il terreno da cui la virtù può germogliare, in quanto la virtù consiste qui nel provare nel modo giusto un piacere, secondo la regola del giusto mezzo calibrato secondo la mia personale natura: ad esempio “la temperanza è una virtù che consiste in una medietà riguardo ai piaceri […] mentre l’intemperanza è un vizio risultante dall’eccesso nei piaceri”.

In questo orizzonte il piacere si pone alla stregua delle altre passioni che si offrono oggetto della virtù, materia su cui la virtù è chiamata ad intervenire indicando un orientamento e direzione corretti. Ma in un altro scenario, contrastante ma non per questo contraddittorio, il piacere si lega alla virtù non solo perché quest’ultima è chiamata a regolare e amministrare il piacere, ma soprattutto perché il piacere è quanto risulta seguire la virtù, essere provocato da essa, diretta e naturale conseguenza di un’azione virtuosa. Infatti solo quando ad una buona azione segue il piacere si può dire che quell’azione è virtuosa. In Etica Nicomachea I,8, il filosofo greco è perentorio: “chi non trae piacere dal compiere belle azioni non è un individuo virtuoso: nessuno infatti direbbe che è giusto colui che non trae piacere dal fatto di compiere azioni giuste, né generoso colui che non trae piacere dal fatto di compiere azioni generose…stando così le cose, le azioni virtuose saranno caratterizzate dal fatto di risultare piacevoli in sé”.

Numerosi sono gli esempi dei Santi che lodavano Dio per il piacere di aver conseguito un’azione virtuosa, per essere stati canali della misericordia di Dio che doveva arrivare ad un loro fratello. Se da un lato il piacere precede la virtù nel senso di passione naturale su cui la virtù è chiamata ad intervenire per esercitare la sua funzione, da quest’altro lato il piacere risulta invece seguire la virtù, nel senso di effetto pratico conseguente l’azione virtuosa dell’esistente. Guardando al nesso piacere-felicità, più brevemente ci limitiamo a costatare come il piacere ancora costituisce un elemento imprescindibile per la vita felice, la vita buona, mescolandosi armonicamente e variegatamente alla felicità.

Aristotele esprime a pieno lo spirito greco, facendosi portavoce di una visione serena ed ottimistica della vita, la quale è naturalmente bella e porta con sé il piacere. Ma in che modo piacere e felicità sono così fortemente intrecciati? Definendo previamente la felicità come quell’attività dell’anima secondo virtù, come quell’intero che è la vita umana armonicamente organizzata nelle sue parti, come quel fine ultimo e bene supremo a cui naturalmente l’essere umano tende, e avendo ormai accettato il pluralismo metodologico con cui lo Stagirita si muove per render giustizia della straordinaria complessità e ricchezza della realtà e del panorama interiore umano, siamo autorizzati a dire che seppur in sensi diversi, il piacere è, sia la conditio sine qua non della felicità (e quindi un mezzo in vista del fine ultimo da raggiungere con le nostre azioni quotidiane), precedendola; sia però il piacere rappresenta ciò che viene con la felicità, unito ad essa, perché ogni attività è coronata dal piacere come la bellezza è il coronamento di chi è nel fiore dell’età. “Chi è davvero felice vivrà anche nel modo più piacevole, e questa umana credenza non è priva di fondamento” (Etica Eudemia VIII,3).

Il vecchio intellettualismo socratico forse è sopravvissuto fino ad oggi solo negli ambienti altolocati dove si amministra il sapere, ma forse oggi come non mai le nuove generazioni avrebbero bisogno di riattingere ad una sana “conoscenza”. La sapienza dei Vangeli e della vita cristiana certo non porta frutti esprimendosi farisaicamente contro il piacere, e di certo la verità neotestamentaria non porta in alcuna parte questo messaggio ipocrita e moralista che non le si addice, ma che noi abbiamo voluto appiccicargli proclamandolo all’interno delle nostre stanze da catechismo. Passeranno i cieli e passerà la terra, passerà il catechismo “del contratto a tempo determinato” che impervia nelle nostre parrocchie, passerà la perversione del piacere e della bellezza dell’uomo individualista ed egoista che il Capitalismo occidentale ha creato o fortificato con il mito del benessere economico, passerà la solitudine in cui sono state gettate e cresciute le giovani generazioni digitali e depredatrici della sessualità, solo la Parola non passerà mai, solo chi ama non passerà mai. •

Paolo Morbidoni

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