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Missione catechismo: possiamo farcela ancora!

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vangeloDare voce ai protagonisti è il modo migliore per comprendere gli aspetti positivi e le problematicità legate a un servizio. Per questo ho intervistato Silvia Pompozzi che è una giovane catechista presso la parrocchia S. Marco Evangelista, a Servigliano.

Da quanto tempo fai catechismo e perché hai iniziato a farlo?

Non ho iniziato da molto tempo, anzi potrei dire di essere alle prime armi visto che quest’anno è stato il terzo di questa interessante esperienza, che ho iniziato quasi per caso. Una domenica alla fine della celebrazione, il sacerdote ha chiesto se qualcuno poteva dare la disponibilità per il catechismo e io che sono curiosa per natura mi sono buttata, anche se non avevo la più pallida idea di quello che avrei dovuto fare. Don Piero però mi ha tranquillizzata dicendomi di portare la mia esperienza di vita e quindi anche di mamma. Comunque le parole sono sempre più semplici dei fatti.

Come è strutturato il catechismo nella tua parrocchia? I bambini che segui quanti anni hanno?

Il catechismo inizia in prima elementare e i catechisti accompagnano i bambini dalla prima elementare fino alla terza media. Quest’anno io mi sono occupata dei bambini di quarta elementare, che hanno celebrato la loro prima comunione.

Come ti definisci come catechista?

In realtà non so definirmi, posso solo dire di non essere la classica catechista, perché per me sono certamente importanti le preghiere da imparare a memoria o i libri come supporto, ma sono più importanti i bambini, le loro impressioni, i loro dubbi e quindi il mio punto di partenza per insegnare qualcosa, trasmettere e ricevere, non è solo il libro o un esercizio, ma sono loro e la Bibbia.

Cosa ti conferisce gioia e in cosa fai più difficoltà nel servizio che svolgi?

La gioia sta nel fatto che i bambini sono veramente una fonte inesauribile di amore e se riesci ad ascoltarli in modo profondo possono dare lezioni incredibili. Certamente ascoltare i bambini significa non aver paura dell’imprevisto, significa rompere gli schemi, ma significa anche riuscire a farli sentire liberi di esprimere la loro opinione e per far questo bisogna saper costruire un rapporto di fiducia e di rispetto reciproco ed è qui che arriva la parte più difficile: tutti vogliamo essere ascoltati, vogliamo essere protagonisti, ma difficilmente amiamo ascoltare. Quindi la difficoltà sta nel fatto che io per prima devo essere un esempio e devo cercare di trasmettere loro che il vero protagonista è uno solo, comportandosi al contrario dei soliti protagonisti.

Come parli di Dio ai bambini e come cerchi di dare risposta ai loro “grandi” interrogativi?

Prima di tutto cerco di capire che cosa loro dicono di Dio, cosa ne pensano e che peso ha Dio nella loro vita. Cerco di non utilizzare esempi o paragoni banali perché i bambini sono molto intelligenti e quindi parto dalle loro idee, dalle loro esperienze, dai loro “grandi” interrogativi e attraverso il confronto cerco di far capire che Dio non è il grande assente, ma è Colui che è sempre presente e siamo noi che a volte non vogliamo sentire la sua presenza. In questo modo, alla fine del confronto, molto spesso sono gli stessi bambini che trovano la risposta a quelli che all’inizio sembravano per loro interrogativi impossibili. Non a tutte le domande è facile rispondere o trovare risposte immediate. Questo fa parte del gioco e ovviamente non li illudo, perché non faccio credere loro che Dio ha la bacchetta magica per risolvere i nostri problemi, ma che Lui è un Padre sempre presente e che come i genitori a volte ci sembrano severi e ingiusti, così può sembrare Dio, ma in realtà bisogna guardare la situazione sempre da più punti di vista. A volte, infatti, sono i nostri comportamenti a portare conseguenze che noi non ci aspettavamo.

A tuo avviso, in cosa il servizio di catechista è carente? Cosa si potrebbe fare per migliorarlo?

In realtà, il catechismo è spesso visto da noi catechisti come un’ora supplementare di scuola e dai bambini come un’ora in cui fare chiasso indisturbati. Invece tutto dovrebbe essere riportato al confronto, all’approfondimento, a un aiuto, che alcune persone offrono ai genitori, che sono i primi catechisti dei propri figli. Per migliorare occorre ripartire da noi catechisti. Noi per primi dobbiamo trovare il modo migliore di rapportarci con i bambini affinché questa ora sia veramente costruttiva e porti i suoi frutti anche nel corso degli altri giorni e della domenica e non degeneri nei due eccessi. Nell’educazione alla fede dei bambini la famiglia svolge un ruolo centrale.

Cosa fate o cosa potreste fare per sostenere le famiglie in questo cammino?

Secondo me il catechismo incentrato sul confronto, sull’approfondimento, sull’aiuto è un buon supporto per la famiglia. Il problema è che in questo momento della storia non è facile ristabilire la convinzione che il fulcro dell’educazione alla fede per i bambini è proprio la famiglia. Molto spesso le famiglie non vogliono essere sostenute in questo cammino, ma vogliono proprio essere sostituite, come se la fede sia materia di catechismo e basta. Per questo è importante partire dai bambini, perché se riusciamo a trasmettere loro questo, saranno poi essi a farne prendere coscienza la famiglia stessa.

Che cosa pensi del fatto che molti ragazzi, raggiunto il traguardo del Sacramento della Confermazione, si allontanano la Chiesa?

Questa è la vera conseguenza del non riuscire a trasmettere che la famiglia è una piccola Chiesa domestica e come tale è fondamentale affidarsi a Dio. Quindi è un po’ il fallimento di noi catechisti, ma anche di noi genitori, che forse per primi non riusciamo a dare il giusto esempio perché per primi non ci affidiamo totalmente a Dio e quindi non possiamo trasmettere ciò che non viviamo.

Credi che nella catechesi attuale dovrebbe cambiare qualcosa?

Secondo me il vero interrogativo è: cambiare qualcosa nella catechesi o cambiare qualcosa in noi stessi? In entrambi i casi la domanda ha una risposta impegnativa perché sicuramente la catechesi va rivista, ma si può rivedere solo nel momento in cui c’è la volontà di cambiare una mentalità, perché noi tutti ci siamo allontanati da Dio, perché dedicarci a Lui, significa tralasciare qualcosa del nostro mondo. •

Francesca Gabellieri

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