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MEDJUGORJE A CORRIDONIA

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vickaÈ domenica (1 settembre). Un po’ di relax. La televisione trasmette un bel film. C’è Vittorio De Sica, impareggiabile maschera del conquistatore audace e fantasioso ma timido, galante insidiatore ma onesto, fingitore insuperabile di retoriche deliziose finzioni (“Oh!, mai provai e incontrai quell’amore che rende gli uomini poeti, eroi, santi, navigatori!”); c’è Tina Pica, anche lei impareggiabile maschera nel ruolo pratico della disincantatrice, che del primo tronca gli amorosi voli pindarici: “Navigatore, è arrivata la tua divisa”. C’è la migliore Sofia Loren. Mentre tutto ciò sto godendomi, mi raggiunge una telefonata: vieni, nella zona industriale di Corridonia c’è un incontro con Vicka, la veggente di Medjugorie.

Esito: sto così ben tranquillo, è già mezzo pomeriggio, perché immettermi in un disagio? Sì, perché andare a Corridonia, ora, non sarà grande, ma è certo un disagio. Poi d’un tratto: andiamo! La zona industriale di Piediripa è un oceano, sebbene ordinato, di auto e di autobus. E adesso dove parcheggio? Ma inaspettatamente un posto viene lasciato libero e posso accostare la macchina. Recita la legge di Murphy applicata ai parcheggi: se si libera un posto, e tu stai per arrivare, c’è sempre uno che arriva prima di te. La violazione della legge di Murphy mi dà l’impressione di una qualche preferenza nei miei riguardi. Della sorte, quantomeno. I tutori dell’ordine: carabinieri, vigili, volontari della protezione civile si mostrano gentili, accoglienti, garbati, come se si sentissero osservati. Dall’alto? Quantomeno diversamente dal solito. Da più in alto del solito? Chissà!

Due passi e siamo nel raduno. Uno spazio quanto uno stadio ben pieno sul manto erboso, e anche ben rappresentato su curve e tribune. Intendo uno stadio grande più o meno come il nostro, a Fermo. Forse sette-ottomila persone. Mi aspetto di vedere gente bigotta, grenouilles de bénitier (rane d’acquasantiera), pinzochere. Macché: gente normalissima, adulti, giovani, ragazzonni e ragazze nel pieno della loro florida primavera, e mostrata anche. Come dappertutto. Tante giovani coppie con bambini svolazzanti qua e là lungo i vialoni sicuri, almeno per una volta.

Niente di singolare, niente di ottusamente devozionale, l’allegria però tanta, un’orchestra di mani, di ombrelli per ripararsi dal sole, ombre di canti. Vorrei pensare che siano degli illusi, dei creduli; ma, in tutta onestà, non posso. Cioè non riesco a credere che siano vittime di un desiderio. E poi in virtù di quale logica potrei farlo? Che quello in cui sperano non può essere? E perché? Perché non può essere. Non mi piace questa logica che rifiuta basandosi solo sul rifiuto. Che logica è? Strano: ieri sera, per essere stato un paio d’ore nell’orto, e con il cappello bianco, ho sentito i segni di un bagno di calore; qui non ho cappello, il sole è senza riparo, ma non avverto nessun fastidio, provo anzi una pallida sensazione di benessere. Il celebrante tuona contro i potenti che saranno detronizzati. Chi ti credi di essere, tu che dici di avere il dito sul grilletto? Non sei nessuno!

Parla della schiavitù a cui è assoggettato il mondo sotto il pugno di ferro del grande dittatore: la schiavitù della guerra che comincia con la divisione del patto familiare, nell’incapacità disperata di mantenere fede all’amore che l’uomo e la donna si promettono e si scambiano. E, a partire da questa diffusa infedeltà, cita in giudizio tutte le altre infedeltà, accese da fate morgane e miraggi di false emancipazioni, che illuminano di luce sinistra la convivenza nella città dell’uomo. Si accalora contro la schiavitù della superbia, del sesso, del possesso sfrenato e opprimente dei beni materiali, dell’apparenza, del potere. Beati gli umili che saranno esaltati, beati coloro che assaporano la genuina libertà di essere fedeli, beati i promotori di pace, beati i miti, beati i misericordiosi, beati i poveri fin nello spirito, che sanno di avere tutto. Beati coloro che amano. Il futuro è loro, quando i regni odiosi dell’odio e del vizio saranno travolti. Dio non è uno tsunami: Dio è Amore.

I regni saranno travolti perché non si reggono su nulla, anzi si reggono sul nulla, cadranno da sé, crolleranno, magari con fracasso e boato; ma crolleranno. Re(si)sterà e germoglierà la primavera di ciò che ha radici e humus nell’Amore. Un discorso che non fa una piega. Anzi. Non trovo strumenti logici per contestarlo, anzi mi sommergono strumenti dialogici per sostenerlo. Utopia? E perché? Perché non può essere? Siamo seri, piuttosto, e cominciamo a liberarci da tante catene! È la prima volta che prendo diretto contatto con il “fatto” di Medjugorie. Non che non ne sapessi nulla prima. Da quando è iniziato, prima che nella ex-Jugoslavia finisse il titoismo, quando sembrava ancora verdeggiare la gerontocrazia nell’URSS con la sua ideologia e antropologia dell’homo perennis mutato così, solo per una magia rivoluzionaria, violenta oltretutto e opprimente, in qualcos’altro di migliore – improbabile mutazione intrastorica e socialeconomica; da quando è iniziato, dico, l’ho seguito da lontano con un misto di “curiositas”, di dubbiosità, di speranza, di inquietudine, di attesa. Ampi ragguagli mi forniva Pietro Iacopini, all’epoca mio assistito – ora è a Collevalenza –, un laico fervoroso e indaffarato, buon calciatore in gioventù, ingaggiato da Madre Speranza.

Fan della prima ora del “fatto” Medjugorie, mi narrava tutto, mi raccontava della sua amicizia con i veggenti, mi regalava volumi di foto, certo, anzi certissimo, dell’autenticità di quanto accadeva. E proprio Pietro Iacopini vedo ora aggirarsi sul palco della celebrazione, con la sua maglietta a righe di sempre, immutato nei decenni, felice e ilare come può esserlo chi sa già di avere in tasca un biglietto di sola andata per il cielo. Dopo la messa l’adorazione e la benedizione eucaristica; dopo la benedizione Vicka ci regala la sua preghiera, proiettata, come tutto il resto, su due maxischermi. All’improvviso, guardando verso l’alto, il suo volto, semplice e scarno e luminoso, sorridente e schietto, si illumina ancora di più, sparisce l’ “audio” di ciò che dice – ma non è un trucco – e lei precipita in ginocchio, mentre parla e dialoga con “qualcuno”, o almeno con un punto, dal quale non distoglie mai gli occhi: direzione fissa, senza oscillazioni di mira, mantenuta per circa un quarto d’ora.

Chissà che dice, ma parla come parlerebbe un bambino con la mamma, come un innamorato con la sua innamorata. La sua facies è espressiva, altamente espressiva, la mimica è quella di una persona che ascolta e risponde, che si adatta di momento in momento a ciò che viene ascoltato e risposto. Sono abituato a osservare la mimica dei volti, ormai da trentacinque anni: la mimica del folle, dell’allucinato, dell’illuso, del paranoico, del delirante, del depresso, dell’esaltato, del megalomane, dell’addolorato, del sofferente, del preoccupato, dell’angustiato, del soddisfatto, del rassicurato: della gamma, insomma, degli stati di malessere o di benessere fisico e psicologico.

Non pochi gli episodi nei quali la mimica mi ha consentito la diagnosi immediata. Una volta una signora mi fa: ho un dolore qua, sullo sciatico. Hai uno zoster, rispondo. Verifichiamo. Verificato. Come hai fatto? Me lo ha fatto capire l’espressione della tua faccia. Con questo che voglio dire? Che sono in grado di certificare che Vicka ha parlato con qualcuno, addirittura con la Vergine Maria? Come faccio a saperlo? Dico che la sua mimica è stata naturale, spontanea, dico che un monologo del genere – se monologo è stato –, e per di più senza “audio”, non sarebbe stato possibile a sostenersi nemmeno da un Verdone o da un Gigi Proietti – e credo che oggi non vi sia un maestro di teatralità più grande di quest’ultimo. Che dico, dunque? Quidquid recipitur ad modum recipientis recipitur, recitavano i medievali: qualunque cosa venga recepita, viene sempre recepita al modo di colui che la recepisce. Starei più tranquillo, forse, se potessi dire che Vicka non ha parlato con la Madonna. Ma, in tutta sincerità, non posso concluderlo. Se lo facessi, mentirei a me stesso.

Se voglio essere onesto, non posso negare un dialogo tra Vicka e Maria. Dovrei dar retta al solito noioso bla-bla che Maria non può parlare perché non esiste, e che non esiste perché non può esistere, bla…bla… E che ti ha detto, Vicka? Molte cose solo personali, ma ha anche detto: voglio bene a tutti voi, vi benedico tutti, se volete la pace pregate in famiglia. E mentre si snodano queste conclusioni, nella mia mente risuona: “Vergine Madre, figlia del tuo Figlio, / umile ed alta più che creatura, / termine fisso d’etterno consiglio; / tu se’ colei che l’umana natura / nobilitasti sì che ’l suo Fattore / non disdegnò di farsi sua fattura”. Tu sola “nobilitasti sì”, altro che gli insigniti della terra, fossero anche premi Nobel o senatori a vita, o cavalieri o scienziati o imprenditori o avventurieri o governanti o esploratori. Ora, se vuoi, prendimi per mano e dal tranquillo stato di peccatore fammi passare per l’inquieto guado della conversione. Se vuoi, e tu “puoi ciò che tu vuoli”. •

Giovanni Zamponi

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