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Per una logica del dono: restituire e reintegrare

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foto anffas articolo raimondo 1Il concetto di volontariato implica quello di servizio e per noi cristiani il servizio è sempre agganciato alla fede. L’amore verso il fratello che ci muove non può prescindere dalla nostra scelta cristiana e deve essere ancorato alla Parola in cui cercare le risposte alle domande che la vita pone. Nel mio specifico la vita ha scelto per me un percorso come genitore di un figlio tetraplegico che vive da sempre in carrozzina. Insieme ad alcuni capi scout di Civitanova, negli anni ’90 ho iniziato un intervento di animazione nella locale Anffas.

Da cosa nasce cosa, e l’iniziale servizio prestato nell’associazione è diventato quasi un secondo lavoro, ovviamente a livello di volontariato, che ha coinvolto insieme a me tanta altra gente di buona volontà. Allo stato attuale l’Anffas ha costruito una nuova casa famiglia e dà risposte sulla diversa abilità a più di 50 famiglie. Certo non tutto il lavoro è svolto dal volontariato, ma anche chi, dopo anni di volontariato, si è costituito in cooperativa per gestire le attività educative, continua a lavorare con lo spirito altruista del volontario a cui spesso non serve nemmeno chiedere, perchè per sua sensibilità sa farsi carico di ciò che serve. In questa mia riflessione sull’esperienza del volontariato che sto vivendo quattro sono i punti nodali che sento di voler condividere con voi.

Ritornando alla scelta cristiana che fa da paradigma alla mia vita, un primo spunto di riflessione mi porta a focalizzare l’attenzione sul volontariato come apostolato. Se per apostolo intendiamo il testimone diretto della vita vissuta da Cristo, il volontario cristiano è innanzitutto un apostolo che, come spesso insiste papa Francesco, fa parlare il vangelo con le opere prima che con le parole. La sua esperienza dell’amore di Cristo morto e risorto lo porta a favorire l’aggancio tra uomo e Dio, attualizzando ciò che Giovanni scrive nel suo Vangelo: “Io sono la vite e voi i tralci, chi rimane in me porta molto frutto , perchè senza di me non potete fare nulla”. Essere tralci, ci spiega Paolo, significa “avere gli stessi sentimenti che furono di Gesù”.

Il volontario perciò rimane collegato all’esperienza vitale di Cristo attraverso la preghiera. Ernesto Oliviero ci dice: “Tutta l’opera febbrile del Sermig si nutre di preghiera, se non c’è preghiera costante , l’attività degenera e diventa sterile, approdando a puro protagonismo e cura di sé”. Nella mia esperienza di volontariato un altro punto nodale è la realtà della famiglia come cellula della nostra società. Nell’esperienza dell’Anffas la famiglia è centrale per la gestione dei figli e la gestione del centro è attuata dalle famiglie dell’Anffas con spirito familiare. Certo le nostre sono spesso famiglie sofferenti, ma ancor più sono famiglie redente, famiglie che hanno trasformato in risorsa ciò che a tutta prima si è presentato come problema. Non tutte le famiglie dell’Anffas sono cristiane, e nessuno si è mai sognato di porre discriminazioni in tal senso, ma a quelle che si riconoscono nella fede cristiana è chiaro che la loro testimonianza incarna l’annuncio dell’amore fedele e reciproco tra Cristo e la Chiesa.

La Famiglia con soggetti disabili in casa, vive una grande sofferenza. La nostra esperienza come associazione ci insegna la dura realtà della sofferenza nel gestire figli gravemente disabili ma anche quella di non poter predisporre per loro un futuro sicuro. Ci insegna però anche a sottolineare nelle scelte delle vita alcuni principi fondamentali come l’essenzialità, la solidarietà, la gratuità, l’impegno, il saper gioire dei piccoli traguardi raggiunti, il perdono, la coesione. E arriviamo con questo al terzo punto nodale che riesce a vedere la sofferenza come una grazia di Dio. La sofferenza non è un bene di per sé, un fine da raggiungere, ma è presente nell’esperienza di ogni vita; è un mezzo attraverso cui si cresce, si matura, si impara a dare una giusta direzione alla propria vita. Vivere nel volontariato l’esperienza della sofferenza significa farsi creta morbida nelle mani di Dio che si manifesta anche con le prove e così, come riconosce Giobbe, la polvere e la cenere in cui lui giaceva come luogo di umiliazione e di prova, diventano luogo di pentimento e di conversione dando origine ad una nuova vita di relazione dove l’esistenza vale più della salute.

L’ultimo punto che vorrei focalizzare è quello relativo al rapporto con la cooperativa “Il Camaleonte” a cui abbiamo demandato il compito di assistere ed educare i nostri figli. La nostra “azienda” è intesa come una comunità di persone e non ha scopi di lucro. I rapporti con la cooperativa sono improntati alla professionalità, al giusto compenso, alla condivisione delle responsabilità, e infine nell’appartenenza alla realtà dell’esperienza Anffas. Diceva Madre Teresa di Calcutta: “Quel che conta non è ciò che facciamo ma l’amore che mettiamo nei nostri atti, perché questi atti sono il nostro amore di Dio messo in pratica”. È con questo spirito di appartenenza e di condivisione che i volontari e gli operatori si accingono a iniziare la costituzione di una Cooperativa di tipo B che darà lavoro a giovani disoccupati motivati e a persone svantaggiate con attività di trasporto, lavanderia, manutenzione, pulizia, legati alla Casa Anffas. Lo spirito è quello di cui parla Olivero quando si riferisce allo stile di vita di restituzione cioè alla necessità di restituire quello che per noi è superfluo e di reintegrare quello di cui noi abbiamo abusato. E questo è in essenza l’ idealità e lo stile di vita del volontariato cristiano che in spirito di servizio si mette a disposizione dei bisogni che incontra per restituire all’uomo la fiducia nell’uomo. •

Sergio Ardito

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