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Un Dio che abbraccia

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samaritanaRispose Gesù: «Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; ma chi beve dell’acqua che io gli darò, non avrà mai più sete, anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna». «Signore, gli disse la donna, dammi di quest’acqua, perché non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua». Le disse: «Và a chiamare tuo marito e poi ritorna qui». Rispose la donna: «Non ho marito». Le disse Gesù: «Hai detto bene “non ho marito”; infatti hai avuto cinque mariti e quello che hai ora non è tuo marito; in questo hai detto il vero». (Gv 4,13-18)

Una malata. Il Divino Medico. Se io dicessi a un assistito: guarda che, se non smetti di fumare (peccato), ti colpisco con un tumore polmonare o con una cardiopatia ischemica o con un ictus (sanzione), probabilmente finirei sotto le mire sempre oculate di qualche buon psichiatra. Tuttavia in noi è troppo radicato il senso della sanzione, della vendetta – che non è originariamente violenta e crudele ritorsione, ma garanzia di stabilità e di ordine. Dentro di noi c’è un fuoco che si attizza a ogni infedeltà, si incendia infine e chiede sangue, chiede morte; chiede l’appagamento di quell’istinto venatorio che ci portiamo fin dentro i palpiti più reconditi della nostra biologia. È vero, peraltro, che noi non siamo in grado di sopportare, cioè di reggere il peso, e quindi di tollerare, se non fino a un certo punto, le offese, le ingiustizie, le aggressioni, le irregolarità.

Non è solo una questione di insufficiente disponibilità al bonum in assoluto, è anche una questione di sopravvivenza, di scanso di soccombenze di fronte ad atti di prevaricazione. È il limite del nostro essere che non sa e non può essere amore assoluto, donazione senza limiti, perdono senza frontiere, accoglienza senza barriere. Proviamo a immaginare che nostra moglie ci tradisca (o il marito per chi è moglie): per quanto possiamo essere ragionevoli, buoni, illuminati, forse anche santi, non potremmo mai evitare una ferita profonda, una lacerazione, una rottura di cuore, e alla fine una cicatrice, se pure ha luogo e se la ferita non continua a sanguinare.

La nostra capacità di amare non è infinita, il territorio che sta oltre, o prima, è un territorio di odium (odi et amo, cantava Catullo) molto più vasto e adombrante; un territorio al quale amore deve strappare spazi, faticosamente, sempre più faticosamente. Se fossimo, invece, capaci solo di amare, il tradimento di nostra moglie sarebbe un’occasione per esercitare ancora meglio tale nostra infinita facoltà, la quale anzi avrebbe quasi bisogno di tali tradimenti per poter rifulgere in tutta la sua bellezza. Ecco perché si fa più festa in cielo per un peccatore che si converte. Ecco perché il bel pastore si mette in cerca della pecora smarrita, che tutto è meno che buona e santa. Ecco perché Dio non sanziona ma cerca, non punisce ma salva, non minaccia ma lamenta e si accora. Dio è l’amante e il medico dalle infinite capacità d’amore e di potere, e grida: lascia che io ti possa amare! Lascia che ti possa guarire! Noi, questo, non possiamo capirlo, perché i nostri occhi mortali non sopportano se non lumicini d’energia d’amore.

La luce e il calore di Lui ci incenerirebbero. Per i cristiani nella storia è stato sempre arduo, a volte massimamente arduo, testimoniare con risorse e strumenti umani, limitatissimi e sgangherati, il fuoco dell’amore divino. Non di rado sono (siamo) stati capaci di attenuarlo talmente da quasi spegnerlo, o almeno ce l’hanno (abbiamo) messa (quasi) tutta. È così, inutile negarlo, è quasi impossibile far filtrare l’amore dell’infinito medico attraverso le maglie di ferro del censore, dell’inquisitore. D’altra parte, i motivi di restrizione e di cautela non sono nemmeno tanto peregrini: occorre disciplina, occorre ordine dottrinale e morale; occorre evitare scandali. È giusto. È l’antinomia tra l’infinito e il finito. È l’aporia, l’impossibilità di procedere, se non abbandonando uno dei due poli. E si abbandona il più difficile da trattenere: l’infinito. Affermo un’eresia, ma spero di non ardere su una catasta di legna.

Il problema degli irregolari, quanto a unioni sesso-attive, dal punto di vista di Dio è assai diverso da come lo vediamo noi. Lui si pre-occupa del cuore, noi siamo costretti a pre-occuparci della regola. Non se ne viene a capo. Gesù va dalla Samaritana, si presenta, si dona, è fonte di novità divina. Lei non può chiamare suo marito perché ne ha avuti cinque (non saprebbe quale chiamare). E noi ora, con i nostri esegeti, stiamo a disquisire se si trattasse davvero di mariti o di titolari di altre vaghe unioni di fatto. Il Signore non ha bisogno di regole pastorali, canoniche per rigenerarla. Noi, a forza di regole, a forza di diritto canonico, a forza di preoccupazioni pastorali, abbiamo tentato di tenere queste persone lontane dal Messia che vuole incontrarle.

Tutto fatto, ovviamente, a fin di bene, al fine di evitare scandali e cattivi esempi. Accogliere va bene, ma guai ad accreditare l’idea di lassismi morali. Forse burocratici? Non si può fare diversamente, e lo so. Si possono creare occasioni ridotte, minori, per l’incontro con Cristo. Soprattutto non alla fonte o al pozzo, ma ben lontani: Lui di là, tu di qua, e con una bella linea di demarcazione. Sarà poi Lui a trovare le Sue vie. Non sono più affari nostri, di noi che dobbiamo pur far rispettare delle norme. È tutta, tutta, tutta, e sempre e solo buona fede, senza un minimo granello mai di ipocrisia, di perbenismo? Dubbi su dubbi. •

Giovanni Zamponi

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