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Dire la buona novella a una terra al plurale: camminare insieme!

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convegnoCosa rimane di una kermesse di tre giorni in cui si sono incontrati più di 700 persone, marchigiani, cristiani, cattolici, e non solo? La risposta non saprei darla in maniera definita. E forse questo limite potrebbe essere l’incipit di una improbabile serie di punti programmatici che il convegno stesso potrebbe partorire nell’immediato futuro. Partirei innanzitutto dalla fine della domanda: “cattolici, e non solo?”.

Sono intervenuti rappresentanti di fede ebraica, islamica e cristiani delle chiese ortodosse e della riforma; alcuni di loro hanno preso parte in modo attivo alle varie sessioni di lavoro del convegno. Ha destato un certo meravigliato entusiasmo vedere alcuni “Pope” aggirarsi ed intervenire nei laboratori.

Tuttavia, quel “non solo”, ritengo sia interpretato anche da altre persone che hanno “girato” intorno al convegno. In particolare, rilevo tra i saluti iniziali, che in taluni casi sono stati di squisito carattere convenevole e ridondante, spicca l’intervento del Magnifico Rettore dell’Università di Ancona che ha sottolineato la necessità di riprendere con impegno e pazienza a lavorare per una cultura attenta alla persona, alle sue necessità e ai suoi desideri, alle sue speranze e alle sue gioie. Con riferimento ai giovani, ha espresso la necessità che non si smetta mai di operare per far crescere in loro la speranza di un mondo nuovo di cui essere protagonisti. Essendo tra i pochissimi a non aver fatto riferimento ad alcuna fede personale e senza specificare aderenze confessionali di alcun genere, ha tuttavia colpito per la genuinità della sua passione verso le nuove generazioni e per l’emozione che ha lasciato trapelare nel parlare di un impegno incondizionato alla ricerca del senso più profondo dell’uomo.

Significativa è stata la battuta del Card. Bagnasco che lo ha definito “quasi un neofita” ed è stato immediato il rimando al prossimo Convegno Ecclesiale Nazionale che si svolgerà a Firenze e che avrà per titolo: “In Gesù Cristo il nuovo umanesimo”.

Un secondo aspetto che vale la pena di sottolineare emerge dallo spettacolo che è stato proposto la sera del venerdì al teatro delle Muse di Ancona in cui, più di 30 giovani provenienti dalle varie diocesi marchigiane, hanno messo in scena uno spettacolo in stile musical dal titolo: “In memoria di me”. Sulla scorta di una sapiente e competente sceneggiatura hanno interpretato un dialogo tra i vari personaggi del vangelo e i quattro evangelisti in una narrazione di storie personali che tentano di interpretare la figura di Gesù a partire dal loro incontro con Lui. La qualità interpretativa denota lungo impegno e costanza nella preparazione. Ammetto una certa meraviglia nel vedere tanta bravura di gruppo e affiatamento per via del fatto che siamo abituati a sentire di un mondo giovanile che si ritira in ambiti sempre più esclusivi e che non sembra capace di uscire da un’interpretazione individualista della vita. È stato certamente un aiuto ed un incoraggiamento ai giovani che hanno preso parte al convegno, anche se non erano tantissimi gli under trenta e forse un po’ intimoriti, ma soprattutto una dimostrazione di vitalità e nuova originalità del mondo giovanile che dà speranza anche al mondo adulto.

Un terzo aspetto saliente da rilevare è lo stile del convegno che, di fatto, è iniziato da più di un anno, con il lavoro del comitato preparatorio, a cui hanno fatto seguito i percorsi di analisi e sintesi, che hanno condotto allo studio delle prospettive, fatti dalle singole Diocesi marchigiane. Ed infine la preparazione e lo svolgimento del convegno vero e proprio. Il filo rosso che ha percorso questo tempo è stato quello del “camminare insieme” di tutti gli attori. Dai vescovi fino ai laici, dai presbiteri ai religiosi, dalla Conferenza Episcopale Marchigiana al Consiglio pastorale della più piccola parrocchia, tutti hanno avuto l’occasione di fare insieme un tratto di strada, più o meno consapevoli che su questa strada avrebbero incontrato Qualcuno che avrebbe infiammato ancora i loro cuori.

La dinamica, dall’incontro orizzontale tra i vari livelli della lunga fase preparatoria, si è evoluta man mano al rapporto verticale che ha raggiunto il culmine nei tre giorni di Loreto dove abbiamo vissuto un’esperienza di dialogo reciproco tutti, Vescovi e delegati, giovani e adulti, laici e ordinati. La fatica dei ritmi serrati di lavoro è stata certamente ripagata dalla gioia provata nel vivere insieme tutti i momenti del convegno. Anche l’esiguità del tempo, che ha compresso il desiderio di poter portare contributi di natura più ampia e circostanziata, è stata accolta con spirito costruttivo. Infatti in quasi tutti i laboratori (ventiquattro in totale) è emersa la necessità di non far cadere la ricchezza dell’incontro e del lavoro svolto. In qualcuno di essi si è anche proposto di costituire una commissione regionale permanente per approfondire lo studio, la conoscenza e il confronto sul tema di lavoro per poter creare degli strumenti utili a tutti attraverso una comunicazione efficace e partecipata.

L’ultimo aspetto su cui vorrei soffermare l’attenzione è quello di un salto di qualità, di una crescita e maturazione dello spirito ecclesiale che è avvenuto, quasi accaduto, in questi tre giorni. Uno spirito caratterizzato da un inizio con tante individualità che hanno teso a sottolineare la peculiarità della propria storia e della propria geografia e da un accadimento sulla via che ha fatto vivere l’esperienza di essere una cosa sola, tanto bella per la molteplicità delle forme della fede vissuta, quanto bisognosa di legarsi reciprocamente nella sostanza per essere ancora generativa di quella fede. Nei laboratori abbiamo sperimentato, proprio a partire dalla difficoltà di arrivare ad una sintesi, dalla fatica di stare nei tempi, dai limiti delle nostre capacità e possibilità, la bellezza della necessità di una carità reciproca. Siamo arrivati tutti con la convinzione di fare un percorso di con-divisione (in cui eravamo disposti a mettere insieme un po’ del nostro) e ci siamo accorti, cammin facendo, che ci stavamo chiedendo di più. Stavamo vivendo la necessità della comunione.

La bellezza di questo momento, la gratitudine nel sopportarci a vicenda, la ricchezza scoperta nella storia altrui, ci rivelava la preziosità di un Pane spezzato che ancora una volta ci viene donato gratuitamente. Di fronte alla disillusione e all’abbrutimento del pensiero dominante che è capace di rapire quotidianamente i nostri fragili pensieri è, forse, questa l’unica Speranza che ha il potere di salvarci. •

Francesco Fioretti

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