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Con quale memoria?

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numero 8“Noi, in un’occhiata, percepiamo: tre bicchieri su una tavola. Funes: tutti i tralci, i grappoli e gli acini d’una pergola. Sapeva le forme delle nubi australi dell’alba del 30 aprile 1882, e poteva confrontarle, nel ricordo, con la copertina marmorizzata di un libro che aveva visto una sola volta, o con le spume che sollevò un remo, nel Rio Negro, la vigilia della battaglia di Quebracho”. In una mia ipotetica classifica degli scritti umani, dopo il Libro dei Libri (che forse del tutto umano non si può definire), si siedono, alla sua destra e alla sua sinistra, su due gradini inferiori, la Commedia del Vate fiorentino e due raccolte di scritti fantastici, l’Aleph e Finzioni, di Jorge Luis Borges.

Da un racconto della seconda è tratto il brano in epigrafe. Vi si narra di un uruguaiano, Ireneo Funes, che ricorda tutto. Non che ricorda bene alcune cose o che ricorda meglio degli altri, ma che conserva con esattezza fotografica tutto ciò che vede e tutto ciò che immagina, anche nei sogni, senza differenza tra visioni importanti e banali. Memoria e oblio. La memoria è, per noi (quasi) come per Funes, privilegio e condanna. Così l’oblio. Dimenticare significa, prima di tutto, selezionare. Significa lasciare che il ricordo del dolore, della perdita, scorra via sotto il ponte della nostra vita, impedendogli di ferirci ancora. Questo è l’oblio di grazia, come quello del sacramento della confessione, nella quale il Dio della Memoria dimentica e perdona. Anzi ricorda, ma solo quel poco che abbiamo fatto di bene. Anche la storia seleziona e dimentica.

Quanti scritti, statue, quadri, quanto inutile ciarpame scompaiono nel grande fiume del tempo, nel quale, quasi come naufraghi, sopravvivono solo alcune opere, che la tradizione – etimologicamente ‘il passaggio di mano in mano’ – conserva e ripropone. Così anche per i nostri borghi. Perché quelli antichi sono più belli? Perché amiamo Offida e non, per esempio, Latina? Perché Roma e non Indianapolis? Perché la lenta mola del tempo ha lavorato su Offida, su Roma, più che su Latina o Indianapolis. Scartando il superfluo, il brutto, il contingente, conservando l’utile, il bello, il necessario. Non sempre, purtroppo, tutto ciò che meritava ha superato le dighe del tempo, ma spesso sì: le nostre borgate ne sono l’emblema. Immediato.

Basta guardare da lontano un paese qualunque delle Marche: ha una corona bellissima, il centro vecchio, e una periferia anonima, talora orrenda, che speriamo destinata al crogiuolo dell’oblio e della consunzione. Dimenticare però può anche essere condanna, come quando è cancellare solo in apparenza: il rivo del dolore non scompare, ma si inabissa, come un fiume carsico, e continua a lavorare nei meandri del subconscio. In questi casi più che dimenticare sarebbe necessario purificare la memoria, prima richiamandola, poi affidandola a Chi, unico, sa sanare anche il nostro passato. Ma è grazia anche la memoria. Specialmente quella cristiana. La memoria, insegnano i maestri spirituali gesuiti – quindi anche questo geniale Pontefice – è il primo strumento di crescita spirituale. Posso procedere sulla strada di Dio solo se ricordo cosa Lui ha fatto per me.

È l’esperienza del deserto dell’Esodo: il popolo può camminare nella desolazione del nulla, della privazione solo richiamando alla memoria il Mar Rosso. Lì ha visto operare il suo Dio, da lì può nascere la fede. La memoria deve essere anche questo, deve essere memoriale. Perché ogni giorno, più volte e in quasi ogni luogo della terra si riproduce la liturgia di Passione, Morte e Risurrezione del Cristo? Perché Lui ci conosce, sa che per noi fare memoria di Lui è rendere presente la Salvezza, ma sa anche che la nostra memoria richiede alimentazione costante, quotidiana. Perché Lui ricorda tutto, noi ancora no. Almeno finché, come suggerisce Borges quasi in conclusione del racconto, anche noi, definitivamente, entreremo nella, sempre attuale, sempre presente, Memoria perfetta di Dio. “Il fatto è che viviamo ritardando tutto il ritardabile; forse sappiamo tutti profondamente che siamo immortali e che, presto o tardi, ogni uomo farà tutte le cose e saprà tutto” (J.L. Borges, Funes, o della memoria). •

Marco Caldarelli

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