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Poesia come gioco

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alvaro_valentiniSi sa che i poeti hanno a cuore la loro ispirazione e, semmai, un’interpretazione metafisica che ne valorizzi le esperienze trascinate in poesia: nel caso di Alvaro Valentini, il più illustre dei nostri poeti, il motivo ispiratore è la tragica morte sul lavoro del padre e l’incertezza di tutti i fatti che ne derivarono.

Però non è del Valentini maggiore che qui vogliamo parlare, ma di un poeta ironico, amaramente ironico, che tuttavia è in grado di scherzare su sensazioni e immagini del tutto personali e – per questo – tali da essere assunte come generali. È quello che è facile rilevare leggendo Il verbo.

In principio c’è stato

il Verbo. Ma non fu la Parola,

fu il Bing Bang, il boato

del l’esplosione

che, sola,

segnò l’inizio della Creazione.

(Perciò Sant’ Agostino si chiedeva

che mai facesse Iddio nel suo profondo

fino al momento di creare il mondo.

In spazi inseminati egli taceva).

Lo dice chi se ne intende.

E di qui discende

l’idea generale

di ogni popolo adorante

che, per memoria ancestrale,

sa che il suo Dio fu sempre un Dio tonante.

E, dunque, il mondo non finirà affatto

come Eliot predice.

Sulla stessa base, di una tessitura persino più triste della precedente, l’ironia amara del poeta sfiora la morte, i morti ed il loro mistero: il nostro futuro – egli dice – è il tempo ch’essi hanno vissuto… Parole che danno da pensare il occasione della Commemorazione dei defunti che si celebra ogni 2 novembre.

Se riesci a convincerti che niente

vuoi morire, ed i morti si travestono

come ricordi o come tentazioni;

per scendere all’inconscio collettivo

un racconto di spettri è il più istruttivo.

Ciascuno d’essi, infatti, non conserva

altro che l’abitudine di vivere.

Noi lì aspettiamo a mezzanotte. E il nostro

futuro è il tempo ch’essi hanno vissuto.

Tutto è stato. Gli archetipi ci assediano

travestiti da niente. Ogni minuto

cigola l’uscio, ma nessuno è entrato.

a cura di Fabrizio Fabi

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