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Diamanti a tavola e “diamanti” dimenticati

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eremoI tartufi dei Sibillini ad Amandola sono diventati “Diamanti a tavola”. Prodotto pregiato per piatti succulenti. Altri “diamanti” nell’area pre-montana attendono invece riscoperta e valorizzazione. Se ne stanno d’un canto, dimenticati e cadenti. Stavolta, non sono prodotti della terra. Ma opere dell’uomo. Occorre camminare per trovarli, abbandonare strade percorse dalle auto e immergersi nel verde.

Lo abbiamo fatto partendo da Santa Maria a pie’ d’Agello. La piccola chiesa risale ai primi decenni del 1400. È dedicata alla Madonna del Soccorso. Sicuramente contro la peste, sicuramente per soccorrere i pellegrini che si recavano ai santuari montani: dell’Ambro e del Volubrio, o verso “l’ager gallicum”. Lo attesta l’architettura: il porticato era luogo di ricovero, e ai pellegrini si offriva l’immagine dei santi affrescati alle pareti esterne. Lo spiegano Emanuele Luciani dell’Associazione “Antichi Sentieri-Nuovi Cammini”, e Andrea Marziali, archeologo presidente della cooperativa Abaco.

Prendiamo per il diverticolo della Salaria Gallica. Il primo “diamante” dimenticato è un mulino. Una struttura fortificata, dalle solide mura. È in campagna, a due passi dalla centrale dell’Italwatt. È in completo abbandono. Arpionato dai rovi e dalle erbe infestanti. Il fascino è notevole. La struttura possente. Le bocche d’acqua consistenti, segno di un gran lavoro nei secoli. Leo Moulin, grande storico e sociologo belga, spiegava che i mulini erano il luogo della socializzazione e dell’informazione. Un tempo.

Il ponte romanico, a schiena d’asino che va su aguzza per poi ripiombare in basso, è, al contrario, in ottimo stato. Probabilmente per la protezione del beato Antonio che proprio qui tentò di sviare i briganti per poi farli cadere tutti da cavallo. Sotto, il Tenna è piuttosto gagliardo. Ma un altro “diamante” è in abbandono. Prima di inoltrarci in una specie di impensato canyon sibillinico, attraversiamo un ponte… romano. O, più esattamente, ciò che ne resta. E ne resta ben poco. Il ponte antico è andato giù. Il passaggio ora è rimediato e stretto, anche un po’ pericoloso. Le arcate hanno ceduto. Lo tenevano curato sino a un secolo fa, quando quella era la strada usuale per Comunanza. Oggi c’è l’asfalto a 400 metri. Quindi…

La nostra amica inglese guarda con attenzione. Un altro “diamante” ci attende, questo però in carne ed ossa. E positivamente presente. Superato il canyon, si cammina ancora un poco. Ed eccolo: l’eremo dell’Incarnazione con una scritta suggestiva: “Ascolta… la voce del silenzio”.

Fra’ Emanuele veste un saio grigio e cordone penzoloni. È di spiritualità francescana. Abita quel mini monastero da poco. Ha lavorato sodo insieme ad alcuni amici volontari. Vi ospita pellegrini e cercatori di senso. Coltiva l’orto e ha messo su una piccola fattoria. I cinghiali lo rispettano, le volpi un po’ meno. Ci prepara un orzo all’anice dopo aver fatto gorgogliare la pentola sulla cucina economica. La Festa delle Canestrelle passava di qua prima di giungere ad Amandola. Covoni di grano e prodotti dei campi ne ricevevano benedizione. La festa della contrada è rinata, la prima domenica di settembre. “Pace e gioia” augura fra’ Emanuele. Un’altra oasi nello sgretolamento. •

Adolfo Leoni

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