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Le originali terapie del dottore dei pellegrini

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macerata-loretoArrivammo in vista di Loreto in ora buona, credo tra le sei e le sette del mattino (o forse prima, ma poco importa). Lungo l’ultimo strappo qualcuno cedeva, colto dal malore del sonno, della stanchezza, della mancanza di “carburante”. Svenimenti non proprio, ma, come si dice, lipotimie parziali sì. Io facevo parte dell’assistenza sanitaria dislocata lungo il cordone dei pellegrinanti, responsabile di un tratto del cordone stesso. Accorrevo all’occorrenza, valutavo, facevo stendere a testa in giù, misuravo la pressione, controllavo il polso, alla fine somministravo la terapia. Ma non farmaci, bensì tre o quattro biscotti di cialde, suggerendo di farli sciogliere un po’ in bocca, prima di deglutirli.

Si dice in tutti i trattati di Farmacologia che l’alimento è il primo farmaco, e mai verità è più vera in siffatte circostanze. Tutti “rinvenivano” dopo cinque-dieci minuti. Va bene? Sì! Io allora dovevo recuperare il terreno perduto, e mi lanciavo a marcia forzata in salita per riguadagnare la posizione assegnata. Più forte degli altri? No, è che durante tutto il tragitto avevo trangugiato, con regolare cadenza, un paio di bei pacchetti di biscotti, e dunque avevo il serbatoio del carburante pieno. Mi ero anche allenato, per quella marcia Macerata- Loreto del 1987. Il mio record personale era di tredici chilometri sull’ora (correndo) e di quattro ore di marcia continua per circa venti-venticinque chilometri, nonostante un fisico a tutto programmato fuorché per la corsa o il podismo.

Accettai l’invito a partecipare rivoltomi da alcuni amici di Comunione e Liberazione, mi sentivo chiamato a sperimentare uno spirito d’esodo, cercando una stanchezza alla fine che liberasse l’anima dal peso della carne proprio facendo assaporare alla carne il peso della fatica nel seno della notte. Avevo da poco attraversato il “mezzo del cammin di nostra vita”, ma mi avvertivo ancora proteso in avanti, lo sguardo teso, nonostante tutto, ai dolci panorami dei presenti e dei futuri giorni, che amavo considerare come forieri di sorprese, di rivelazioni, di doni di segni.

Era domenica, la sera precedente ci eravamo radunati allo stadio Helvia Recina: preghiere, canti, cori, saluti augurali inviati da varie parti e da vari protagonisti, meditazione del Vescovo Tarcisio Carboni. Ebbi modo di stringere la mano a Don Giussani, e la cosa mi inorgoglì un po’, in senso buono. Poi, a un segnale convenuto, tutti via ordinatamente, verso la valle del Potenza. Noi del servizio sanitario ci scaglionammo con gli zaini forniti di tutto l’occorrente. Via via cominciò l’imbrunire e poi l’oscurità, e ci inoltrammo per strade secondarie anche strette strette, con ponticelli angusti che costringevano il cordone ad assottigliarsi e incepparsi come fronteggiando improvvisi “colli di bottiglia”. Poi cominciò a piovere, non a dirotto, ma continuativamente, per ore, per ore. Gli interventi durante le ore notturne furono relativamente pochi: qualche dolore muscolare, qualche minore distorsione.

Rammento la sosta a San Firmano e il resto della notte sugli occhi e sulle gambe. Non pregai molto. Ma si prega in tali circostanze? Ero attento al compito, a perdere terreno e a recuperarlo, ma il camminare forse era preghiera, il servire altrettanto, senza accorgermene forse avevo un po’ attraversato non lo spazio tra Macerata e Loreto, non il tempo della notte, ma lo spazio tra la terra e il Mistero, tra l’ora e l’eterno. Così pensavo mentre dall’alto della strada di avvicinamento osservavo, ormai a giorno fatto, il nastro vivente di circa due chilometri che si muoveva lento e ordinato verso la Casa di Nostra Donna. Ebbi la sensazione di un’immersione in qualcosa che mi apparteneva, ma di cui non ero consapevole, di un ritorno a casa, di qualcosa di originario.

Perché ogni vero andare è sempre un ritornare, chissà! E tornai a casa, quel giorno, con i legamenti dolenti, ma con i dolori dello spirito legati da un’ipotesi di balsamico linimento. Sono tornato, a quel pellegrinaggio, dieci o dodici anni dopo. Ma in altra veste. Mi fu chiesto di prestare il mio servizio non camminando ma attendendo: attendendo nel posto di intervento medico all’interno della basilica. Vi giunsi in auto alle cinque del mattino e dopo un po’ cominciarono ad arrivare pellegrine e pellegrini con ginocchia tumefatte, piedi gonfi, gambe atteggiate a flebopatia da sforzo, condizioni di astenia e ipotensione, tachicardia e sfinimento da stress. Eravamo diversi e facemmo del nostro meglio. Riprendendo la via del ritorno mi sentivo a posto ma non soddisfatto, non avevo sperimentato il peregrinare, mi era stato chiesto poco, in fondo, e forse l’amor proprio ne risentiva. Ma credo che quella fosse l’esperienza giusta per me in quel momento. E ora? Tendini, ginocchia e caviglie non reggerebbero alla marcia della notte, ma anche lo spirito si è fatto astenico.

I giorni che passano ormai non mi conducono più verso il futuro, me ne allontanano. Anno dopo anno il futuro è oltre ogni memoria anticipatrice e il panorama in cui ha avuto gioco la mia vita è un panorama che si sta sottraendo al mio sguardo. Progressivamente. Inesorabilmente. Qualsiasi camminare è un camminare verso il buio, verso la notte. La luce del divino è diventata l’ombra di mille domande, la certezza di un senso è insidiata dalla durezza aspra delle cose, la presenza di Dio certificata solo dal suo nascondimento. E Dio sa quanto avrei bisogno, a questo punto, di un segno o magari di un nuovo decoder. Ecco, non posso pregare per avere segni, prego che mi fornisca qualche modo per indovinarli tra gli infiniti rumori organizzati e i fastidiosi rumori di fondo. Finire confuso dalla vita non è un bel modo di finire la vita, ma forse è proprio questo il pellegrinaggio, duro, a cui ora sono chiamato. Spero di trovare le giuste cialde che rifocillino le mie forze in vista della meta. •

Giovanni Zamponi

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