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Passi di speranza

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numero 20Credo che sia partita, almeno come possibilità, nel pensiero umano, da una constatazione e da uno sblocco. L’agire dell’uomo è in larga misura sovrapponibile all’agire degli animali. Il lupo uccide, l’uomo uccide. La volpe ruba, l’uomo ruba, il leone si accoppia con harem di leonesse, il maschio dell’uomo si accoppia volubilmente con femmine a piacere. Eppure… v’è stato un “momento” in cui una presa di coscienza ha iniziato a emergere: che quella che potremmo oggi definire una fisiologia della carne (delle carni) potesse, nel comportamento dell’uomo, configurare una patologia… Ma di che?

In questa corrente di riflessione, flebile e labile inizialmente, si è introdotta un’idea che potremmo dire religiosa o filosofica in senso lato: che nell’uomo vi fosse qualcosa d’altro, qualcosa che rendeva patologiche delle forme di comportamento che negli animali si dicono fisiologiche. Una differenza, un quid che non coincideva con gli organi e le membra, una differenza che aveva a che fare, forse, con qualcosa che non coincideva con il mondo che tocchiamo, afferriamo, manipoliamo. Solo convenzioni sociali per la stabilizzazione dei gruppi? Così dicono taluni alla ricerca di spiegazioni blande e tranquillizzanti. Forse; ma a quale scopo? Non sono forse stabili i gruppi degli animali nell’ecosistema?

Non funziona: che bisogno c’era, infatti, di complicarsi la vita con regole eterogenee che avrebbero limitato, fra l’altro, quella tendenza immediata della biologia animale che è la ricerca del piacere altrettanto immediato e di un eventuale predominio basato sul semplicissimo ruolo della forza? Ci si accorse, insomma, di una libertà, di uno sblocco dell’agire verso scopi “invisibili”, difficili ma non impraticabili, ascendenti verso qualcosa d’altro e di alto. “Color che ragionando andaro al fondo / s’accorser d’esta innata libertate; / però moralità lasciaro al mondo” (Dante, Purg., XVIII, vv 67-69). Con la percezione della libertà e del senso della moralità si accese, in barlume, anche una sorta di fede, come di un “credo in qualcosa che non vedo”; e con essa anche un barlume di caritas (“non posso agire in modo ingiusto”); e con essa anche un barlume di qualcosa che apre, che spazia (sp-es), come un “luogo” e un “tempo” (o “non-luogo” e “non-tempo”?) di compiuta possibile realizzazione, una elpìs o, come dicono taluni, una voluptas ([v]elpì[d]s), un godimento anticipante di qualcosa che allargherà il nostro destino e lo allagherà di beatitudine.

Certo, la corrente del fiume della storia e delle storie sociali e individuali par trascinare tutto verso il basso dell’impaludamento definitivo. La speranza, allora, è un’energia che permette di remare controcorrente, soprattutto allorché i vortici e le rapide della vita confondono la nostra storia con l’irruenza del fiume, e non vi sono appigli apparenti e lo sfinimento del rematore è impari, da solo, contro le onde. E mi viene in mente qui la migrazione dei salmoni verso le sorgenti dei fiumi, superando con tenacia ogni difficoltà perché la vita continuamente si rinnovi.

Con Gesù di Nazareth la speranza ha assunto la concretezza di una persona vivente, e decisamente e divinamente operante, e coincide con il proposito militante di perseverare nella fede in Lui. Ai suoi il Maestro non parla di speranza, ma di fiducia: se vi fidate di me, tutto ciò che è nei vostri desideri di bellezza e di bontà e di verità è già realizzato (Io sono la Via, la Verità, la Vita). Rimane il compito, arduo talvolta, di remare contro, di credere che il vortice non ci sommergerà, di “sperare” che la rapida non ci travolgerà. Il compito di combattere contro quel naturale istinto al blocco del pensiero, all’arresto del cammino, al restringimento dello spazio. Nel canto XXV del Paradiso Dante narra la sua speranza, interrogato da San Giacomo. È un canto pieno di riferimenti “militari” e cavallereschi (barone, principe, Imperadore, conti, Chiesa militante, stuolo, il militar(e), sommo duce, palma, campo), e ciò parrebbe strano, abituati come siamo a considerare la speranza una virtù secondaria e quasi debole, magari passiva, abbandonata e reclinata e quasi impotente. È certamente un moto dell’animo che si abbandona a Dio, che è in attesa di Lui, ma non con quella passività ignava e accidiosa che par di ritrovare nel detto: “La speranza è l’ultima a morire”. “Speriamo” qui che sia la prima a risorgere.

Oggi il mondo è privo di speranza, e dunque di fede e dunque di amore. I maestri del pensiero negativo hanno facile presa e successo a dire che per l’uomo non v’è nessuna speranza, che non v’è spazio per alcuna fede degna di tale nome, che non esiste alcuna possibilità di amore e di giustizia. Lo affermano e lo diffondono, anche se in forme più contorte e complicate, anche da cattedre ben remunerate, da palcoscenici osannati. Proclamano che l’uomo è uno stupido animale e che come tale è bene che si comporti, che tanto il mondo è un oceano smorto dove la barca, come quella del poeta Coleridge, è bloccata senza remi e senza vento e senza motori, che non c’è futuro, che ogni conquista è infine una disfatta.

Sempre gli stessi signori, poi, in una gara di schizofrenie rampanti, si lamentano perché l’economia ristagna o corre impazzita, che aumentano stupri e femminicidi, che l’insicurezza dilaga, che la globalizzazione schiude solo orizzonti di sfruttamento. Dio ci ridoni la speranza, e per questo eleviamoci in preghiera; ci ridoni il camminare, ci dia la forza per superare la sindrome dell’arresto del pensiero nel cercare il senso dell’esistenza, ci ridoni la differenza che ci ha un tempo reso uomini, “Dal dí che nozze e tribunali ed are / diero alle umane belve esser pietose / di se stesse e d’altrui” (Foscolo, I Sepolcri); ci ridoni quella forza della quale parla San Giacomo a Dante come della “la virtù che mi seguette / infin la palma e a l’uscir del campo” (Par., XXV, vv 83-84). •

Giovanni Zamponi

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