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Apre gli occhi sul lavoro minorile

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donbosco2Giovanni Melchiorre Bosco, meglio noto come don Bosco (Castelnuovo d’Asti, 16 agosto 1815 – Torino, 31 gennaio 1888), è il fondatore delle congregazioni dei Salesiani e delle Figlie di Maria Ausiliatrice. È stato canonizzato da papa Pio XI nel 1934. Quando Giovanni Bosco nasce, il Congresso di Vienna si è chiuso solo da due mesi circa (9 giugno 1815). In tutta Europa imperversa la Restaurazione che non riesce tuttavia a soffocare l’anelito di libertà dei popoli.

Don Bosco attraversa tutto il Risorgimento Italiano, quello epico (1848-1861), ma anche quello più prosastico (1861- 1888). Nasce cinque anni prima di Vittorio Emanuele II (1820), cinque anni dopo Camillo Benso Conte di Cavour (1810), otto anni dopo Giuseppe Garibaldi (1807) e dieci anni dopo Giuseppe Mazzini (1805). Nel 1821, quando Giovanni Bosco ha appena sei anni, anche in Piemonte, si diffondono i malumori e le inquietudini. Sono il frutto della Restaurazione ottusa. Gli uomini della Restaurazione, arretrati e senza idea, non sono riusciti a prendere atto dei cambiamenti irreversibili portati dalla Rivoluzione Francese. Le secolari gerarchie, gli ingiusti privilegi dei nobili sono ormai insopportabili. Nessuno a Corte lo sa, ma numerose persone tra gli amici di Carlo Alberto hanno aderito a società segrete (Adelfia, Carboneria, Sublimi Maestri Perfetti). Hanno due scopi: l’indipendenza dell’Italia dall’Austria e la Costituzione. Giovanni Bosco è ordinato sacerdote dall’arcivescovo di Torino, mons. Luigi Fransoni, il 5 giugno 1841. Diventa “don Bosco”, un giovane prete che cerca la sua strada. Non è un modo di dire.

Secondo una statistica del 1838, a Torino, su 117.072 abitanti, ci sono 851 preti: uno ogni 137 persone. Troppi. Diventare prete, in quel tempo, significava rischiare la disoccupazione. La preoccupazione di tanti giovani preti è quella di cercare un posto, di iniziare una carriera. Tanti diventavano “preti di famiglia”, una specie di decoro delle famiglie cristiane benestanti, altri si dedicavano all’insegnamento, altri ancora diventavano impiegati comunali. Molti, ed era di questi che si lamentava don Cafasso, si davano alla politica e alla vita dei caffè, tra bicchierini e pettegolezzi. Don Bosco, che farà? Vuole dedicarsi ai giovani poveri e abbandonati, ma essi non sono lì sulla porta ad aspettarlo. Dopo l’ordinazione sacerdotale, molti amici si danno da fare per trovare al novello sacerdote, bravo e povero, un posto che lo ripaghi in qualche modo di tutti i sacrifici fatti. Solo mamma Margherita, abituata da sempre a centellinare fino all’ultimo centesimo, per mettere assieme il pranzo con la cena, non va per il sottile: “Se per sventura diventerai ricco, non metterò mai più piede a casa tua”.

Una famiglia di nobili genovesi lo chiede come istitutore e offre uno stipendio di lire 1000 annue. A Morialdo lo vogliono cappellano: il signor Spirito Sartoris ha legato alla cappellania una rendita annua di 800 lire. Don Bosco va da don Cafasso (1811- 1860) il quale gli chiede di lasciare qualsiasi offerta e di andare a Torino al Convitto ad imparare a fare il prete. Sembra un paradosso, ma chi usciva dal seminario non era pronto a fare il prete. Torino stava scoppiando. Nella capitale del regno sabaudo si attraversavano d’un colpo le guerre d’indipendenza e la rivoluzione industriale. A Torino quest’ultima arriva negli stessi anni in cui arriva don Bosco. Nascono le prime fabbriche, notevoli quelle di armi e divise militari in riva al fiume Dora. Con lo sviluppo delle fabbriche e dei cantieri edilizi l’aumento della popolazione è rapidissimo. Le nuove famiglie vengono tutte dalla campagna e dalle valli montane. Sono fuggite dalla miseria, ma nella nuova sistemazione soffrono come poche altre di nuove povertà. Sono misere, povere, sfruttate da persone prive di scrupoli. A farne le spese sono soprattutto i ragazzi.

La periferia nord di Torino: Borgo Dora, Valdocco e Martinetto, intorno al 1850 la popolazione raddoppia. Un giovane sacerdote, don Giovanni Cocchi, nato a Druent, due anni prima di don Bosco, in un paesino della cintura torinese, si cala nella realtà sociale ed apre in Borgo Valchiglia un ospedaletto, ma non sa organizzare la beneficenza, è un impulsivo. Nel 1840 nel Moschino, un’altra area difficile di Torino, fonda il primo oratorio torinese e l’anno successivo lo trasporta in Borgo Valchiglia. Negli anni successivi iniziò e portò a termine molte altre iniziative, ma sbagliò terribilmente quando, credendo di schierarsi con il popolo, convinse i giovani più grandi dell’oratorio a partecipare alla battaglia di Novara. Nel 1849 fonda l’Istituto degli Artigianelli, affidato successivamente a don Leonardo Murialdo, mentre lui apre una colonia agricola a Moncucco per i ragazzi sbandati mandati dalla Questura e dall’Istituto di correzione “La Generata”. “Fin dalle prime domeniche, don Bosco andò per la città, per farsi un’idea della condizione morale in cui si trovava la gioventù”, scrive Michele Rua, uno dei primi ragazzi di don Bosco. Vide “un gran numero di giovani d’ogni età, che andavano vagando per le vie e per le piazze, specialmente nei dintorni della città, giocando, rissando, bestemmiando e facendo anche di peggio” (Michele Rua, Summarium, p. 12).

Un vero mercato di braccia giovani si trovava sulla piazza del mercato generale di Porta Palazzo. Alla domenica, il mercato è chiuso e la piazza è affollata di commercianti, sensali, ragazzi in cerca di lavoro, che intanto si arrangiano facendo i merciaioli, venditori di zolfanelli, lustrascarpe. “Che cosa aspettate?”, domanda don Bosco. “Qualcuno che ci prenda a lavorare, in cantiere, a bottega o in officina”. Alcuni sono in cerca del primo lavoro, altri hanno già provato, ma sono stati scartati perché non sufficientemente forti per sopportare i ritmi di produzione. Rasentando le case in costruzione, nei giorni di lavoro, don Bosco vede “fanciulli dagli 8 ai 12 anni servire i muratori, passare le loro giornate su e giù per i ponti malsicuri, al sole, al vento, alla pioggia; salire le ripide scale a pioli carichi di calce, di mattoni e di altri pesi, senza altro aiuto educativo, fuorché villani rabbuffi o scapaccioni” (Cfr. M. Rua, Summarium, pag. 57, 58). La giornata lavorativa andava dalla primissima alba alla notte. Il vitto, a mezzogiorno era a base di polenta. Il companatico era rappresentato abitualmente da un pezzo di formaggio o dalla ricotta. Alla sera, i piccoli “muratorini” mangiavano una minestra di pasta, riso o verdura; talvolta un po’ di insalata. Il vino, riservato per i giorni festivi, lo si beveva di solito all’osteria. Molti giovani muratori erano immigrati stagionali. A sera, ritornati a casa, non avevano nessuna famiglia che li stava ad aspettare.

Convivevano a decine, e su magri salari dividevano le spese dell’affitto e della polenta in comune. Il primo che arrivava dal lavoro accendeva il fuoco ed appendeva il paiuolo con l’acqua. Il poco companatico arrivava da casa ogni quindici giorni, a mezzo del conducente che portava la sacca del pane nero e degli indumenti puliti e ritirava la sacca della biancheria sporca. Il lavoro minorile nelle officine e nelle manifatture era una consuetudine agli esordi della rivoluzione industriale. In Piemonte, i padroni, per ridurre i salari, assumevano al posto dell’operaio adulto, la donna e il fanciullo. Si ebbe così una nuova figura nel campo del lavoro: il fanciullo operaio ad otto anni. Scandalosi erano i modi di reclutamento e inumani i metodi di lavoro.

I fanciulli, i giovani operai, erano impiegati come degli adulti per tredici o quattordici ore al giorno e per sette giorni alla settimana. La tenera età, i locali insalubri, antigienici, il lavoro sfibrante e monotono, l’orario estenuante, crescevano torme di fanciulli seminutriti, anemici, quasi inebetiti dal sonno, amareggiati e ribelli. Don Bosco, nel suo oratorio, accoglierà piccoli muratori, spazzacamini, giovani artigiani e apprendisti. Vedrà pochi operai. Essi vivevano e morivano nell’officina o nelle filande. •

Raimondo Giustozzi

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