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Rinfreschiamo il Battesimo

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numero 1È un piacere offrire alcune parti inedite della visione del sacramento del battesimo che il prof. Elmar Salmann presentò nel 2004, all’interno del corso “Esperienza e credibilità della redenzione come processo e mediazione metaforici”, dato all’Università Gregoriana. Ancora oggi sono particolarmente contento di aver frequentato tra il 2004 e il 2006 quattro corsi del Prof. Salmann, un teologo allora pochissimo conosciuto in Italia, che il Prof. Giustozzi, già nel 2003, mi aveva indicato come una voce importante nel panorama teologico contemporaneo.

La riflessione di Salmann sul sacramento del battesimo prende avvio dalla fenomenologia della nascita, che si presenta, a suo avviso, come esperienza ambivalente. Da un lato, infatti, «vediamo la luce del mondo e veniamo al mondo; dall’altro, veniamo espulsi dal paradiso del tepore dell’unità ancestrale con la madre, anzi strappati: è la prima morte dentro la nascita». Tale ambivalenza si presenta anche dopo il parto. Nel rapporto duale tra bimbo e madre, in ciò che Lacan presenta come «circolo tra seno e viso, tra specchio e sguardo, tra rispecchiamento e riconoscimento ».

C’è una dinamica tra del rispecchiarsi nell’altro e del riconoscersi nel volto dell’altro. In questa scuola di sguardi e di presenze vi è «l’interruzione del padre, che viene da fuori, e rimanda ad un superamento », configurandosi come garante e tutore del bimbo. In questo modo, il bimbo impara la diversità delle strutture che contribuiscono a definire a definire se stesso e il suo mondo. Questi rapporti ambivalenti hanno bisogno, secondo Salmann, di essere espressi con categorie culturali per trasferire tale esperienza in un contesto di senso e di redenzione. In tale prospettiva, il riferimento del sacramento del battesimo interpreta e ripercorre l’ambivalenza della nascita, trasferendone l’esperienza nel contesto dei misteri cristiani. Il battesimo può rappresentare quindi «il primo atto culturale e cultuale che interpreta in modo linguistico, gestuale, simbolico, il passaggio dalla nascita al mondo culturale».

Il battesimo vuole significare, in un primo momento, che il bimbo deve essere introdotto nella «logica del dare e ricevere». E ciò, secondo Salmann, «è un punto essenziale della redenzione, che si esprime nel passaggio dall’appartenere possessivo, rispecchiante, e onnicomprensivo dei genitori, ad una co-appartenenza libera e liberante. Il bimbo esce dal nido e dallo specchio della famiglia e diventa dono riconosciuto dai genitori. In questo spazio di consegne, la vita esce dalla logica biologica per entrare in quella della cultura e dello scambio». Nel battesimo, si celebra, inoltre, la nuova libertà inedita di questo bimbo, il quale esce dalla logica del rispecchiamento familiare, e viene inserito nella vita comunitaria. In tal modo viene «riconosciuta socialmente e culturalmente la sua nuova libertà». Nel battesimo c’è l’aspetto del peccato originale.

Per una nuova cultura
della nascita e della
libertà umana.
Urge una nuova prassi
pastorale.

Con tale indicazione, secondo Salmann, la Chiesa intende ripercorrere gli abissi che intercorrono nelle dinamiche di rispecchiamento e di riconoscimento, tipici dei legami intrafamiliari. Ha, poi, il compito di rivisitare i rapporti padre/madre e figlio, «per liberare, metaforicamente, i genitori dal figlio e il figlio dai genitori », attraverso l’orizzonte salvifico del dare e del ricevere. Infine, la Chiesa, nel battesimo, agisce da “terzo”, inserendo il bimbo e la famiglia nella dinamica dei misteri cristiani. La simbolizzazione che avviene ricollega «la costellazione naturale della nascita non solo alla cultura, ma anche al paesaggio dei misteri cristiani e trinitari», dove figliolanza, spirito, paternità, non si fanno concorrenza, ma si elevano e si alimentano reciprocamente, poiché il dare e il ricevere vivono, armonicamente, in modo libero e liberante. La riflessione teologica di Salmann, innervata da costanti riferimenti al mondo del simbolo e della psicologia del profondo, dà spazio alle “esperienze al femminile”, spesso non considerate e sviluppate pienamente nella prassi pastorale. Sostenere, inoltre, il recupero di alcune forme di prossimità e di benedizione che aiutino “l’elaborazione della nascita”, e offrano spazi di riconoscimento alle esperienze personali. L’azione pastorale, infatti, ha sempre apprezzato e sostenuto quelle pratiche che aiutano la coscienza personale ad “elaborare il lutto e il dolore” (visita ai malati, visita alla casa del defunto, ottavari, trigesimi, anniversari).

La pastorale attuale della chiesa cattolica, però, davanti all’evento della nascita, all’esperienza della gravidanza e del parto, all’ampliamento psicologico ed esistenziale che vive la coppia coniugale e genitoriale, ha tralasciato forme di prossimità e di benedizione che la tradizione aveva in qualche modo elaborato. In tal senso, potrebbero essere recuperate o rivistate forme di attenzione alla nascita, alla donna in gravidanza, al bimbo appena nato, alla coppia di genitori. •

Sebastiano Serafini

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