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Dalle Filippine a Fermo: il monastero delle clarisse apre le porte a Sister Maria Jacinta Agnes

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Suor AgneseA poco più di un mese dal suo arrivo a Fermo, le sorelle clarisse del Monastero Santa Chiara ci hanno permesso di incontrare per voi Sister Maria Jacinta Agnes, per tutti Suor Agnese.
Era infatti il 23 agosto quando tutta la comunità ha accolto festante il suo ingresso ufficiale con la celebrazione eucaristica delle 9.15 celebrata da don Osvaldo Riccobelli, parroco della parrocchia Santa Lucia dove risiede il monastero, e Mons. Luigi Valentini.
A lei abbiamo rivolto alcune domande per i nostri lettori.

Come mai sei arrivata in Italia, a Fermo, proprio in questo monastero?
Sono arrivata qui dopo che una sorella, in modo particolare, mi chiese di aiutare questa comunità da tempo colpita dalla mancanza di vocazioni femminili. Con l’aiuto dello Spirito Santo ho risposto subito con gioia, anche perchè io sentivo di poter essere un aiuto in questo senso, un sostegno alla loro opera e missione, affinché fossero sempre più testimoni della presenza dell’amore di Dio attraverso il carisma di San Francesco d’Assisi e Santa Chiara.

Che tipo di comunità hai trovato quando sei arrivata?
E’ una comunità di sorelle ormai avanti con gli anni ma tutte molto impegnate nella vita monastica: la fede, la speranza e l’amore sono molto vivi in loro. La speranza è quel ponte che permette loro di giungere a Dio, la fede le assicura del fatto che questo ponte è saldo e non crollerà mai e l’amore è il solo vero motivo per cui vale la pena attraversarlo.

Hai trovato differenze con la vita monastica nel tuo paese?
In ogni paese, anche se con cultura e tradizioni diverse, la vita monastica è fondamentalmente la stessa perché ovunque seguiamo lo stesso “credo”, la stessa “verità”, Gesù vivo. La differenza sta solo nel valore dato alla chiamata dello Spirito Santo. Tutto sta nel saper scegliere uno stile di vita secondo tale chiamata e adattarlo ad essa.

Che tipo di fede hai trovato qui in Italia?
Domanda difficile. Dipende da cosa intendiamo per fede e in quale situazione ci troviamo. Ad esempio quando Gesù disse ai suoi discepoli: “E voi chi dite che io sia?”, Pietro rispose: “Tu sei il Cristo, il Figlio di Dio vivente”. Questa è una grandissima professione di fede, ma ha senso se letta nel contesto in cui viene rivolta la domanda: gli israeliti stavano aspettando il Salvatore che li liberasse dai Romani. Il semplice fatto che tu rispetti, credi e in qualche modo obbedisci al Santo Padre, Papa Francesco, è già una grande fede. Dal mio punto di vista, nel mio paese di origine, che è come un paese del terzo mondo, io posso testimoniare che la fede è sì quella che riesce a muovere le montagne, ma anche e soprattutto quella che nasce dall’immenso amore di Dio per noi. Egli è vivo nei nostri cuori. Avere fede per noi significa principalmente confidare in Dio. Se infatti Lui ci portasse sul ciglio di un precipizio, noi ci fideremmo di Lui e lasceremmo che accada una di queste due cose: o ci afferra mentre cadiamo giù oppure ci insegna a volare. Questa è la fede con la “F” maiuscola per me.

Raccontaci di te e della tua vocazione.
Ho frequentato la scuola elementare gestita da frati francescani americani, quindi conosco la vita di San Francesco già da quando ero piccola. Le scuole medie le ho fatte dalle monache domenicane, un istituto solo per ragazze, senza sapere che San Francesco e San Domenico si erano conosciuti. Quando ero piccola ero immersa nella spiritualità di Francesco e Domenico. Ma il punto di svolta è stato quando ho visto il film “Fratello sole, sorella luna”. Francesco mi ha sedotta all’istante. Poi questa attrazione si rivolse verso Dio e me ne innamorai. Pian piano divenni sempre più cosciente di questa chiamata e mi sentivo scelta in modo particolare. Me lo garantiscono le sue parole: “Tu sei mia, tu sei preziosa ai miei occhi e ricca di stima perché io ti amo” (Isaia 43). Io sicuramente non merito di essere scelta. Ma questo è avvenuto e non potendo essere frate, per ovvie ragioni naturali, ho deciso di diventare una Sorella Povera di Santa Chiara, una monaca clarissa. Era nel pieno dell’estate, il 16 luglio, festa della Madonna del Carmelo, quando la mia famiglia, alcuni parenti stretti e gli amici mi accompagnarono in monastero. Appena si aprì la porta per me, tutti loro si misero a piangere. Probabilmente pensavano che il monastero di clausura fosse come una prigione e soffrivano all’idea di non vedermi più. Il mio, invece, non era un addio a tutto e tutti, ma una chiusura con il passato, con il mondo che sentivo non appartenermi più. Era un nuovo inizio per me e per i miei cari. La mia storia di vocazione non è nulla di straordinario, ma è semplicemente una storia d’amore tra Gesù e me. Tutto quello che desidero è vive nella semplicità, amare con tutta me stessa ed essere felice.

Cosa vuol dire oggi essere una monaca di clausura?
Nell’era della tecnologia, considerando tutte le contraddizioni del nostro tempo, credo che essere una monaca di clausura non sia qualcosa di strano, ma ancora “di moda”. La nostra vita in disparte e silenziosa, umile e semplice e al tempo stesso felice, il nostro contatto diretto con Dio attraverso la preghiera, dimostrano al mondo che solo in Dio noi troviamo speranza e gioia, realizzazione e pace.

In Italia arrivano molti consacrati provenienti da ogni parte del mondo. Cosa ne pensi?
Sinceramente non sono a conoscenza di quanti consacrati stranieri ci siano nel vostro Paese, ma credo che questi fratelli e sorelle, con il loro specifico carisma e ministero, siano strumenti speciali di Dio per contribuire a costruire la Chiesa sulla terra e il regno di Dio nei cieli. Tutti loro sanno di avere davanti una grande sfida: essere testimoni autentici e profetici.

Cosa significa per te l’espressione ” Chiesa missionaria “?
In passato quando pensavo ai missionari, credevo che essi fossero normalmente inviati o addetti alla proclamazione della lieta novella come fosse un mestiere. Oggi, più che mai, la Chiesa sente di avere una vocazione missionaria, e noi che siamo la Chiesa, siamo chiamati ad incarnare la Parola di Dio. Quindi non è più una missione del fare, ma una missione dell’essere.

Papa Francesco ha detto più volte che “i cristiani devono uscire dalle sacrestie”. Venendo in Italia, pensi di aver fatto proprio questo?
Personalmente la mia missione è solo quella di essere qui oggi, in questo preciso momento storico, per sostenere e aiutare un’intera comunità di sorelle. Esco ogni giorno dalla “mia sacrestia” quando metto in azione questa missione affidatami.

Grazie suor Agnese di questo incontro. Un saluto ai nostri numerosi lettori?
Ogni tramonto a noi dato è un giorno di meno per vivere, ma è anche un giorno in più per sperare. Confidiamo sempre per il meglio. Lasciamo che Dio sia la nostra guida

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