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Abitare: voce del Verbo

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Il verbo dell’abitare è apparentemente semplice e immediato, quando pensiamo all’abitare ci viene subito in mente la casa, il vivere, lo “stare dentro” e lo “stare con”. Riflettendoci meglio quali e quanti luoghi possiamo dire di abitare ogni giorno? E quali atteggiamenti evangelici porta con sé il verbo dell’abitare?
Si può abitare in una casa senza conoscere chi c’è accanto, si può stare in un posto senza starci mai, si può consumare senza pensare, ci si può arrabbiare perché le cose non vanno senza votare e senza partecipare.
Abitare è il verbo dell’incarnazione: “Il Verbo si è fatto carne e venne ad abitare in mezzo a noi” (GV 1, 14).
È l’azione di un Dio che si fa uomo, che abita la carne umana con le sue potenzialità ed i suoi limiti. E così l’Abitare, per un cristiano, diventa un modo di stare nel mondo: un immergersi nella realtà con i suoi problemi e con le sue potenzialità di bene, uno “stare dentro la storia con amore”.
Dal convegno di Firenze emerge forte il richiamo, innanzitutto, ad abitare le relazioni più che i luoghi. A dare spazio e attenzione alle persone più che ai programmi, ai luoghi o alle attività.
E questo vivere le relazioni è molto faticoso e per niente scontato perché implica una dinamica: uscire dalla propria autoreferenzialità per fare spazio ad un altro, ascoltarlo, accoglierlo ed accompagnarlo. Bisogna far emergere la dignità delle persone, metterle in grado di sentirsi utili, di sentirsi in grado di restituire qualcosa di ciò che hanno ricevuto. Una relazione buona, un’accoglienza vera, non sono semplice assistenzialismo.
Un secondo punto importante emerso dai lavori di gruppo è la necessità di un impegno diffuso, di un cristianesimo vissuto a tutti i livelli e testimoniato quotidianamente, nella trasparenza dei comportamenti. Di un cristianesimo non “della domenica” o “della parrocchia” ma di uno stile evangelico di cura che deve permeare ogni aspetto della vita del cristiano. Questo è l’abitare, stare dove si è con lo stile di Cristo. Avere attenzione e cura del creato, della propria città, della propria famiglia come anche dei luoghi di studio e di lavoro e degli spazi virtuali.
In ultimo emerge il ruolo della parrocchia. Come può la parrocchia abitare le relazioni e il proprio tempo? È stato chiesto, dai tavoli di discussione, di superare incrostazioni e difficoltà dovute a modi di pensare a volte ingessati ma presenti anche nei vari organismi di partecipazione ecclesiale; è stato chiesto di lasciare più spazio ai carismi dei laici e di fare in modo che la stessa comunità cristiana sia un luogo davvero aperto alle necessità di tutti. •

Marta Andrenacci

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