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Essere eremiti: ascoltare da lontano il rumore del mondo

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La loro vita è scandita dalla Liturgia delle ore, dalla preghiera, dalla spiritualità profonda immersi nel silenzio ad ascoltare, da lontano, il rumore del mondo. Alcuni scelgono luoghi in cui dissolvere la propria identità e contemplare la bellezza del Creato, altri, scrollato di dosso tutto il superfluo e le restrizioni che l’efficientismo moderno impone, si immergono nel contesto metropolitano delle città. Sono gli eremiti.
Figure che proprio nell’anno dedicato alla vita consacrata assumono sfumature e caratterizzazioni diverse: alcune inserite nel contesto sociale e urbano, altre profondamente legate alla tradizione contemplativa. Radicamento al Vangelo e obbedienza al vescovo, le fondamenta su cui si misura l’autenticità della loro esperienza. Religiosi, laici, uomini e donne, che vivono questa vocazione e scelgono la più radicale condizione di vita come forma di elevazione interiore e di evangelizzazione riconosciuta dalla Chiesa che nel codice di diritto canonico del 1983 definisce consacrati coloro che “con voto o con altro vincolo sacro, professano pubblicamente i tre consigli evangelici (povertà, castità, obbedienza) nelle mani del Vescovo diocesano”.

Nella solitudine dell’eremo, addio al “frate muratore”. La preghiera notturna, quando il mondo dorme, diventa combustibile per alimentare la giornata per chi ha scelto di vivere in completa solitudine l’autenticità della loro esperienza. Alcune storie di eremitismo, fra le tante, conosciute ed approvate dalle Chiese locali. Come nel caso di Padre Pietro Lavini, (all’anagrafe Armando Lavini) che nelle Marche è sempre stato per tutti “Il frate muratore”, ome lo definì in una lettera Papa S. Giovanni Paolo II. È sempre viva la memoria del religioso morto il 9 agosto 2015 ma il cui ricordo è sempre vivo nei marchigiani e non solo che lo hanno conosciuto e apprezzato. Aveva ricostruito l’antichissimo monastero benedettino di S. Leonardo al Volubrio (Infernaccio di Montefortino), risalente all’undicesimo secolo. Era il 1965 quando con un amico si spinse sulla montagna e, davanti ai ruderi dell’eremo di “San Leonardo”, sui monti Sibillini, decise di riportarlo al suo splendore. Così, nel 1971, il frate cappuccino iniziò una impresa quasi impossibile: il restauro di quel vecchio eremo diroccato. Quei mattoni coperti da rovi e ortiche iniziarono a prendere forma sotto le ruvide mani del frate, armato solo di un umile saio, della croce e della sua abilità nel ricostruire quel pezzo di storia, preghiera e fede. Un luogo che oggi è un punto di riferimento per fedeli e amanti delle escursioni alle Gole dell’Infernaccio. Gli stessi che, in ottobre 2014, alla notizia del malore che lo aveva colpito, nell’ospedale si strinsero intorno a lui in continua apprensione sul suo stato di salute. Oggi tanti escursionisti salgono sulla montagna e davanti ad i loro occhi rimane la grande testimonianza di quest’uomo mite e sempre disponibile al dialogo con tutti.

Dalla musica rock alla contemplazione. Storia diversa quella dell’eremita diocesano benedettino Claudio Canali, in Toscana. Negli anni 70 fu cantante di un gruppo musicale rock dal nome insolito: “Biglietto per l’Inferno”. Poi ha stravolto la sua vita. Oggi le uniche vibrazioni musicali sono quelle che dal suo flauto si diffondono nelle stanze del Monastero della Beata Vergine del Soccorso di Minucciano, piccolo comune montano in provincia di Lucca, nel territorio della Garfagnana. Suona quando può Fra Claudio dopo aver trascorso la giornata tra preghiera e lavoro. Insieme a lui ci sono altri 4 eremiti che ciascuno nel proprio spazio condividono l’esperienza nel monastero dove, soprattutto la domenica, alcune famiglie si recano per vivere un momento di spiritualità.

Donne e romitaggio. Anche la diocesi di Spoleto-Norcia ha accolto diverse esperienze eremitiche. Tra queste anche diverse donne che vivono negli eremi Santissima Trinità a Campello sul Clitunno, Madonna Appare a Collegiacone di Cascia e Rocca Porena di Cascia. Suor Cristina Emanuela Zecca è una di loro. È stata consacrata alla vita eremitica il 2 febbraio 2010. “Per 15 anni – si legge nel sito della diocesi – è stata monaca di clausura. Nel monastero in cui viveva, suor Cristina Emanuela ha avuto una nuova chiamata: quella di condurre una vita eremitica. ‘Tutte le chiamate del Signore, dice, sono bellissime, ma anche tanto difficili. E per me lo è stato lasciare il monastero. Ma quello che mi chiedeva il Signore era più forte di me, non potevo dire di no.”

Eremiti “metropolitani”. Nuove figure hanno cominciato a essere presenti maggiormente negli ultimi anni: sono gli “eremiti di città”. Vivono in contesti urbani tra le case dove la gente vive e lavora e lì testimoniano, nel silenzio del loro eremo (che è una casa come le altre), la forza della preghiera e l’essenzialità di Dio. Alcuni esempi ci sono nella diocesi di Padova. Tra loro Gian Paolo Tormena, ex professore di diritto ed economia è “il settimo eremita di città (è il primo non presbitero), – scrive la diocesi – accanto a padre Domenico Maria Fabbian (il decano e l’apripista degli eremiti di città), suor Maria Teresa Pozzati, suor Michela Mamprin, padre Renato Cappelletto, suor Maria Grazia Masiero e suor Annarosa Guerra”. “La molteplicità e l’urgenza delle incombenze quotidiane – scriveva il cardinale Carlo Maria Martini nel saggio introduttivo del libro “Eremiti” – , tendono a dividere l’uomo, a sommergerlo nelle preoccupazioni e a stordirlo con mille sensazioni diverse. Così come le spine tendono a soffocare il germoglio”. Ecco perché chi, come l’eremita, sceglie di uscire da questa frenesia estrema diventa “segno” per le persone che al meccanismo affannoso della quotidianità non si sottraggono o non possono farlo. •

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