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C’è così tanta bellezza nel mondo

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C’è così tanta bellezza nel mondo, che non riesco ad accettarla, il mio cuore sta per franare… È difficile restare arrabbiati quando c’è tanta bellezza nel mondo. A volte è come se la vedessi tutta insieme, ed è troppo. Il cuore mi si riempie come un palloncino che sta per scoppiare… E io non posso provare altro che gratitudine per ogni singolo momento della mia stupida, piccola vita…”
Sono alcune frasi del film American Beauty. Il protagonista le sussurra mentre registra con una videocamera un sacchetto di plastica che volteggia sospinto in aria dal vento. C’è tanta bellezza intorno a noi e non ce ne rendiamo conto! Anche nei nostri piccoli paesi.
Vogliamo, con questo numero, indicare quella bellezza che ha coinvolto e sconvolto generazioni prima di noi elevandole sino a Dio. La nostra terra fermana e maceratese è una miniera di bellezza. Di quella bellezza che vela e svela Dio. Ora, può un’opera d’arte parlare di Dio?
Nel vangelo di Giovanni troviamo un’affermazione che fa intendere come Cristo sia immagine del Padre: «Chi vede me, vede colui che mi ha mandato» (Gv 12,45), «Chi ha visto me, ha visto il Padre» (Gv 14,9). Poiché si parla di vedere, viene coinvolta l’immagine. Si potrebbe quindi dire che Gesù è immagine del Padre. Nel testo giovanneo però si dice molto di più. Indubbiamente Gesù, in quanto visto, è immagine, ma non tanto un’immagine che rimanda al Padre, ma un’immagine in cui è il Padre: «Non credi che io sono nel Padre il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me stesso; ma il Padre, che rimane in me, compie le sue opere» (Gv 14, l0). Dio è in Gesù e nelle opere di Gesù, ossia nelle azioni: Dio è nella sua immagine (Gesù) e nelle opere visibili di questa immagine (azioni di Gesù). Sotto il profilo estetico, quanto mai pertinente dato che implica il vedere e quindi l’immagine, si può dire che qualora si volesse fare un qualche riferimento alla bellezza (di Dio) si dovrebbe dire che la bellezza è nell’azione.
Si può cioè affermare che la sfera della sensibilità (e dell’azione) è apprezzata anche al di là della bellezza, e può arrivare a incrociare ciò che, almeno sotto certi profili, è percepito come brutto.
Ovviamente la bruttezza, per se stessa, non ha un gran valore estetico, che però può raggiungere in determinati contesti narrativi. Il caso più emblematico della tradizione cristiana è costituito dal crocifisso. Anzitutto, sulla croce come nell’intera passione di Cristo, non trionfa la bellezza, mentre è coinvolta in modo del tutto straordinario la sensibilità tanto di chi patisce gli eventi quanto di chi vi assiste. Inoltre, la sequenza dei fatti, inseparabili dall’intera vicenda evangelica, colloca la croce al vertice delle questioni centrali dell’esistenza, quali la vita e la morte, la giustizia e il tradimento. Infine, evoca un possibile cambiamento radicale dell’orientamento di senso. Tutto ciò è strettamente connesso a quanto rimane comunque indissociabile dalla bruttezza. L’intreccio tra la bruttezza dell’essere sfigurati nel volto e nel cuore e il profondo coinvolgimento della sensibilità in riferimento al senso della vita colloca la croce di Cristo a un altissimo livello estetico.
Viene così a infrangersi il primato del bello, o almeno di quello legato ai modelli più consueti. La croce è una delle più potenti infrazioni dell’armonia e della proporzione, soprattutto se, alla luce della fede, si identifica il crocifisso col Figlio di Dio. La croce è la quintessenza della sproporzione: la sproporzione tra la gloria di Dio e la vergogna del patibolo. Se si può parlare ancora di bellezza, occorre parlarne secondo altri paradigmi rispetto a quelli cari a tanta tradizione artistica.
L’arte cristiana, e non solo quella visiva, deve confrontarsi col paradosso estetico della croce. Se per un verso l’ideale dell’armonia e della proporzione, ereditato dalla tradizione greca, costituisce una costante che attraversa i secoli più caratteristici dell’arte sacra elaborata nel cristianesimo, per un altro verso deve rimanere sempre aperta la possibilità di un’arte carica dell’effetto paradossale della croce, e quindi capace di oltrepassare i criteri dell’armonia e della proporzione stesse. A ciò sono chiamate non solo le arti visive, e in particolare la pittura e la scultura, ma anche altre arti, dato che nella vicenda pasquale di Cristo c’è la parola dell’abbandono, il suono stridente dei mezzi di tortura, il movimento che conduce alla morte, la rottura del tempio… Ecco come allora le immagini custodite nei musei o nelle pinacoteche più sconosciute sono un segno di quella bellezza che cambia la vita. Una bellezza che non è estasi, ma pellegrinaggio. •

(credits http://www.turismocampofilone.it/2625/Museo_Archeologico_Liturgico.aspx)

About Nicola Del Gobbo

Direttore de La Voce delle Marche

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