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Il Leonardo del fermano

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Eclettico imprevedibile, perspicace irraggiungibile, umile quanto puntuto, prodigo verso il prossimo quanto amante del kaleton, dalla fucina d’un efèsto dei nostri giorni bagliori illuminano l’orizzonte: nom de plume “Gio’veniale”, genius (loci) di una “fermanitá” sonnolenta e distratta da troppe chimere e improbabili traguardi, incarna l’uomo di Vitruvio a cavallo fra il secondo e il terzo millennio. Ma Giovanni – come ho sentito dire di Umberto Eco, eh “sì, licet”!… – non è solo questo, ma molto altro.
Cinto di alloro magna laude presso le facoltà di medicina prima e di farmacia poi, batte da “pioniere” quei territori per trovare l’uomo (inteso come l’essere umano) ma, come Diogene, non lo trova, lo cerca con inquietudo ma intuisce al bivio della recherche che le scienze sono teoremi ad tempus, sorpassabili, che prima o poi cedono l’onore delle armi a nuove “scoperte”.
Ebbene sì, anche la matematica è imperfetta. Perito quant’altri mai della dottrina d’Esculapio, guida il gregge delle sue pecorelle che puntualmente stipano l’ambulatorio e in interludi improbabili cògita. Il suo cogito è instancabile, in continuo fermento, idea poesie costruisce filosofia tracciando diagrammi metafisico-esistenziali che lo collocano di diritto ai vertici del pensiero. Un pensiero pensante mai sbandierato ma sempre autocritico, costantemente aperto a nuovi stimoli. Prendendo con sagace ma sempre garbata eirōneía le distanze da sé, instancabile cura le anime (e il corpo) dei pazienti (acume et stamen!) e al contempo scrive, gli chiedi una cosa e te ne spiega tre, nel delucidare lo scibile – rendendolo di facile presa – non è secondo a nessuno. Dante Alighieri è il suo confessato amore: il capitolo “vietato”, la sua icona, il suo dio – quello con la “D” maiuscola, al Cui cospetto ammutolisce, Lo confina nei Cieli dell’Inconoscenza e della Fides. Pure non si perita di “investigarLo”, di aleggiare su abissali recessi. Lungo la prospettica che inghiotte la via di fuga sosta un attimo, e v’incontra il sommo poeta: lo recita a menadito (rammentate tal Pico della Mirandola?…), al punto da entrare nel guinness dei primati: dell’opera dispiega ogni passaggio a una platea, che fa vivamente partecipe delle policrome e affascinanti divagazioni sul tema. Puntuale all’appuntamento, il fedele parterre non si fa di certo sfuggire questi happening: la Divina Commedia diventa codice di lettura dell’attuale temperie, e di ogni tempo, perché latrice di “verità” senza tempo.
Divorato sin da tenera età dal sacro fuoco, cerca l’uomo nelle cosiddette scienze esatte, ma non lo trova. Bussa così alla porta delle humanae litterae, a quell’Umanesimo che vide fiorire nel “bel Paese” altissimi, multiformi ingegni. Dante è un po’ il trait d’union tra gli approdi stricto sensu scientifici e le scienze umane: “Gio’ veniale” vuol gettare un ponte tra i due saperi, che è l’unico modo per sfiorare l’Inattingibile, osare l’Ineffabile. Perché se si riesce a gustare “al calor bianco” una goccia dell’Inconoscibile è solamente in forza di questa diuturna, insonne speculazione “agonica” che lega due mondi per troppo tempo – a torto – dislegati l’uno dall’altro. L’”archimandrita” si rituffa allora nelle nozioni liceali, riesuma un caleidoscopio di immagini figure metonimie allegorie anagogie rimembranze che cuce, scuce e ricuce al lume di una rigorosa “ratio”, componendo un arazzo d’insuperabile bellezza e sapientia. Complice la squisita disponibilità della Regina del Bar Capolinea, da quando ho avuto la grazia di conoscerlo (come uomo, prima che come “dòtto”) l’ho eletto a mentore, alla pari con un istrionico personaggio di magnifico stilo fluttuante nelle brume del varesotto. Giovanni non ha bisogno di menar vanto delle sue virtù, di grancasse e proclami ufficiali: l’eleganza, quella vera, non si fa notare. •

 

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