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Smerillo

Ricordi infantili di un poeta

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La Pasqua a Smerillo e la magia delle settecento candele che davano splendore alle Quarantore

Le campane erano legate. Per me, fanciullo, era difficile capirne il senso, anche perché le vedevo ben libere; ma non suonavano. E a quel tempo, se le campane non suonavano, si spandeva sulla terra un misterioso suono di silenzio, un’atmosfera avvolgente, diafana e arcana che nascondeva – così sembrava – realtà poste oltre la realtà medesima. Non suonavano, le campane, dopo la messa del giovedì santo (“Missa in coena Domini”), e tacevano per l’intera giornata del venerdì e del sabato.
Non però che tutto fosse abbandonato a quel silenzio, che appariva, oltre che bello e vibrante, altresì disabitato, per i giorni di un lutto a cui lo stesso Paradiso partecipava; perché quella quiete, austera e interrogante, era rotta e acuita di tanto in tanto da altri strumenti d’avviso, non meno evocativi, sebbene meno gioiosi, il cui rumore secco e improvviso pareva richiamare il battere di porte spalancate, lo spalancarsi di un nuovo spazio e di un nuovo tempo. E mentre agitavano i semplici strumenti fatti di tavolette di legno e anelli di ferro, Mimì ed Egidio diventavano gli ostiari di un tempio che aveva il cielo per cupola e volta, la grande rupe per altare, i campi già verdi per navate.
Perché tutto, in quei giorni, attendeva e rivelava un segreto posto a sorveglianza e custodia dei confini del mondo, quando la vista si profumava del colore dei fiori e il luminio di un “soave vento” allargava l’orizzonte oltre il profilo dei monti, oltre le gibigiane dei lontani panorami del mare.
L’aleggiare di tanta impalpabile e sacra attesa si allietava della fragranza dei preparativi della festa serenamente imminente, ma sempre, per noi fanciulli, troppo lontana.
L’insolito andamento delle liturgie, dalla “Missa in Coena Domini” all’Adorazione della Croce (che la gente chiamava Messa “matta”), e dall’Adorazione della Croce alla Liturgia della Luce del Risorto del sabato santo fino alla Messa di Pasqua, regalava la sensazione, anche esteriore, di un’addensarsi di storia sacra, di una salvezza della terra verso il cielo, di una soluzione definitiva presente e tangibile; mentre lo sciogliersi delle campane, svettando verso l’alto, riportava l’anima a se stessa, come dopo aver assistito a una gloriosa e intima trasfigurazione.
Dopo la pausa dei giorni della Passione, tutto riprendeva il suo ritmo e accelerava, tutto ruotava attorno all’inno dell’Exultet, agli Alleluja ripetuti, al “Regina coeli laetare”, all’accensione dei ceri e dei cuori nelle Quarantore di adorazione eucaristica.
Settecento candele imploravano, e quasi reclamavano, una particolare condiscendenza e benevolenza e benedizione divina, che certo scendeva incontro all’attenzione e alla devozione umana, povera quanto si vuole, ma ascendente verso l’alto tra fuochi d’incenso, tripudi di luci, suoni d’organo e cori inneggianti: “Tantum ergo Sacramentum veneremur cernui”: il cielo con riflessi di terra, la terra in veste di cielo. •

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Un commento

  1. Io ricordo da bambino
    che la “scannala” agitavo,
    e cantando delle messe
    l’ora al popolo annunciavo.

    Io ricordo da bambino
    una grande processione
    detta allor “lu Cristu mortu”
    e cantavo una canzone:

    Gesu mio con dure funi
    come reo chi legò?
    Rit: sono stati i miei peccati
    Gesù mio perdon, pietà

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