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Un’esperienza di trasfigurazione

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Papa Francesco racconta il viaggio apostolico in Messico.

Domenica scorsa Francesco era in Messico. Le letture ci offrivano l’esperienza di Gesù tentato nel deserto, umile, fragile, debole, tentato veramente come un uomo, ma vincitore sul maligno. In questa domenica lo troviamo sul monte Tabor con Pietro, Giacomo e Giovanni; è salito sul monte ed è avvolto dalla nube della presenza di Dio. I suoi tre apostoli, gli stessi che lo accompagneranno nell’orto degli ulivi, gli propongono di mettere la tenda e restare sulla sommità del monte, perché “è bello per noi Signore stare qui”. Ma una voce dice loro: “Questi è il figlio mio, l’eletto; ascoltatelo”. La scelta di Gesù è tornare alla vita normale, quotidiana. Nell’ora della passione Gesù vive e sperimenta sofferenza, dolore, solitudine, morte. I tre non capiscono e lo lasciano solo. Nei giorni in Messico, dice Francesco all’Angelus, “il Signore ci ha mostrato la luce della sua gloria attraverso il corpo della sua Chiesa, del suo popolo”. Anche il popolo messicano è “tante volte ferito, tante volte oppresso, disprezzato, violato nella sua dignità”; ma in questo popolo il Papa ha colto soprattutto “la luce della fede che trasfigura i volti e rischiara il cammino”. Ecco perché Francesco parla del viaggio come di una esperienza di trasfigurazione.
Nel raccontare il viaggio noi cronisti abbiamo posto l’accento soprattutto sulle ferite di questa comunità, sulla corruzione, sul narcotraffico che Francesco ha definito una metastasi che divora. Sono mali, drammi che Francesco offre nella sua preghiera alla Morenita, la Madonna di Guadalupe davanti la quale rimane in lunga, silenziosa preghiera: “Era ciò che prima di tutto mi proponevo”, dice all’Angelus.

Con i giovani papa Francesco ricorda la canzone degli alpini: “Nell’arte dell’ascendere, il successo non sta nel non cadere, ma nel non rimanere caduto”.

E aggiunge: “Ho contemplato, e mi sono lasciato guardare da colei che porta impressi nei suoi occhi gli sguardi di tutti i suoi figli, e raccoglie i dolori per le violenze, i rapimenti, le uccisioni, i soprusi a danno di tanta povera gente, di tante donne”. Tornano alla mente le parole di Papa Francesco pronunciate domenica scorsa all’Angelus a Ecatepec, quando, citando Paolo VI, chiese di fare del Messico una terra di opportunità: “Un cristiano non può fare a meno di dimostrare la sua solidarietà per risolvere la situazione di coloro ai quali ancora non è arrivato il pane della cultura o l’opportunità di un lavoro onorevole; non può restare insensibile mentre le nuove generazioni non trovano la via per realizzare le loro legittime aspirazioni”.
L’eredità che il Signore ha consegnato al Messico, afferma il Papa all’Angelus, è di “custodire la ricchezza della diversità e, nello stesso tempo, manifestare l’armonia della fede comune, una fede schietta e robusta, accompagnata da una grande carica di vitalità e di umanità”. Parla di “esempio luminoso” dato dalle famiglie, che “hanno donato delle testimonianze limpide e forti, testimonianze di fede vissuta, di fede che trasfigura la vita, e questo a edificazione di tutte le famiglie cristiane del mondo. E lo stesso si può dire per i giovani, per i consacrati, per i sacerdoti, per i lavoratori, per i carcerati”.
Con i giovani, poi, Francesco ricorda le parole di una canzone che gli alpini cantano mentre salgono sulle vette: “Nell’arte di ascendere, il successo non sta nel non cadere, ma nel non rimanere caduto”. Ecco perché il viaggio, per Papa Francesco, è esperienza di trasfigurazione; perché nonostante le difficoltà, le povertà e le prove cui è chiamato il popolo messicano, c’è una forte volontà di cambiamento. L’immagine è quella di san Juan Diego, l’indio al quale è apparsa la Morenita, che in quell’alba del dicembre 1531 sperimentò che cos’è la speranza, che cos’è la misericordia: in quell’alba, diceva Papa Francesco nella basilica di Guadalupe, “Dio ha risvegliato e risveglia la speranza dei più piccoli, dei sofferenti, degli sfollati e degli emarginati, di tutti coloro che sentono di non avere un posto degno in queste terre”. La preoccupazione di Gesù per gli affamati, gli assetati, i senza tetto o i detenuti intendeva esprimere, dice al carcere di Ciudad Juarez, “le viscere di misericordia del Padre, ed essa diventa un imperativo morale per tutta la società che desidera disporre delle condizioni necessarie per una migliore convivenza”. •

Fabio Zavattaro

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