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‘Ntunì de Tavarrò compie 100 anni

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La poesia dialettale è stata considerata dai “dotti” come fatto trascurabile, di poco conto, perché rivolta alle classi più umili, ma è pur vero che contadini ed operai costituivano e costituiscono la stragrande maggioranza della popolazione.
Le composizioni in dialetto erano usate della gente dalle nostre parti come testi da cantare, come nei secoli è stato. I termini che indicano la tipologia delle composizioni quali i canti, il sonetto, la canzone, la ballata, dicono chiaramente che le parole erano un elemento base, da accompagnare con la musica, vocale e strumentale.
Tali sono i testi dei Salmi della Bibbia e tali sono i cento “Canti” che formano la Divina Commedia, Petrarca ha intitolato la sua raccolta di poesie Il Canzoniere.
Le composizioni poetiche che si riscontrano nel nostro territorio risultano composte in un linguaggio ibrido, tra il dialetto e la lingua colta, diciamo un dialetto ingentilito, sì, ma che era nello stesso momento compreso bene dall’uditorio a cui si rivolgeva e capace di dar voce all’animo dell’autore.
E quante serenate, mattinate, canzoni, dispetti, hanno accompagnato la vita di milioni e milioni di persone nel corso dei secoli!
E quanti hanno ascoltato i cantastorie che cantavano ed anche improvvisavano le “ottave” secondo come le circostanze richiedevano!
E quanti stornelli cantati in ogni momento hanno espresso i sentimenti più profondi dell’animo umano, dall’odio all’amore, dalla nostalgia alla gioia dell’incontro, dal rimpianto al disprezzo!
E quanti canti de lo mete, de lu carru, de le vellegne, de lo scartozzà hanno accompagnato ed alleviato la fatica del lavoro di milioni e milioni di contadini.
E quanti altri milioni di persone hanno narrato ed ascoltato le pasciò, attraverso le quali un gruppo di tre “cantori” rievocava episodi di carattere sacro percorrendo le campagne e raggiungendo tutti i casolari.
E non erano solo gli elementi del Sacro a caratterizzare l’opera di questi cantori, ma c’erano pasciò di carattere profano, che narravano di solito fatti di sangue e storie tragiche, ma anche comiche.
A nessuno di quanti “cantavano” mancava poi un nutrito patrimonio di stornelli, canzoni, satire, dispetti, canti di questua e di ogni altro motivo che potesse riuscire a rallegrare l’uditorio.
Ritengo si possa affermare che ogni momento della vita aveva la sua poesia ed il suo canto e che nelle nostre zone ogni paese ha avuto il suo cantore.
Ovviamente, per produrre i testi poetici c’era, e fortunatamente c’è ancora, bisogno dei poeti!
Nelle nostre contrade, tra i contadini, per inclinazione naturale o per tradizione sono sorti moltissimi di questi poeti, che non hanno prodotto solo testi per canto, ma anche poesie per narrare storie, avvenimenti; esprimere idee, sentimenti, convinzioni, situazioni tragiche e comiche; dire la loro sul grandioso spettacolo della vita e del mondo. Sono versi genuini, talvolta aridi e graffianti come le zolle d’agosto e talvolta teneri come i germogli di primavera, ma sempre veri e sentiti ed immediati. La maggior parte dei componimenti non segue schemi poetici particolari.
I testi, di lunghezza variabile e non uniforme anche per le varie composizioni dello stesso autore, sono quasi sempre composti da quartine di endecasillabi a rima alternata o più raramente baciata.
Un diverso discorso è da fare per i poeti “colti”, persone che pur essendo esperte di studi e del parlare nella lingua nazionale, si sono rivolte al dialetto cercando e trovando in esso il mezzo più immediato per esprimersi e per parlare al cuore della gente.
Compare nelle loro composizioni la forma del sonetto ed anche qualche altra forma più ricercata. Il loro linguaggio dialettale denota espressioni differenti dal parlare comune, dovute alla diversa formazione mentale dell’autore. Nelle composizioni di questi poeti può accadere di riscontrare termini “dialettizzati” che piegano alle esigenze della rima parole proprie della lingua. Concludendo, l’espressione dell’animo della nostra gente ha trovato moltissimi cantori, di estrazione eterogenea, ma tutti con uno sguardo attento ed acuto, che dalle piccole realtà dell’ambiente quotidiano hanno saputo nutrirsi dei sentimenti più profondi e nobili dell’animo umano, innalzandosi spesso a vette di altissima poesia. •

About Mario Liberati

MARIO LIBERATI Nato a Montegiorgio (AP) nel 1938 . Maestro. Attualmente è Diacono Permanente della Chiesa di Fermo. E’ stato Consigliere Provinciale della Provincia di Ascoli Piceno dal 1985 al 1995, e per sei anni ha ricoperto l’ incarico di As­sessore Provinciale alla Cultura. Ha fatto parte del Consiglio Nazionale delle Federazioni Regionali degli Ospedali (FIARO). Ha fatto parte del Consiglio Nazionale dell’ Unione Province d’ Italia (UPI) ed ha fatto parte della Commissione Nazionale UPI per la scuola e la cultura. Nel 1985 ha vinto il Premio di Cultura locale “Giovanni Ginobili”. E’ autore di pubblicazioni, tra cui: MONTEGIORGIO insieme con Germano Liberati (1974),MEDICINA POPOLARE. (1985) MONTEGIORGIO NELLA TOPONOMASTICA (1991), VICENDA AMMINISTRATIVA MONTEGIORGESE (1991, 1° vol. e 1992 2°vol.), LE SCELTE ALIMENTARI A MONTEGIORGIO DAL 1770 ALLO STUDIO DEI SETTE PAESI insieme con Flaminio Fidanza. (2009) Ha curato e collaborato tra gli altri alla stesura e pubblicazione dei seguenti libri MONTEGIORGIO nella Storia e nell’Arte (2008), IL TEATRO ALALEONA DI MONTEGIORGIO (2013). Ricopre la carica di Presidente del Comitato di Redazione della collana “I Quaderni Montegiorgesi”.

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