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Miracoli di casa nostra

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Taumaturghi e proprietà miracolose rendono suggestivi i nostri territori 

Il Santuario fermano di santa Maria e sant’Anna protegge da secoli partorienti e puerpere. Un tempo, molti i pellegrinaggi. Ed anche un miracolo. Il beato Antonio Grassi, diretto al santuario, fu colpito da un fulmine. Solo il saio bruciò. Ora l’ “Adriatica” deturpa l’edificio sacro.
Santa Lucia. A Fermo c’è una chiesa. La Pinacoteca ne conserva le tavolette di Jacobello del Fiore. Le storie della Santa, per tradizione considerata patrona della vista. Non perché le cavarono gli occhi, come impropriamente si scrisse, ma perché Lucia è lux, luce, sguardo, visione.
Monteleone di Fermo, chiesa della Santa Croce. Alle pareti i quadri con i santi Cosma e Damiano, gemelli martirizzati per decapitazione, medico l’uno farmacista l’altro, invocati nelle campagne per la salute degli uomini e degli animali. Nei pressi, i vulcanelli, che eruttano fango caldo. Sicuramente usato per rimedi ai dolori artritici.
Abbazia dei santi Ruffino e Vitale. Antichissima. A pochi chilometri da Amandola. Il primo santo ha surclassato il secondo. Forse perché più gettonato taumaturgo. Chi ha dolori di schiena puoi alleviarli attraversando la cavità sottostante l’altare della cripta. Provar non nuoce. Di fatto, l’aria sa di zolfo e l’acqua pure. Non s’esclude in età romana una sala termale per malattie della pelle.
Torniamo alle ossa. A san Firmano di Montelupone, stupenda chiesa medievale, il dolore passa passando carponi anche qui il pertugio dell’altare.
Infernaccio di Montefortino. Luogo inquietante. Il Tenna è impetuoso. Più sopra, l’eremo ricostruito a modo suo da padre Pietro Lavini. C’erano gli orsi secoli fa. E anche i pellegrini diretti verso Roma. E, soprattutto, i malati di tiroide. L’acqua era salutare. Ancora oggi lo è.
Restiamo a Montefortino. E prendiamo la strada per Montemonaco. Nel quasi tramonto di una primavera soleggiata, guardando il sole accucciarsi dietro ai monti, è possibile vederlo. O immaginarlo. Il Guerin Meschino è là. Là, che risale la montagna della Sibilla, sino all’antro della Veggente. Per conoscere la verità di sé…
Sono racconti sentiti e risentiti da vecchi padri che li lasciarono in eredità ad ormai vecchi figli cosicché la memoria non inaridisse. Il luogo d’osservazione è unico e stupendo. È il pianoro che accoglie la pieve di Sant’Angelo in Montespino. Un cucuzzolo tra gli altri. Il più alto degli altri. Vista da Rubbiano, la pieve ha il campanile tozzo che spicca tra il verde della pineta. Come delicatamente posatovi dall’alto.
Il ranocchio non s’è visto nella chiesa. La cripta ne era priva…
Quella del ranocchio è una leggenda affascinante. Forse l’animale è un’anima in pena, forse è sorte di  metempsicosi. Forse, è strano protettore dei luoghi: ranocchio di giorno per sfuggire gli umani, uomo di notte per preservare il tempietto. Chissà. Eppure c’è chi giura di averlo visto, il ranocchio. Addirittura di averne visti due. Com’è bella l’altra storia. Quella delle colonne che reggono la struttura interna. Ognuna con un potere curativo. C’era quella contro il mal di testa e quella contro il mal di ossa, eppoi, eppoi… Colonne quasi sempre umide, cui i fedeli s’avvicinavano con ogni sorta di stoffa: fazzoletto o panno. Lo strusciavano sul mattone, incameravano quella lattugggine bianca e lo posizionavano poi sulla schiena o sulla faccia. Senza dimenticare la recita del Pater Noster per l’intera durata di una santa messa. Quasi una preghiera divenuta respiro, come nel noto viaggio del pellegrino russo.
Che i dolori passassero non sapremmo dire, che un certo sollievo si trovasse qualche vecchia del luogo è pronta a giurarlo. Cura omeopatica anzitempo?
Il cerchio si chiude.
L’homo viator è l’uomo vero. In cerca di salute. Del corpo e dell’anima. •

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