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Riprende vita la chiesa di S. Maria di Manù

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Altidona: storia di un luogo che ripropone la fede nell’eucaristia e la madonna come simbolo di accoglienza della vita

IMGLa storia della chiesa di S. Maria di Manù dalla quale prende il nome anche la stessa contrada in cui è collocata, si lega a quella che fu la vicenda del castello Barbolano di Altidona, zona molto ricca di storia e testimonianze antiche.
Questo gioiellino immerso nel verde tra il cielo e il mare sottostante, sembra datarsi a prima dell’anno Mille.
Molte proprietà del territorio di Barbolano furono distrutte e rase al suolo e con esse andarono perduti anche i documenti di rilevanza storica.
Risulta tuttavia l’importanza della chiesa di S. Maria di Manù,che si erige, pare al tempo dei romani, in territorio di Lapedona, lungo la strada che collega il paese al mare, su di una collinetta sovrastante alla località di S. Biagio. Inoltre in epoca romana ospitava anche una fiorente fabbrica di anfore.
La sua posizione, ancora oggi, appare strategica e di controllo del sottostante ex scalo marittimo di S. Biagio, che, nell’Alto Medioevo, consentiva i vari scambi commerciali e conservava la sua importanza per i suoi traffici con l’Oriente.
Pur essendo in un comune diverso, la chiesa di S. Maria era di proprietà della parrocchia di Altidona.
Questo controllo si ebbe fino al 1032, quando la “Abbatissa de monasterio di S. Marie”: Ramburga, cedette alcuni beni e proprietà “pro fratibus et sororibus in monasterio S. Benedicti qui aedificatum est in Castro Casino” (Regestrum Petri Diaconi, n. 283, fol. 128).In questo modo la chiesa passò ai monaci benedettini di Montecassino. Ciò è documentato anche dalle lamine in bronzo che sono presenti nella porta della basilica, sopravvissuta ai bombardamenti dell’ultima guerra, dove sono stati incisi i nomi della proprietà della stessa, tra cui anche quello di Barbolano (et castellum de Bubalano).
Questo possedimento fu confermato da Corrado II nel 1038, da Enrico III nel 1047, da Enrico VI nel 1191.
Nel 1244 ne erano signori proprietari Trasmondo e Corrado Lopi di Altidona. (Storia di Altidona di G. Nepi). Ai monaci di Montecassino seguirono nel 1314, i monaci di Farfa e infine, venne riacquistata dalla marca fermana che l’avrebbe gestita meglio e con maggior cura, vista anche la vicinanza al territorio dove la chiesa è situata.
Prima di tale vicenda storica, sembra che la piccola chiesa di S. Maria, fosse stata destinata ad edicola romana.
Essa si presentava infatti, come un piccolo luogo di culto per i pellegrini che, venendo in viaggio o sbarcando nel porto di S. Biagio, la vedevano scorgere su questa collinetta dove è tuttora sita.

In puro stile romanico
La piccola chiesa di S. Maria è in puro stile romanico, costruita in conci di arenaria è abbellita da una serie di archetti pensili appena abbozzati sotto la linea di gronda.
Ha un abside semicircolare ed è rivolta a oriente.
L’ingresso si trova attualmente sulla parete meridionale, mentre prima era nel lato Nord come sembra dai segni che ancora permangono nella stessa parete.
All’interno vi è presente un’unica navata e ad est l’altare maggiore in pietra. Alle pareti vi sono delle finestrelle color onice dalle quali filtra luce, anch’esse in stile romanico per dimensione e struttura a fessura allungata.
La chiesa venne costruita in onore di Maria e ciò è provato, oltre che dal nome della stessa, anche dalla presenza dell’affresco dedicato alla Madonna del latte.

Nel ‘500 la chiesa di S. Maria è stata ristrutturata e il suo interno è stato arricchito da un Polittico del noto miniatore veneziano Cristoforo Cortese che realizzò tale opera proprio per la chiesa di S. Maria intorno al 1439-1441.
In esso sono raffigurati, oltre che la Madonna con il Bambino, i santi Caterina d’Alessandria, S. Eleuterio, S. Ciriaco e S. Antonio abate.
Tale polittico venne spostato nel 1914, nella chiesa parrocchiale di Altidona (oggi visitabile). I lavori in quell’anno condussero ad una risistemazione del tetto e delle mura esterne grazie all’intervento di Don Giuseppe Petroselli
Con questa ristrutturazione venne fuori un piccolo mistero che ci portiamo dietro ancor oggi e che è legato al nome della chiesa. Da un documento del 1554, il nome della chiesa di S. Maria di Manù o dei Manuni risulta come la specificazione del nome sia stata aggiunta dopo e che inizialmente la chiesa era semplicemente di S. Maria, dedicata interamente alla Madonna.

Il mistero del nome
Il mistero del nome sembra essere stato svelato dalla scoperta di un’incisione che sembra essere presente nella prima formella collocata sotto il cornicione della chiesa, abbellita con motivi floreali (fiore che assomiglia ad una margherita con 8 petali).
L’incisione è in ebraico antico e si traduce con “Manhu” (tradotto: “che cos’è questo?”).
Da “men’ che diventa “man’ e che sta a significare la non conoscenza di qualcosa e “hu” che invece traduce in italiano il questo.
Ovviamente non è attestato storicamente che il nome derivi proprio da questa incisione, sta di fatto che l’incisione è visibile e sembra spiegare bene l’aggiunta al nome originale della chiesa.
La parola Manù è stata legata a quello che è il mistero eucaristico che si ricollega a sua volta al dipinto che è presente all’interno di tale chiesa dove la Madonna si trova ad allattare il Bambino Relativamente al mistero eucaristico i simboli più comuni, trovano prevalentemente nelle catacombe sono: il pesce, il pane e il calice (grappolo d’uva), il pellicano che si strappa la carne per nutrire i figli, l’agnello sacrificale, i pavoni che bevono dal calice e la manna.
Quest’ultima rappresenta il cibo salvifico che Dio mandò sulla terra per poter sfamare il popolo di Israele nel deserto, durante l’esodo.
Non è un caso infatti se alcune catacombe come quella di S. Ciriaco o altri monumenti religiosi (l’abbazia di Santa Maria a Ripoli in Catalogna e l’abbazia agostiniana di Klosteneuburg in Austria) ritroviamo il simbolo della manna come simbolo eucaristico, di cibo salvifico che permette la vita e il nutrimento.
Dai recenti studi condotti sulla parola manù, grazie alla scoperta di tale incisione è venuto fuori un altro mistero che rimane ancora tale, ossia il fatto che tale incisione sovrasta quella che è la figura della margherita ad 8 petali, un simbolo molto forte nella tradizione dei Templari.
Questi ultimi erano soliti utilizzare tale simbolo, anch’ esso rappresentante la vita e il nutrimento.
Non possiamo accertarci del fatto che siano passati per la chiesa di S. Maria, anche perché nel Medioevo gli antichi medievalisti (soliti utilizzare sempre, nella costruzione delle case o di qualunque edificio, scarti del materiale edile e dunque è possibile che tale formella sia stata presa da vecchi materiali utilizzati in precedenza, ma può anche darsi che sia un simbolo templare e dunque una possibile traccia nel nostro territorio.
I templari oltre ad essere i guardiani del tempio d Salomone erano anche guardiani di tesori religiosi che erano sparsi per il mondo.

L’urna della manna
Tra questi anche l’urna della manna, un contenitore d’oro che sembrerebbe contenere la manna, il cibo salvifico di cui sopra. Al di là di queste ipotesi, è sicuro che il mistero eucaristico, all’interno della chiesa di S. Maria è molto forte, non solo per il dipinto che è presente al suo interno, ma anche per la pianta di mandorlo che si trova all’esterno della chiesa collocata alla sua sinistra e che sovrasta la stessa.
Anche il mandorlo è simbolo di fertilità e fecondità.
Nella pia credenza popolare si lega il culto della fertilità e della manna salvifica all’immagine della Madonna.
Per questo il nome della chiesa è anche S. Maria delle noci.
La noce rappresenta proprio la fertilità in quanto richiama a quello che è l’utero materno e dunque allo sviluppo e alla nascita di una nuova vita.
Tale nome è legato anche al fatto che in passato i nostri antenati si ritrovavano a giocare a castelli di noci, proprio in quella zona (una specie di bowling in cui i birilli erano le noci disposte a piramide).
Per questa tradizione popolare molti devoti si trovavano a recarsi nella chiesa per giocare ma anche con la speranza che le loro preghiere potessero essere esaudite specie quelle delle madri e delle partorienti.

Madonna del latte
L’affresco conservato nella chiesa di S. Maria di Manù rappresenta la Madonna che allatta il Bambino. Da sempre l’immagine della Madonna che allatta è simbolo di vita e sembra non essere un caso se questo dipinto appaia all’interno della stessa chiesa.
Madonna lactans o Virgo lactans fa parte di quella che viene considerata come l’iconografia cristiana ricorrente in quelle che sono le zone in cui sorge spesso una fonte dell’acqua.
Essa è infatti associata a tali fonti in quanto, in passato per il valore di vita intrinseca a questo elemento. L’acqua è la vita così come il latte che la Madonna, come tutte le mamme, danno al loro bambino per potersi nutrire.
Tale affresco riprende quello che è il culto della vita legato alla Grande Madre terra, un culto pagano che poi entrò nella religione cristiana. Si suppone anche che la stessa abbia il volto scuro e che sia dunque da annoverare in quella che è l’iconografia religiosa delle Madonne Nere.
Anche il culto della Madonna Nera è molto legato a quella che è la caratteristica della Madonna che allatta e in entrambe i casi si cerca di sottolineare quella che è la verginità di Maria che si scontra con quella che è invece, la dimensione prontamente materna.
La scena dell’affresco rappresenta quello che è il dono che la Madonna stessa riceve e che essa stessa concede al Bambino Gesù. Il gesto di allattare il proprio figlio è il gesto più intimo e dolce che c’è tra una madre e il suo bambino. •

Vinicio Albanesi

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