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La “mala-educacion” della giovane borghesia anni ’70

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“La scuola Cattolica “: il romanzo della generazione diventata adulta negli anni settanta. L’episodio attorno al quale ruota il libro è il delitto del Circeo del 29/9/75

Edoardo Albinati, classe 1956, da vent’anni docente di Italiano presso il carcere di Rebibbia, autore di altri libri di successo, con il romanzo La scuola cattolica è il vincitore del settantesimo premio Strega 2016, fiera letteraria iniziata nel 1947 con il primo vincitore del premio Strega: “Tempo di uccidere”, di Ennio Faiano. Il romanzo di Albinati, pubblicato da Rizzoli nel marzo del 2016, consta di milleduecento novantaquattro pagine. Somiglia più ad un dizionario che ad un romanzo. Va letto solo a tavolino, date le sue dimensioni. E’ un problema leggerlo a letto. Occorre munirsi di un cuscino che serva da leggio. Improponibile portarselo al mare e leggerlo sotto l’ombrellone. È ingombrante. La lettura sarebbe difficile perché ostacolata da frastuoni e rumori che non favoriscono l’attenzione.
L’ho letto a casa nelle ore di tempo libero: nel tardo pomeriggio o la sera quando più forte si vive la dimensione del ricordo e della nostalgia ripensando al tempo andato. copertina-del-romanzoÈ il romanzo di quella generazione che è diventata adulta negli anni settanta, più o meno la mia, ecco perché la lettura mi è piaciuta, anche se va affrontata con molta calma. L’autore poi, l’io narrante del libro, quasi prende per mano il lettore e lo guida nel corso della narrazione, riassumendo le pagine lette e anticipando di tanto in tanto lo sviluppo delle vicende successive. È riduttivo definirlo romanzo, anche se in copertina è scritto così. Ha l’ambizione di raccontare cinquant’anni di vita italiana. È diario ma anche saggio, attraversato da riflessioni dell’autore sul suo passato, sul suo presente di padre e di insegnante in carcere, e con qualche rimando al futuro.
Tutto il romanzo è diviso in dieci parti, ognuna delle quali ha diversi paragrafi e capitoli di lunghezza variabile. I paragrafi: Cristiani e leoni, Flesh for Fantasies, Vittoria è farvi soffrire, lotta di interessi in un contesto di diseguaglianza, Collettivo M, La spalla mancante, Vergeltungswaffe, le confessioni, Cosmo, Come alberi piantati lungo il fiume. L’episodio, attorno al quale ruota tutto il libro, è il delitto del Circeo avvenuto il 29 settembre del 1975: “Verso le undici di sera del 30 settembre 1975, dalla finestra di casa sua, un residente di via Pola 5 (duecento metri da dove abito io), nota due ragazzi fare manovra per parcheggiare una 127 nel vialetto condominiale, scendere dalla macchina, discutere animatamente e quindi allontanarsi” (pag. 473).
Nel bagagliaio della macchina c’era il cadavere di Rosaria Lopez e avvinghiata a lei, imbavagliata, e ancora viva la sua amica Donatella Colasanti. Erano state sequestrate e portate in una villa del Circeo da Angelo Izzo, Gianni Guido e Andrea Ghira (Angelo, Subdued e il Legionario nel libro). Nella villa erano state seviziate, violentate ripetutamente e Rosaria Lopez annegata nella vasca da bagno. I tre delinquenti, tutti figli della Roma bene, erano stati compagni di classe di Edoardo Albinati.
L’altro delitto di cui si è reso colpevole Angelo Izzo, nel 2004, è l’omicidio feroce di una donna e di sua figlia di tredici anni a Ferrazzano, un paesino vicino a Campobasso nel quale Izzo scontava la pena in una cooperativa, affidato di giorno ai servizi sociali. Questo secondo delitto occupa le ultime pagine del romanzo.
Nel 2004, Albinati, che non aveva mai scritto sul delitto del Circeo, nonostante la conoscenza diretta, dopo tanto tempo trascorso da questo episodio, sente il bisogno di riandare con la memoria agli anni della scuola. Quello che ne viene fuori è una descrizione della famiglia borghese, dell’adolescenza vissuta con i suoi coetanei, i compagni di classe, la scuola cattolica frequentata, il San Leone Magno, dodici anni, dalla scuola Elementare fino al penultimo anno dei Liceo Classico, l’ultimo anno e la maturità conseguita al Liceo Statale di Roma “Giulio Cesare”.
Come in un film a passo ridotto, l’autore scorre i nomi dei propri compagni di classe e disegna a parole il loro ed il proprio mondo: «Eravamo sognatori abbastanza privi di fantasia. La principale stimolazione ci veniva dalla televisione e dalle barzellette sporche, di cui devo ammettere che raramente coglievo il senso, voglio dire, il senso integrale. Non sarà per caso che esiste l’espressione “il primo della classe” mentre non si è mai sentito dire il secondo o il terzo, o il quinto della classe, come eravamo Zipoli e Zarattini, Lorco e io. Nascere maschi è una malattia incurabile. Non era solo Arbus a mostrarsi goffo, scoordinato. Tutti noi facevamo movimenti sgraziati per compiere qualsiasi gesto, fosse anche mettersi la cartella sulle spalle (allora non esistevano gli zaini se non quelli da campeggio). Se uno psicologo avesse osservato i balzi scomposti che facevamo, il nostro modo di grattarci e sbracciarci, avrebbe dedotto che eravamo malati di mente». Su ventiquattro alunni che componevano la sua classe, «almeno cinque erano da manicomio, ma non tanto per dire, e infatti alcuni di loro ci sono finiti».
La scuola è il San Leone Magno, un istituto cattolico gestito dai padri marianisti, tutto maschile. È nel cuore del Quartiere Trieste, QT nel libro, delimitato dalle vie adiacenti. I professori, alla Scuola Elementare e Media sono più sacerdoti, al Ginnasio e al Liceo, più laici. De Laurentis, napoletano, è il prof. di Latino e Greco, fratel Gildo insegna Filosofia, Cosmo è il prof. di Italiano, a lui viene dedicato un intero paragrafo verso la fine del romanzo, fratel Curzio è il prof. di Ginnastica, Mr. Golgota è l’insegnante di Religione che insieme a quello di Storia dell’Arte, di Francese, di Musica non conta nulla, Svampa è il prof. di Chimica fatto oggetto di ripetuti scherzi da parte degli alunni. Bullismo e violenza psicologica ma anche manesca vengono consumate ai danni degli alunni più deboli, tra tutto Marco Lodoli, che diventerà un affermato scrittore, al quale alcuni compagni spaccano gli occhiali. Il preside dell’istituto nasconde tutto. I limiti del SLM: risolvere i problemi all’interno della scuola, mai allargandoli all’esterno. Nascondere, sopire, sono i pilastri dell’organizzazione. Impietoso il giudizio sull’intero istituto: «Gli insegnanti e i preti sono poveri diavoli, ossessionati a ripetere formule diventate filastrocche… la Scuola è solo un modo come un altro per tenerci chiusi in un posto sicuro e impedire che combiniamo guai. I professori non sono nient’altro che i nostri custodi… La retta scolastica che i nostri genitori pagavano cos’altro era se non un obbligo a delle prestazioni e insieme garanzia di impunità… Per il preside eravamo una ciurma, una massa, una massa di deficienti, deficienti e basta, ma così deficienti dei requisiti minimi che costituiscono una persona, che non valeva la pena di sprecare con noi una goccia di vera rabbia. Figuriamoci di rispetto. Eravamo microbi debolmente uomini, posizioni numerate sul registro, nomignoli, larve» (pag. 115).
Le famiglie dei ragazzi che frequentano il San Leone Magno appartengono alla media ed alta borghesia, tutta gente dedita solo a far soldi, dalla religiosità bigotta e di facciata, amante del formalismo e delle etichette.
Il papà dell’Albinati era ingegnere: «Nel necrologio di mio padre dettai soltanto Carlo Albinati, tralasciando l’Ing., mia nonna quanto s’incazzò. Disse che avevamo disonorato la memoria di mio padre. Senza il mantello di quell’ing. Doveva essere volato in cielo tutto nudo, vergognoso» (pag. 504). All’interno di tante famiglie borgesi, c’è anche chi si ribella «alla religione della monotonia da lei stessa inventata.
Vorrebbe andare a mettere le bombe sui treni e ci va davvero, a mettercele. È persino alla fine capace di ammazzare i poliziotti che erano i venerati custodi della sua tranquillità» (pag.528).
I rapporti con le ragazze si limitano solo alle festicciole fatte in casa o nel corso di qualche incontro occasionale. L’altro sesso è visto come appartenente ad un mondo alieno. La donna compare solo nel sogni erotici. La struttura della scuola frequentata da soli maschi non aiuta l’integrazione tra i due mondi. Meglio allora considerare la donna come un qualcosa da possedere, violentare e stuprare. Il risultato: «La storia centrale di questo libro confermerà che si può essere bravi studenti di giorno e rapinare e violentare minorenni la notte» (pag. 51). Le domande sul perché dello stupro consumato da alcuni balordi ai danni di due ragazze indifese diventano ossessive per l’autore del romanzo: «La scuola, i preti, i maschi, il quartiere, le famiglie, la politica. Potrebbe darsi che al centro del bersaglio non vi sia alla fine quel delitto, ma qualcos’altro». I colpevoli di quel delitto «Potranno essere perdonati a prescindere dal fatto che abbiano o meno scontato la pena comminata loro dallo Stato? E se non il perdono cristiano, quantomeno l’indulgenza o il semplice oblio?».
Sì, sono passati tanti anni dall’episodio del Delitto del Circeo. I giovani l’hanno saputo solo vedendo documentari. Drammatica è l’intervista fatta da Enzo Biagi a Donatella Colasanti nel 1983, ma le riflessioni di Eraldo Albinati sono valide anche oggi: «Noi viviamo dunque in una società dello stupro. Ostilità rapacità e potenza trovano una manifestazione sessuale. Il sesso è il linguaggio, non la cosa. È il modo di volere, non l’oggetto voluto. Si declina attraverso il sesso qualsiasi pulsione: vendicativa, rivendicativa, esibizionistica, identitaria. I ragazzini stuprano le loro compagne di classe e le filmano col cellulare. Libertà intesa come facoltà di nuocere. Libertà = delitto. Una piena realizzazione di se stessi può avvenire solo se si è pronti a prevaricare gli altri, e capaci di farlo. L’io coincide in pieno con la potenza».
Per non parlare poi del degrado urbano e non solo: «Cassonetti traboccanti mai svuotati. Macchine parcheggiate tranquillamente in seconda e terza fila. Passeggiatori di cani che, con le cosce tremanti, defecano davanti ai portoni, collaudatori di mini-moto costruite in garage o altri apparecchi radiocomandati (attenzione: non sono ragazzi, ma cinquantenni), e poi writers o taggers cioè quei pipparoli che imbrattano muri coi loro monotoni scarabocchi e che qualche reduce del Dams o ex deputato di Rifondazione comunista (ma perché? perché? perché vi ho votato?) si ostina a difendere come manifestazione artistica o sintomo del disagio giovanile».
La Scuola Cattolica è un romanzo che a tutto tondo racconta cinquant’anni di storia italiana. Vale la pena leggerlo, vi si trovano delle risposte utili per capire il nostro presente. •

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