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RITRATTI: Guglielmina Rogante

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Ho conosciuto Guglielmina Rogante a Radio Fermo Uno. Alla rubrica del sabato “Mi ritorni in mente” arrivavano personaggi con racconti interessanti. Guglielmina incantò.

Lei ha un sorriso dove mescola simpatia ed ironia, e una mente letteraria coniugante i grandi autori alle “piccole” cose: cibo, convivio, pranzo della festa… I suoi ricordi spaziano dagli scavi archeologici a Piane di Grottazzolina, ai Piceni, ai monaci farfensi, alle «vergare». Un guardare indietro per guardare avanti. Un legame tra generazioni come nel gruppo del Canova: dove Enea (il presente) tiene in spalla Anchise (il passato) e stringe con la mano Julo/Ascanio (il futuro).

Guglielmina ama Mario Luzi. «Noi siamo quello che ricordiamo. Il racconto è ricordo, e ricordo è vivere». La frase è il filo rosso dell’ultimo libro della Rogante: “Sillabario del tempo. Storie di paesaggi e di cibo”. Un libro (Il Lavoro editoriale per la collana Drogheria del Corso) che è affresco di un mondo e “fotografia” di ciò che siamo stati e di ciò che di buono ancora potremmo essere. Non è un “come eravamo” nostalgico. È proposta, indiretta, di come potremmo essere ancora, dove il buono e il bello possano restare fondamenta di un convivere civile e di una letizia personale.

In un tempo in cui le parole non hanno più senso, tante se ne dicono e tanti i significati che gli si attribuiscono, Guglielmina scrive in modo piano, con la profondità di una studiosa e di una amante. Amante della buona vita, capace di legare l’orizzontale del tempo cronologico al verticale del tempo spirituale. Il micro al macro, nel grande rispetto della natura, dei suoi cicli, con la coscienza che «il minimo battito d’ali di una farfalla sia in grado di provocare un uragano dall’altra parte del mondo». Sono le croci che i contadini un tempo mettevano «ogni quinto di grano» perché «bisognava che Dio vegliasse sulla vita, che era pianta e seme, per diventare pane». Le croci contro il vento forte e la grandine terribile. È il pranzo delle grandi feste, quando i parenti si ritrovavano intorno alla mensa, le otto portate preparate dal cuoco (o la «coca») che spostava il suo armamentario. Non intende parlare di sola cucina, la nostra. Pensa alla civiltà che quella cucina, quei gusti, quei sapori, quei prodotti, hanno saputo dare.

Ma sono anche i luoghi che la Rogante racconta: Forca di Presta, la piana di Castelluccio, Garulla di sotto e quella di sopra, dove c’è silenzio, dove ci si ritrova con il proprio io, per poi tornare – purtroppo? – alla corsa, al cemento, alla competizione.

Guglielmina ha scritto libri su Gozzano, Montale, Sereni, Caproni, Ungaretti, Luzi, Zanzotto. Scrittori del particolare e scrittori religiosi nel senso di ricerca di legami saldi.

Ecco, la parola chiave: legami. Che lei ben intende.

Guglielmina Rogante è nata a Grottazzolina nel 1950. Si è laureata in Lettere moderne presso l’Università Cattolica di Milano dove, fino al 2000, ha tenuto corsi di Letteratura Moderna e Contemporanea. Tutt’ora vi svolge attività di ricerca presso il Centro “Letteratura e Cultura dell’Italia Unita”. Ha pubblicato libri su autori tra Otto e Novecento, in particolare su Ungaretti, Luzi, Sereni, Turoldo, Silone. A Fermo, dove vive, ha insegnato all’ITI Montali, per il quale ha curato il volume dedicato al 150° di Fondazione e la sezione storica del Museo dell’ITI.

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