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Penna S. Giovanni: la celebrazione a conclusione della Festa del Creato

Emergenza ecologica

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Salute, agricoltura ambiente. Tre emergenze indipendenti o interconnesse? È questo il titolo del Convegno svoltosi a Penna S. Giovanni il 2 ottobre per l’annuale Festa del Creato, promossa dall’Ufficio per la Pastorale Sociale del lavoro e dell’ambiente e l’Associazione Culturale “Centro Studi Giuseppe Colucci”.
La prima relazione è di Dominique Guillemant dell’Università di Macerata. Il titolo: “Francesco di Assisi uno sguardo riconciliato con il Creato”. Il Poverello di Assisi abita il mondo ma sa che il mondo non è suo. Il Cantico delle Creature è il suo testamento. Con esso stabilisce un’alleanza con Dio, alleanza fatta di stupore verso tutto il creato. Solo l’uomo salvato diventa capace di creare relazione tra tutte le creature e di stabilire patti perché il creato diventi un nuovo paradiso terrestre. Così con il racconto dell’incontro con il lupo di Gubbio insegna che, se ci si accorda, compromettendosi e condividendo le risorse del mondo, non si ha ragione di avere paura nè di avere nemici. È questo il programma per la giustizia e la pace.
Significativa la relazione della dottoressa Ilse Maria Ratsch impegnata nell’Ospedale Salesi di Ancona. Ha evidenziato l’aumento di malattie nei bambini dovute all’inquinamento dell’ambiente. Sostanze di sintesi, come i pesticidi, toccano il sistema immunitario. Da qui dipendono malattie (Parkinson, autismo, diabete), modificazioni del DNA, celiachie e intolleranze.
Anche preoccupante è il dato dell’aumento dell’infertilità. Ciò indica che non ha più senso procreare. L’ambiente è diventato ostile. L’evoluzione fa cessare la procreazione. Si è creato un mondo in cui la specie umana si auto-estingue. Bisogna allora “prendersi cura” del cosmo. Anche l’informazione è l’inizio della cura. Serve denunciare che si è persa la connessione tra salute, ambiente, abitare, società.
È poi la volta del prof. Stefano Tavoletti dell’Università Politecnica delle Marche. Fa comprendere come il commercio degli alimenti è mondiale. Parte dalla borsa di Chicago. Ne pagano le spese gli agricoltori i quali vedono svalutare i prodotti locali per prodotti internazionali e di bassa qualità.
Gli animali si sono ormai abituati a mangiare soia e mais. La soia viene importata dall’estero a costi esosissimi. Si potrebbe però coltivare ciò che i nonni hanno da sempre coltivato: il favino, il pisello proteico, la cicerchia, il solgo. Nelle aziende infatti i frutteti e le piante foraggere servono a salvaguardare l’erosione del suolo. Chi ha foraggio ha bestiame. Il bestiame dà letame e di conseguenza non si ha bisogno di prodotti chimici che inquinano i terreni. Le aziende locali, così facendo, salvaguardano anche le locali razze animali.
Per migliorare la salute bisogna prendere coscienza del modo biologico produrre. I grani antichi, riscoperti nell’agricoltura biologica, ad esempio, non danno intolleranze e sono molto graditi. Il sistema agro zootecnico può essere strutturato localmente. È necessario pensare globale ed agire localmente, così come ci ha più volte ripetuto la dottoressa Ilse nella sua relazione. “Il pensare globale rappresenta il chiedersi come vogliamo salvare la vita nel cosmo e l’agire locale è come porsi da responsabili nella salvaguardia della vita nello spazio fisico e temporale in cui siamo”.
In ultimo il professor Belletti, sempre dell’Università Politecnica, con la sua relazione dal titolo “Ruolo dell’agricoltura familiare al tramonto dell’era industriale: un approccio bio-economico” dimostra che si è al tramonto dell’era industriale.
Già egli anni 70 alcuni affermavano che l’era industriale era al tramonto per la sua inconciliabilità con i cicli di vita. L’economia non ha niente a che fare con la natura. L’era industriale ha dato una accelerazione all’utilizzo delle risorse ma il genere di vita che offre ha una fine molto vicina, basta pensare all’inquinamento e all’effetto serra. Questo stile di vita non può essere sostenibile. È necessario chiedersi quanto tempo possa ancora vivere l’uomo in un mondo così fatto. L’approccio bio-economico fa riflettere sul fatto che la natura non c’entra niente con l’economia. Per l’economia un qualsiasi imput di produzione vale per aumentare il consumo ed il guadagno; a livello naturale è il contrario perché l’elemento vale quando è integro.
Prendendo coscienza di alcune dinamiche, anche lo stile di vita può cambiare. I cambiamenti delle abitudini hanno bisogno di tempo.
Prendere coscienza che viviamo in un sistema da decenni insostenibile quindi è importante e si devono operare cambiamenti immediati. Il sistema occidentale di sfruttamento selvaggio non ha più energia né più ambiente da offrire. (Pensando alle migrazioni infatti, è prevedibile che nelle aree più ricche di risorse naturali ci fossero state guerre. Non ha senso meravigliarsi dei flussi migratori).
Anche la politica agricola europea è responsabile di aver creato l’industria nell’agricoltura. Negli anni 50 l’agricoltura era da eliminare perché c’era bisogno di braccia nelle industrie. L’industrializzazione dell’agricoltura ha portato ad avere campagne senza abitanti. C’è così un paese industrializzato, senza agricoltura e non c’è spazio per un sistema sostenibile.
L’era industriale è alla fine: essa distrugge se stessa.
In questo panorama che senso ha l’agricoltura familiare?
Il concetto di agricoltura familiare può essere vago, ma parlando di agricoltura biologica, si notano tante famiglie che la mettono in essere. Nelle Marche si stanno attivando percorsi alternativi, che non comprendono solo sistemi di produzione ma anche sistemi di vendita, di educazione alimentare, di sani comportamenti orientati all’uso e non all’abuso delle sostanze, della ricerca scientifica per la medicina naturale.
Si sta sperimentando il modo di usare l’agricoltura non come un fine ma come un mezzo di riflessione e di sperimentazione. Si stanno ri-creando nuovi modelli di vita.
Durante il dibattito si è posta una ulteriore riflessione che dà senso a tutte le informazioni.
Come genere umano, quanto vogliamo durare? Non abbiamo sempre detto che l’uomo è un animale superiore capace di organizzare la vita di tutti gli esseri viventi? Mentre le piante hanno la possibilità di formare relazioni importanti tra loro, in grado nel tempo di proteggersi e di non auto estinguersi, noi andiamo verso l’auto estinzione.
Dopo il convegno la “festa” è continuata con la visita ed il pranzo presso un agriturismo di Penna San Giovanni, che costituisce un esempio di come si può produrre in maniera sana e fare zootecnia sostenibile, mettendo insieme le energie di più aziende, vendendo i prodotti, offrendo svago, e ricreazione.
Nella festa non poteva mancare la celebrazione, presieduta da Mons. Orlandoni, assistente, fino a qualche mese fa, dell’Ufficio della Pastorale del Lavoro del Sociale e dell’Ambiente Regionale. Egli nell’omelia ha ricordato come la fede consiste nell’aderire ad una persona, nel mettere la nostra fiducia in Gesù, abbandonarci nelle sue mani; che la fede è un dono ma abbiamo la responsabilità di custodirlo, di salvaguardalo perché questo dono possa essere utile per l’umanità: “la fede senza le opere è morta”.
Tra i compiti della fede c’è anche la cura, la custodia e la salvaguardia del creato, la casa comune, la famiglia umana, l’insieme di tutte le creature. Da un lato abbiamo il compito di lodare il Signore per tutto il Creato perché in esso possiamo trovare tutto ciò che serve per tutti gli uomini, per tutte le generazioni, dall’altro a noi è affidata la sua custodia . Non dobbiamo dimenticare che nella casa comune se si maltratta la natura si maltratta l’uomo. Il Vescovo ci invita in questo anno a prendere coscienza della grandezza della misericordia di Dio e di operare secondo i suoi insegnamenti per il bene dell’umanità. •

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