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Il mare d’inverno: vacanza amara

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A un mese dall’esodo verso la costa: tra incertezze, confusione e solidarietà.

Chi l’avrebbe mai potuto immaginare? La nuova superstrada Civitanova-Foligno, finalmente inaugurata in estate dopo anni e anni di lavori, oggi serve principalmente a collegare le zone colpite dai terremoti con la costa e per gestire l’emergenza di tante famiglie. Domenica 27 novembre la coda all’ingresso di Civitanova era impressionante e il caos al casello autostradale degno di una grande arteria dell’interland milanese. Tutto ora è in moto, non solo la terra. Si muovono le auto, gli studenti, i professori, i preti, i volontari, i responsabili delle istituzioni. Tutto sta a capire se, a un mese dalla catastrofe, si riesce a trovare una direzione comune, un coordinamento, una capacità di raziocinio.
La prima cosa da fare: spegnere i riflettori. Infatti, se la visibilità accresce la sensibilità, è anche vero che favorisce la mancanza di calma e di riflessione.
Occorre mettersi al lavoro, dare alle cose un tempo necessariamente non televisivo. La cultura del lavoro dei marchigiani sarà la vera arbitra della partita, ma lo spettacolo deve terminare al più presto.
La seconda cosa urgente è l’abbattimento delle barriere burocratiche.
Troppe ne sono state erette nei primi giorni. Dei tanti cantieri della superstrada non si può imitare la lunghissima opera di ultimazione dei lavori.
Occorre dare alle cose uno svolgimento normale, evitando le paludi italiche. Un territorio così bello e salubre come quello dei Sibillini conosce l’aria pulita e la vita genuina.
La terza cosa è non essere troppi e troppo pochi. Il fluorescente dei primi giorni dava fastidio agli occhi tanto era evidente e maggioritario. Dosare le energie e giocare sul lungo periodo richiede il coraggio di impedire afflussi di volontari e cose inutili, per tenerli pronti in un secondo momento.
La quarta esigenza è recuperare il senso dell’unica appartenenza. I confini delle valli sono stati cancellati: la montagna e la costa finalmente sono una sola realtà.
Non ci sono terremotati, ma familiari, parenti, concittadini, amici. Siamo tutti dentro la stessa barca: sfollati e sfrattati, extra e intra comunitari, poveri e ricchi, alla ricerca di una normalità, consapevoli del patrimonio comune.
Tutti precari, tutti più vicini gli uni agli altri, tutti accomunati dal grido tipico dell’Avvento: Maranathà! •

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