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Le Marche, terra di elezione di Giuseppe Gioacchino Belli

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A Morrovalle il Belli, che soffriva di ipocondria, recupera serenità e salute. ritorna più volte nella città marchigiana ospite della marchesina Vincenzina Roberti

Giuseppe Gioachino Belli (Roma, 7 settembre 1791 – Roma, 21 dicembre 1863) era molto legato alle Marche tanto da farne quasi la terra di elezione nel corso dei suoi numerosi viaggi che iniziano nel 1820 e terminano nel biennio 1842- 1844. La terra marchigiana compare nel titolo di una composizione che è una sorta di proverbio “Più pe la Marca annamo, più mmarchisciàn trovamo” e nel sonetto Li polli de li vetturali. Giuseppe Gioachino Belli dimostra di conoscere assai bene da quale regione arrivava ogni ben di dio: “Lo sapémo che ttutti sti carretti/ de gabbie de galline e cceste d’ova/ vienghino da la Marca; ma a che ggiova/ de sapello a nnuantri poveretti”. Alla plebe di Roma bastavano qualche tozzo di pane e quattro aglietti, mentre “Preti, frati, puttane, cardinali, / monsignori, impiegati e bbagarini: /Ecco la ggente che ppò ffà li ssciali”.

Il mercato dei prodotti della campagna maceratese verso la città eterna è stato una costante per tutto il secolo scorso. I fratelli Costantini di Morrovalle rifornivano settimanalmente i mercati di Roma di uova, polli e conigli. Il proverbio “Più ppe la Marca annamo, più mmarchisciàn trovamo” va tradotto con “Più si va, peggio si trova”. I viaggi di Gioachino Belli da Roma verso le Marche e viceversa rappresentavano quasi “una metafora di una costante circolazione, anzi di un circolo vizioso, che dall’età moderna in poi aveva legato la metropoli all’estrema periferia orientale affacciata sull’Adriatico, veicolando persone dedite prevalentemente alle carriere ecclesiastiche…
fot-1I romani autentici non vedevano di buon occhio l’invasione di monsignori, curiali e cardinali che, provenendo dalla provincia e le Marche rappresentavano allora, nello Stato della Chiesa, la periferia, sistemandosi o rientrando a Roma, avevano condotto con sé, nel tempo, collaboratori e famigli, come dimostra del resto la stessa storia della famiglia Belli” (Paola Magnarelli, Le Marche come provincia, pag. 52- 54, in “Le Marche terra di elezione di G. G. Belli- Più pe la marca annamo”, convegni di studio: Macerata 30 maggio 2013 e Morrovalle 13 ottobre 2013 per i 150 anni dalla morte di Gioachino Belli, Quaderni del Consiglio regionale delle Marche, N° 165, Febbraio 2015).
Giuliano De Bellis, cognome latinizzato, avo di G. G. Belli, era marchigiano, come risulta dal libro dei battesimi del 1630 della parrocchia di Castelnuovo di Recanati ed era emigrato a Roma circa due secoli prima di G. G. Belli. Se Belli ha dato poco spazio alle Marche nei sonetti, dedicati alla plebe di Roma, ha parlato invece diffusamente della nostra regione nel suo Journal du Voyage dove annotava e descriveva luoghi, situazioni, viaggi in carrozza, incidenti occorsi.
In ogni luogo visitato descriveva ciò che mangiava: ad Acqualagna, maccheroni con burro e cacio, a Villa Potenza la frittata con le salsicce. Gli accadevano di tanto in tanto anche degli incidenti. A Valcimara di Caldarola ebbe l’amara sorpresa di subire un furto e rischiò la galera per aver definito “pisciabotte” l’apparato della festa di San Nicola a Tolentino (Manlio Baleani, In viaggio nelle Marche con G. Gioachino Belli, Editore Giancarlo Ripesi, 2013).
Due erano le strade che il poeta solitamente percorreva per arrivare nelle Marche, la via Flaminia attraverso la gola del Furlo per raggiungere il pesarese e la via Lauretana, attraverso Foligno, Colfiorito, Serravalle, per spingersi verso il maceratese. Il viaggio, da Roma per le Marche, durava anche una settimana. Si viaggiava su carrozze scomode, riempite fino all’inverosimile da vetturali privi di scrupoli, su strade disastrate, su ponti che, durante la stagione invernale o comunque quando pioveva un po’ più del solito, crollavano o venivano spazzati via dalle inondazioni dei fiumi. Nella nota di un viaggio, mentre era diretto a Milano, Belli segnalava le traversie subite nel passaggio del fiume Esino, nella mattinata del 14 ottobre del 1827, quando il ponte di legno, realizzato dagli ingegneri francesi poco più di un decennio prima, era “talmente fracassato che ne mancava la metà portata via dalla corrente”. La stessa cosa era successa al ponte sul Musone che non esisteva più perché distrutto dall’alluvione. “Sulle disavventure del viaggio del 1827, capitate mentre si recava a Milano, Belli non trascurò di fissare sulla carta quanto successe a due miglia da Ancona, all’incirca all’altezza della Palombella, quando la carrozza sulla quale era salito alla stazione di posta di Ancona fu superata da un’altra carrozza, spaventando i quattro cavalli i quali completamente imbizzarriti si lanciarono giù da una specie di diga costituita dalla massicciata della strada e trascinarono con loro la carrozza i passeggeri” (Gilberto Piccinini, La viabilità nelle Marche nella prima metà dell’Ottocento, pag. 132, in “Le Marche terra di elezione di G. G. Belli – Più pe la marca annamo”, convegni di studio per i 150 anni dalla morte di Gioachino Belli, Quaderni del Consiglio regionale delle Marche, N° 165, Febbraio 2015). In quell’occasione Belli venne trasportato in spalla e rimesso in carrozza.
I viaggi del Belli verso Milano avevano una finalità culturale. Avvicinando gli ambienti illuministi della capitale lombarda, aveva modo di “frequentare l’evoluta società meneghina”.
Il poeta romano aveva invece altri motivi per venire nelle Marche. Aveva sposato nel 1816 Mariuccia Conti (1780- 1837), che aveva nella Marca e in Umbria estesi possedimenti ereditati dal precedente matrimonio con il conte anconetano Giulio Picchi. Belli vi ritornava spesso per recuperare i crediti. Lontano da Roma, definita in un sonetto, “Stalla e chiavica der Monno” (G. G. Belli, Sonetto 1270, “Li Prelati e li cardinali”), dispensato dal lavoro noioso e ripetitivo presso l’Ufficio del Registro dello Stato Pontificio, Giuseppe Gioachino Belli poteva contare nell’aiuto di carissimi amici sparsi “pe li sette cieli” marchigiani: Francesco Cassi (Pesaro), Francesco Maria Torricelli (Fossombrone), Giuseppe Neroni Cancelli (Ripatransone), i marchesi Solari di Recanati, la famiglia Roberti di Morrovalle.

fot-4In questa ridente cittadina posta su un ameno colle dove lo sguardo spazia dai Monti Azzurri al Mare Adriatico, Giuseppe Gioachino Belli fu per più anni ospite della marchesina Vincenza Roberti (1800- 1883), chiamata affettuosamente dai famigliari con il nomignolo di Cencia. Il marchese Tullio, papà della ragazza, proveniva da Recanati. Belli aveva conosciuto Cencia nel 1821, a Roma, dove la ragazza aveva accompagnato la mamma Marianna Botti, per altro amica di Maria Conti, la moglie del Belli. Mamma e figlia erano venute nella capitale per questioni inerenti il dissestato patrimonio familiare. Gioachino Belli rimase colpito dalla vivace intelligenza della marchesina Vincenzina Roberti, dalla sua curiosità e cultura, seppur la ragazza provenisse dalla provincia. Tra i due nacque una “corrispondenza d’amorosi sensi”, tanto che G. Belli, nel 1831, dopo un periodo di convalescenza, per una seria malattia ai polmoni e alla gola, trascorso a Veroli, in casa dell’amico Pubblio Jacoucci, scriveva alla marchesina Vincenzina Roberti se poteva ospitarlo nella sua casa di Morrovalle. Cencia, già sposa del dottore e farmacista Pirro Perozzi, non si fece pregare e ospitò subito l’amico. A Morrovalle, Belli che soffriva di ipocondria, recuperò serenità e salute, tanto da ritornarci più volte, sempre ospite della marchesina. A lei, il poeta romano dedicò ben cinquantadue sonetti, una sorta di canzoniere amoroso con qualche venatura da “Dolce Stil Novo”, la donna angelo che porta la salvezza. Cencia più che bella era passionale e intelligente, qui stava la forza della donna che sapeva accendere la passione amorosa in Gioachino Belli.
Nel corso di uno dei tanti soggiorni trascorsi a Morrovalle, Gioachino Belli fu costretto a rimanere per più giorni al Casino delle Cervare, poco lontano dal capoluogo, ospite dei Marchesi Solari. Impossibilitato a rientrare a Morrovalle per il maltempo, così scriveva: “M’accorse nella vita onninamente monotona e noiosa a cui le continue piogge costrinsero la famiglia Solari e me ritirati a discorrere, a dire il rosario, a udir messa, a mangiare e a leggere qualche pagina di gazzetta e di storia. Solamente nel venerdì 19 fummo visitati dalla Signora Vincenza Perozzi, venuta col marito Pirro Perozzi con una loro bambina di 5 mesi (Matilde, la figlia della coppia)…dalla terra di Morrovalle. Essi pranzarono e ripartirono” (Manlio Baleani, Belli, le Marche, le donne del poeta, ibidem, pag. 137).
Sempre a Morrovalle, Gioachino Belli matura la decisione di scrivere d’ora in poi solo versi in dialetto. I sonetti di Morrovalle, circa cento, sono sconci e irriverenti. Segnano comunque una tappa importante.
A Morrovalle il Belli scopre la grandezza del dialetto, dopo essere stato alla scuola di Carlo Porta, poeta dialettale milanese che aveva conosciuto di persona e di cui aveva letto tutta la produzione poetica. Manzoni, Carlo Porta, Leopardi sono le fonti alle quali il Belli attinse. Oggetto della sua produzione poetica sarà il popolo. Scriveva infatti ad introduzione dei suoi sonetti (2.279 i sonetti del Belli): “Io ho deliberato di lasciare un monumento di quello che oggi è la plebe di Roma. In lei sta certo un tipo di originalità: e la sua lingua, i suoi concetti, l’indole, il costume, gli usi, le pratiche, i lumi, la credenza, i pregiudizi, le superstizioni, tutto ciò insomma che la riguarda, ritiene un’impronta che assai per avventura si distingue da qualunque altro carattere di popolo”.
Molti si sono chiesti, anche un lettore della Voce delle Marche, tempo fa, se Gioachino Belli e Leopardi si incontrarono. Scrive il prof. Pietro Gibellini dell’Università Ca’ Foscari di Venezia: “Ai Roberti, imparentati con i Leopardi, Belli deve invece il probabile incontro con Giacomo nel 1827, nella casa di Loreto del marchese Filippo Solari sposato alla zia di Vincenza e padre adottivo della sorella di questa. Il sommo poeta lo aveva forse già conosciuto nel 1823 a Recanati, o nel 1824 a Roma, dove verosimilmente lo rivide nel 1830- 1831” (Pietro Gibellini, Poker morrovallese, Quattro sonetti e un saggio di edizione, ibidem, pag. 37). È probabile che i due poeti “si incontrarono a Roma nell’inverno del 1831- 32, quando Belli abitava a palazzo Poli e Leopardi in via Condotti, cioè a poche centinaia di metri di distanza” (Marcello Teodonio, Non so se il riso o la pietà prevale – G. Gioachino Belli – Giacomo Leopardi, ibidem, pag. 77). Più che sapere se mai ci sia stato questo incontro, è interessante confrontare la poetica dell’uno e dell’altro per trovare analogie e differenze, ma di questo si parlerà in un altro articolo, utilizzando sempre la relazione di Marcello Teodonio, presidente del Centro Studi Giuseppe Gioachino Belli di Roma, raccolta negli atti dei due convegni di Macerata e di Morrovalle. •

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