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Giacomo Leopardi

Non ci resta che pungere

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Giuseppe Gioachino Belli e Giacomo Leopardi a confronto

Giacomo Leopardi (1798- 1837) e Giuseppe Gioachino Belli (1791- 1863) furono quasi coetanei e vissero nel medesimo Stato della Chiesa, attraversato da profonde lacerazioni e contraddizioni politiche (Ancien Regime/ Risorgimento), sociali (Aristocrazia/ Borghesia) e culturali (Illuminismo – Romanticismo/ Classicismo).
Sono uniti da profonde affinità. Ambedue sono impegnati in una severa ricerca della Verità. Entrano in conflitto con il mondo a loro contemporaneo. Scelgono di vivere nell’isolamento, quasi in clandestinità.
Concepiscono la scrittura come un dovere da perseguire a ogni costo. Sono sferzanti sulla cultura a loro contemporanea e sul potere. Vedono nella scrittura una metafora potente delle contraddizioni della vita. Osservano il mondo attraverso un filtro, la finestra in Giacomo Leopardi, “la maschera sur grugno” in Gioachino Belli. Ambedue si sentono in dovere di “ridere dei mali comuni”.

Giuseppe Gioachino Belli
Giuseppe Gioachino Belli

La riflessione sul tema della morte sgomenta entrambi, il disperato pessimismo è, per i due poeti, storico, esistenziale e cosmico (Cfr. Marcello Teodonio, Non so se il riso o la pietà prevale Giuseppe Gioachino Belli- Giacomo Leopardi, pag. 73- 130, in Le Marche terra di elezione di G. G. Belli, Convegni di studio, Quaderni del Consiglio Regionale delle Marche N° 165, Ancona, febbraio 2015). La differenza fondamentale tra i due è l’ateismo al quale Giacomo Leopardi approda dopo l’adesione al materialismo sensista. Giuseppe Gioachino Belli rimane al di qua del guado, anche se si chiede sgomento cosa sostituire alla religione, se la filosofia di Epicuro, quella degli scettici o “ripristinare la filosofia del vuoto di tante teste”.
Il giudizio di ambedue su Roma e sulla sua cultura dominante è spietato. Leopardi in una lettera al fratello Carlo, scritta il 25 novembre 1822, chiama Cancellieri, un intellettuale allora più conosciuto di Roma, “un coglione, un fiume di ciarle, il più noioso e disperante uomo della terra”.
Dello stesso tono è un’altra lettera indirizzata al padre Monaldo, scritta il 9 dicembre dello stesso anno, nella quale non usa le parolacce, ma definisce Cancellieri come “insopportabile per le estreme lodi che colla maggiore indifferenza del mondo dice in faccia a chiunque lo va a trovare”. Gioachino Belli conosce molto bene l’ambiente culturale romano. Iscritto all’Accademia Tiberina e all’Arcadia ne esce disgustato perché ritiene che la produzione culturale dei suoi adepti sia totalmente fuori dalla realtà. Anche lui chiama Cancellieri “un fiume di ciarle”: “Il chiarissimo Francesco Cancellieri cominciava a parlarvi di ravanelli, e poi di ravanello in carota e di carota in melanzana e finiva coll’incendio di Troia”. All’ambiente culturale romano, raccolto nell’Accademia dell’Arcadia, dedica molti sonetti, tra i più esilaranti: “La Compagnia de Santi- petti”, “In morte de Geronimo nostro”, “Er pranzo a Ssant’Alèsio”, “La nascita de Roma”.
Ugualmente impietosa è la valutazione di entrambi su Roma, i cardinali, il papa e il potere.
Comune ai due è il pessimismo, esplicito, diretto e dichiarato. Quello del Leopardi ha pur nelle sue diverse fasi, una connotazione “metafisica”, mentre nel Belli ha una configurazione “sociologica”. Nel pessimismo leopardiano è rintracciabile sotto traccia un’apertura alla speranza e alla solidarietà, in quello del Belli invece tutto s’incupisce senza possibilità di scelta.
Gioachino Belli non trova alcuna “ginestra” e il suo pessimismo diventa “passione triste” che investe la realtà sociale, la fede e la sua stessa persona. Basta leggere i sonetti “Er caffettiere fisolofo”, “La vita dell’omo”, “Er ferraro”, “La morte con la coda”, “Li due generi umani”.

Giacomo Leopardi
Giacomo Leopardi

Il nichilismo leopardiano è distruttivo ma agonico. La stessa negazione di senso non annulla a ben vedere la domanda di senso. Pur trattandosi di un pessimismo radicale comune a entrambi i poeti, sembra che quello del Leopardi orienti alla “resistenza”, mentre quello del Belli alla “resa”. All’origine di queste impostazioni ci sono due diverse poetiche: quella del Leopardi può considerarsi incentrata sul “desiderio, mentre quella del Belli sul “bisogno”. “Il mancato soddisfacimento del bisogno o del desiderio produce lo stato d’infelicità che caratterizza la condizione umana… Dal dolce naufragare dell’Infinito alla catena sociale della Ginestra si compie la parabola del Leopardi, poeta dell’attesa, per quanto disillusa; nel Belli invece, non c’è attesa, c’è solo la presa d’atto di una situazione da cui non si esce” (Giancarlo Galeazzi, Giuseppe Gioachino Belli e Giacomo Leopardi a confronto).
Eppure, secondo Giorgio Petrocchi, anche in Gioachino Belli c’è una positività: “Dietro quelle risate persino sgangherate si addensa la sofferenza di un popolo cui non è concesso di liberarsi dalla miseria, ma che redime continuamente se stesso nel generoso sentimento d’umana solidarietà e nella febbre di speranze sempre vanificate e sempre risorgenti”.
Comune al Belli e al Leopardi è il tema delle verità. Il secondo parla di arida verità, il primo invece di verità sfacciata. Un ulteriore confronto tra i due è sul tema della Religione. Belli, nei confronti della “Santa Riligione” si trova in una posizione diversa da quella seguita sia dagli Illuministi sia dai tradizionalisti.
Il poeta romano critica la Religione del proprio tempo ma non riesce a distaccarsi dal conformismo religioso. La sua posizione è caratterizzata da una contraddizione e da un compromesso. Denuncia tanti aspetti negativi della religione, cioè del Cristianesimo, e in particolare della chiesa cattolica (superstizione e fanatismo), ma rimane legato a questa religione e a questa chiesa.
“Il compromesso è l’unica soluzione che consente al cattolico Belli, di essere cattolicamente ateo” (Pietro Gibellini).
Giacomo Leopardi critica il Cristianesimo del proprio tempo per due motivi, l’uno di carattere esperienziale, l’altro di carattere speculativo.
Il Cristianesimo pratico che Leopardi rifiuta è quello che aveva visto incarnato dalla madre. Il Cristianesimo teoretico che rifiuta è quello che era stato sistematizzato dai pensatori scolastici. Il Cristianesimo di Adelaide Antici era una religione mortificante, autoritaria, quello degli Scolastici una religione astratta e intellettualistica.
Se a prima vista può sembrare irriguardoso un confronto tra il poeta dei Canti e degli Idilli, scritti in una lingua finissima, e quello delle scurrilità, scritte queste ultime nel dialetto del popolo romano, confrontare le loro produzioni poetiche serve perché si scopre che alcuni aspetti del loro pensiero sono comuni, anche se tali aspetti hanno genesi, sviluppo e approdi diversi.
Leopardi è il poeta della natura in tutti i suoi aspetti (tempi, luoghi, protagonisti), Belli è il poeta della città, colti negli stessi aspetti e d’una città davvero unica, paradossale e drammatica, magnifica e disperata, stupenda e misera, “stalla e chiavica der monno”.
Leopardi sceglie il genere lirico, Belli quello comico.
Leopardi scrive in forma libera, Belli sceglie la forma chiusa per eccellenza, il sonetto.
Leopardi era un personaggio noto nel suo tempo, le sue poesie furono pubblicate più volte nel corso della sua pur breve vita. Gioachino Belli era un personaggio sconosciuto i cui testi vennero pubblicati soltanto più di vent’anni dopo la sua morte.
La produzione poetica dei due autori è diversa per quantità. Le poesie di Leopardi raccolta nei Canti sono 41, la produzione poetica del Belli è sterminata, 2279 sonetti per un totale di 3200 versi. Il “giovane favoloso” arriva alla sua stagione giovanissimo. Scrive l’Infinito a 21 anni, Belli inizia la sua scrittura in dialetto a 40 anni. È una fortuna che tutta la sua produzione poetica non sia stata distrutta come aveva dato istruzione di fare alla sua morte. Fu il figlio Ciro a salvarla.
Nelle poesie del Leopardi è lui stesso a parlare, in quelle del Belli è la plebe di Roma. •

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