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Urge Restyling del linguaggio liturgico

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Alcune formule liturgiche stridono con il Dio della misericordia che Gesù Cristo rivela

La dichiarazione del p. Cavalcoli o.p. sul terremoto come “castigo divino” ha suscitato reazioni di sconcerto all’interno del mondo cattolico, e ha determinato una dura presa di posizione da parte dell’Autorità Ecclesiastica. La cosa, però, non dovrebbe finire qui, con la deplorazione di un episodio legato all’intemperanza di un domenicano ultra-conservatore. Occorrerebbe, invece, dar corso a una riflessione più ampia sulla validità di certi modi di presentare il cristianesimo diffusi da diverse emittenti radiofoniche e televisive, oppure sulla appropriatezza degli insegnamenti su Dio, su Gesù, sulla pratica cristiana, impartiti negli incontri di catechismo fatti in parrocchia. Sarebbe opportuno, inoltre, considerare la plausibilità di immagini di Dio e della vita umana riscontrabili in alcune preghiere e formule liturgiche. Per non mettere troppa carne al fuoco, mi limito a rapide notazioni su alcune espressioni presenti in preghiere molto conosciute, o in parti di rituali di largo uso. Nell’Atto di dolore, preghiera spesso legata alla pratica del Sacramento della Penitenza, il fedele si rivolge a Dio in questi termini: “Mio Dio mi pento e mi dolgo con tutto il cuore dei miei peccati, perché peccando ho meritato i tuoi castighi, e molto più…”. Nell’invocazione indirizzata a Dio per ottenere da Lui il perdono c’è anche l’affermazione dell’esistenza di un nesso tra peccato personale e castigo divino. Viene legittimata, in tal modo, l’immagine di un Dio nel quale, accanto al lato benevolo del Padre misericordioso, c’è il lato violento del giustiziere che indulge alla pratica poliziesca del “sorvegliare e punire”.
Che senso ha, però, attribuire una volontà di punire a un Dio il cui nome, dice Papa Francesco, è “misericordia”.
Un altro aspetto problematico può essere colto in una preghiera molto nota, Salve Regina, che conclude il Rosario, oppure, in versione gregoriana, viene spesso usata come canto finale nelle celebrazioni eucaristiche. In essa, tra le altre cose, si dice: “… a te ricorriamo noi esuli figli di Eva, a te sospiriamo gementi e piangenti in questa valle di lacrime…”.
Al di là del rispetto dovuto all’autore che, più di mille anni fa, ha composto questa preghiera, occorre notare, però, che nelle sue parole si intravvede una forma di spiritualità cristiana che concepisce la vita come “esilio”, come esperienza dolente, in cui gli uomini, assimilati a “esuli” vivono un’esistenza tribolata in un mondo percepito e vissuto come “valle di lacrime”. In tale prospettiva, essere cristiani significa vivere da “esuli” in questo mondo, nell’attesa di accedere a un altro mondo, il mondo vero, in cui c’è beatitudine e riposo. Nel frattempo, per sopportare questa situazione incresciosa, ci si rivolge a “avvocati” celesti (la Madonna, i Santi) che hanno il potere di intercedere presso Dio per rendere tollerabile la dura condizione dell’esilio terreno.
Nulla da dire sulla bellezza delle parole e del canto del Salve Regina. Occorre però chiedersi: queste parole manifestano una percezione della fede e della pratica cristiana oggi condivisibile e recepibile?
Sfogliando il Messale, nelle varie preghiere in esso presenti, soggetto e oggetto delle orazioni sono invariabilmente designati come “fratelli” o “fratello”. Il genere femminile sembra non esistere. Senza scomodare esponenti del pensiero femminista o post-femminista come Carol Gilligan, Carla Lonzi, Caterina Botti, o Judith Butler, Rosi Braidotti, appare evidente che sul linguaggio del Messale grava l’ipoteca di un pesante maschilismo/patriarcalismo. Nel linguaggio della liturgia esiste, in tal senso, una “questione femminile” con cui la Chiesa prima o poi dovrà misurarsi, per evitare la rovinosa fossilizzazione in linguaggi che appartengono a “un passato che non vuole passare”.
Un altro esempio di linguaggio liturgico che desta perplessità è riscontrabile nell’orazione di esorcismo prebattesimale. In essa, una vita appena sbocciata, in forza del “peccato originale” che la segna fin dal suo inizio, appare come una creatura abitata dallo “spirito del male”, posta sotto il dominio del “potere delle tenebre”, una condizione che ne fa un essere “schiavo del peccato”. In tal modo si proietta sulla luminosa fragilità di una vita umana da poco sbocciata l’ombra di un peccato che ne fa una creatura indigente, mancante, che, per acquisire uno statuto di legittimità, deve essere sottoposta all’azione purificatrice di un esorcismo. Probabilmente, in luogo di porre lo sbocciare della vita di una creatura sotto il segno di un “peccato originale” che ne fa una realtà da trattare con un esorcismo preventivo, sarebbe forse più appropriato riconoscerla come manifestazione di una “benedizione originale”, una creatura da accogliere semplicemente con infinito amore, non bisognosa di esorcismo, perché il suo semplice apparire reca in sè un frammento dell’amore che Dio ha verso il mondo.
Gli esempi addotti mostrano che non si può continuare a identificare come proposizione indiscutibile il detto “lex orandi, lex credendi”, cioè l’assioma secondo il quale parole e contenuti della preghiera esprimono il contenuto della fede. Non sempre è così. Non è detto, infatti, che pensieri, parole, gesti, suoni, immagini, che potevano esprimere in modo appropriato una figura di esperienza cristiana in auge nel passato, siano anche i pensieri, le parole, i gesti, i suoni, le immagini, più adatti per esprimere il vissuto di un cristiano del nostro tempo. •

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