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Il professor Giuseppe Capriotti durante una conferenza nel Palazzo dei Priori di Visso

Il primo presepe

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Capriotti: il primo presepe è di Santa Brigida di Svezia

Diciamolo subito. Se uno ascolta le conferenze del professor Giuseppe Capriotti può anche nutrire per un attimo il dubbio supremo: è l’iconografia che parla o è il relatore stesso? Bastano pochi istanti perché la magia si dissolva, ed è soprattutto la competenza del relatore che scarta inevitabilmente dalla raffigurazione. Il gusto del particolare e l’oggettività dell’opera d’arte sono tutt’uno con la capacità stessa di raccontare, tanto che uno può pensare che il vedere le cose conta più delle cose medesime.
È come se il relatore parlasse con se stesso e con l’opera d’arte che ha davanti, in un tempo non lineare. L’argomento è sempre mediato dagli occhi e da ciò deriva quella ferma nitidezza dei profili che diviene una qualità specifica della struttura narrativa di Giuseppe Capriotti. È accaduto così su un ideale argomento dal titolo espressivo: Tre santi e l’iconografia del Natale. La pittura si anima, si fa racconto, interrogazione, in un variare di opere d’arte che divengono lo specifico di tre diverse interpretazioni del Natale. Se quello di Francesco di Assisi è il Natale dell’Eucaristia e della pace – rappresentato a Greggio con il bue, l’asino e il fieno – quello di suor Battista da Varano è il Natale del suo sentimento materno, ma anche il Natale dell’Eucaristia. Vi si contrappone quello di Brigida di Svezia, completamente diverso perché tutto centrato sulla curiosità del momento della nascita, proprio ciò che manca nei vangeli. Francesco pensa a una Betlemme di pace e a tutti i popoli che sarebbero andati a nutrirsi di quel fieno posto nella mangiatoia. Cristina di Svezia è invece curiosa di sapere come è stato il momento del parto e la Vergine le dice che il Bambino è nato “in un battibaleno”, senza dolore.
Questa visione del Natale si sposa a sua volta con il Bambinello ligneo di suor Battista da Varano, un buon auspicio per le donne che andavano a sposarsi, un simulacro di sostituzione per le monache, segno di una maternità che non ci sarebbe mai stata. Sulla scia dell’arte il presepe comincia a vivere come immenso spettacolo popolato di storie e di immagini evocate con straordinaria acutezza da uno studioso – docente nell’università di Macerata – che non ama le teorizzazioni, anche se non le ignora. Chiavi iconografiche e riferimenti alle fonti supportano di volta in volta le sue affermazioni, mentre il presepe si fa emozione, immagine, esattezza di particolari. Nella voce che anima questa grande affabulazione la natività si trasfigura attraverso i secoli, diventando memoria, prospettiva, significato, fino a raggiungere una dimensione di coralità e una conclusione inaspettata: il presepe non proviene da Francesco d’Assisi, ma da Brigida di Svezia. Anche se la tradizione parla di una prima rappresentazione a Greggio, in Umbria, Francesco non ha affatto inventato il presepe.
Non c’erano statuine nella rappresentazione di Greggio, ma soltanto una greppia con il fieno, un bue vero e un asino vero. Ancora una volta la cosa più sorprendente in Giuseppe Capriotti è la costruzione del fatto: l’attualità è raccontata perché veduta. Un modo di creare verità con le immagini che comunque non smentisce la nostra più intima convinzione. La magia e il mistero della natività, la sua semplice eppure vasta iconografia tramanda ancora oggi il Natale di Francesco: una chiesa povera, rivoluzionaria, propugnatrice di pace e in armonia con la natura. È la concezione della spiritualità religiosa rinverdita da papa Francesco, capace di parlare a chi ha il dono della fede e a chi persegue il laico dubbio. Ai cristiani e ai seguaci di un altro credo. Ai desiderosi di verità e ai cercatori di speranza.
I presepi di Giuseppe Capriotti ci raccontano anche questo. Una storia antica, figlia di un percorso complesso e forse mai giunto a compimento. •
Valerio Franconi, collaboratore de L’Appennino Camerte

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