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Se la terra trema, noi… (prima parte)

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Sconvolgimenti geologici e angosce umane. 

Domenica 20 novembre 2016: passeggiando e meditando per le vie di Smerillo a mezzodì.
Sono trascorse tre settimane dalla grande scossa che ha travolto i Sibillini. Chi dice di 7.1, chi di 6.5 gradi della scala Richter. Un esperto mi ha fatto notare che la valutazione più benevola potrebbe essere scaturita dal fatto che si è trattato di un grappolo (cluster) di scosse di cui è stato computato il valore medio, mentre il picco più alto sarebbe stato proprio di 7.1. Ma lasciamo la questione ai tecnici.
L’aspetto che più mi ha turbato in questa vicenda è stato apprendere, e vedere, che le montagne sono state fatte letteralmente a pezzi. Il Vettore presenta innumerevoli crolli, i sentieri sono spariti, la sua figura è attraversata da una fenditura stupefacente e angosciante. Mi ha precisato un amico del CAI che in alcuni punti, e non rari, la frattura e il relativo scivolamento verso il basso, con dislocazione a ponente, raggiungono e superano i due metri. La valle dell’Infernaccio è ostruita dai massi, il profilo del Monte Bove è stato mutilato.
Abituato alle immagini stabili che mi hanno accompagnato per decenni, e che ho sempre creduto immodificabili, ora dovrò abituarmi all’idea che i monti si agitano, e così le mie coordinate spaziali e temporali. D’altra parte, non canta forse il salmo 113, v 4: “I monti saltellarono come arieti, / le colline come agnelli di un gregge”?
Ho sempre saputo di orogenesi, di tettonica, di terremoti, di deriva di continenti, di spinte immani che agitano la crosta terrestre. L’ho sempre saputo, ma l’ho sempre relegato nei tempi lunghi delle ere geologiche o almeno millenarie. Vedere adesso che la terra si squarcia e va in catastrofe nel volgere di secondi, di giorni, di poche settimane, mi fa percepire il ritmo oscuro e preoccupante della precarietà, della provvisorietà, della fragilità, dell’instabilità.
Ma c’è anche qualcosa che più soffre a un livello più esistenziale e più intimo. Proprio ieri ho assistito a una processione d’auto che accompagnava il trasferimento del simulacro della Madonna del Pianto dalla sua sede storica nel centro di Fermo, ora inagibile, verso una chiesa di periferia. Il Duomo che domina il Girfalco è chiuso, le altre chiese e i templi di San Francesco, di San Domenico, di Sant’Agostino hanno i portoni serrati. Eppure io sono legato a questi luoghi, all’ombra della loro regale essenza di icone confinarie non di rado ho ritemprato fiducia e speranza.
E dolorosamente mi tornano alla memoria i versi dedicati al tempio di San Francesco alcuni lustri fa:

Da questo secolo molle e dipinto
porgi all’eterno le tue strenue braccia
scarne di pietra, e un fremito inestinto
gli evi trapassa e arde nella traccia

di ore d’oro e di sabbia.
All’ombra avvinto
il pellegrino del pensiero
abbraccia
la luce oltre, dove un sorso attinto
novella sete e gaudio gli procaccia.

Un cielo quasi – una subasia volta…,
solenne avvolge nel placido e pio
salmodiante crepuscolo; e la folta

invisibile schiera l’inno a Dio
leva compiuto della terra. Ascolta:
“Laudato sempre sii, Signore mio!”

Se percorro le vie percepisco un maggiore silenzio, ma un silenzio non confortante, tra uffici, abitazioni e altri edifici sgombrati, per quanto non crollati.
E che dire del senso di deserto respirato girando per paesi e borghi? San Ginesio ha la porta di accesso al centro storico presidiata dalla Protezione Civile, le sue cento chiese sono inagibili. Montefortino al crepuscolo sembra una terra sconsolata, Amandola non brilla più come un tempo, vi si nota un turbamento leggero, anche se la presenza di gente qui appare più numerosa che altrove. Sant’Angelo in Pontano, Monsampietro Morico, Montefalcone, Smerillo paiono sospesi in un’attesa che non sa essere altro se non attesa.
E anche io mi scopro in attesa, anche se non so bene di che cosa. •

Leggi anche la seconda parte QUI

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