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La storia da non dimenticare

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La dolorosa via crucis di una famiglia di ebrei perseguitata. “Quando Hitler rubò il coniglio rosa” di Judith Kerr

Anna, la protagonista del romanzo, sta tornando a casa da scuola in compagnia dell’amica Elsbeth. Siamo nel febbraio 1933, a Berlino, poche settimane prima del voto che porterà Hitler al potere. La neve, caduta abbondante nel corso di quell’inverno, si sta trasformando in fanghiglia. Anna ha solo nove anni. Prima di andare a casa, vuole passare dalla cartolaia per comprare delle matite. Lungo la strada vede alle pareti di una casa un grande manifesto rosso. “Un’altra foto di quell’uomo” commenta Elsbeth. “La mia sorellina ne ha vista un’altra ieri e credeva che fosse Charlie Chaplin”. Anna osserva gli occhi che la fissano minacciosi: “Non assomiglia per niente a Charlie Chaplin, se non per i baffi”, commenta. Le due ragazze si avvicinano e leggono il nome sotto la fotografia: “Adolf Hitler”. Sarà colui che le ruberà l’infanzia allegra e spensierata e con essa il Coniglio Rosa che Anna non riuscirà a portar via dalla propria casa quando sarà costretta a espatriare assieme alla sua famiglia.
Lambeck, la cartolaia, con una faccia “da pesce morto” chiede alla piccola come stia il papà. Anna, che la conosce come pettegola, risponde che ha l’influenza. Ed è vero. Il papa, la mamma, Max suo fratello, la governante Heimpi, Bertha, la cameriera sono in casa. Con loro c’è anche Gunther, l’amico di Max. I due vanno alla stessa scuola, giocano assieme nella stessa squadra di calcio. Sono di qualche anno più grandi di Anna ed hanno le stesse idee politiche. Sono socialisti e odiano i nazisti. Il papà e la mamma di Anna e Max sono di origine ebrea. Il papà è un noto scrittore contrario al Nazismo. Sa che se Hitler andrà al potere, per lui non ci sarà posto nella Germania nazista. Mentre i ragazzi mangiano panini, preparati dalla solerte Heimpi, il papà è raggiunto da una telefonata. Una voce amica gli suggerisce di riparare a Praga, in attesa degli eventi. Nel caso di una vittoria dei Nazisti, gli avrebbero ritirato il passaporto. La città della Cecoslovacchia è la più vicina alla frontiera tedesca.
Mancano solo dieci giorni alle elezioni. Nel caso che i nazisti perdano, il papà ritornerà a casa, nel caso invece che vincono, la mamma, Anna e Max lo raggiungeranno in Svizzera. Anna, Max, Peter e Marianne Kentner, figli questi ultimi di una famiglia, che abita vicino a quella di Anna, vivono intanto momenti spensierati. La neve è caduta abbondante e vanno a sciare con lo slittino su una collinetta vicina: “Adesso si sentiva il vento sussurrare tra gli alberi, la neve fresca che scricchiolava sotto i loro passi e il fruscio leggero delle slitte mentre scendevano. Sopra di loro, il cielo era scuro ma tutto intorno, al chiaro di luna, la terra splendeva d’un azzurro meraviglioso interrotto soltanto dagli alberi” (pag. 27- 28).
Gli eventi intanto precipitano. Poche settimane prima delle elezioni, i ragazzi fanno in tempo ad assistere seppure da lontano, di notte, all’incendio del Reichstag, la sede del Parlamento tedesco. Sono stati i nazisti a provocarlo ma questi accusano gli avversari per avere il consenso delle masse. Accade proprio così. Hitler vincerà le elezioni. Lo zio Julius, un vecchio amico del papà, appassionato di scienze naturali, va a far visita alla casa di Anna. Sa che il papà è partito per Praga. Non approva questa decisione repentina. Invece si sbaglia. Julius morirà in Germania, dopo aver ingerito un tubetto di barbiturici, perché perseguitato dai nazisti.

La mamma, Anna e Max, aiutati dalla governante Heimpi preparano grandi scatoloni dove mettere tutto ciò che possono portar via dalla propria casa. I due ragazzi, entrati nella stanza dei giochi, non sanno cosa mettere dentro le valigie. Anna, lasciato sul posto il Coniglio Rosa, prende il cane di pezza nuovo e lo mette in valigia, Max prende invece il pallone. Il viaggio in treno alla volta di Stoccarda avviene il giorno prima delle elezioni. Arrivati nella città tedesca, vanno in albergo per passare la notte. All’indomani prendono il treno per Zurigo dove, li sta aspettando il papà. Durante il viaggio, la mamma invita i due ragazzi di non dire nulla quando arriveranno gli addetti al controllo dei passaporti. Anna si ribella e chiede perché mai non deve parlare: “Perché l’uomo dirà che sei una bambina troppo pettegola e ti ritirerà il passaporto”, intervenne Max, che “era sempre di cattivo umore quando non dormiva” (pag. 46). Tutto fila liscio, i tre arrivano in stazione, dove c’è il papà ad attenderli ed assieme vanno nel miglior albergo della cittadina svizzera. Per il freddo e lo strapazzo del viaggio, Anna si ammala. Ha la febbre alta, ghiandole della gola terribilmente gonfie e molli. Arriva il medico che le consiglia la cura. La mamma si china sulla figlia applicandole degli impacchi caldi al collo. Non si stacca mai dal suo lettino. La bambina guarisce in capo a quattro settimane. In albergo, Anna apprende intanto dal fratello che in Germania i Nazisti hanno vinto le elezioni. La casa di Berlino è stata confiscata con tutti i beni che conteneva. Hitler avrà preso il Coniglio Rosa con il quale starà ora giocando, pensa Anna. Il papà cerca in tutti i modi di avvicinare la stampa svizzera per la pubblicazione di alcuni suoi articoli. La Svizzera teme le ritorsioni dei Nazisti, per questo i giornali sono restii a pubblicare articoli di un antinazista, per giunta ebreo. Dall’albergo, la famiglia di Anna si trasferisce nella Pensione Zwirn, dal nome del proprietario signor Zwirn. Questi ha tre figli: Franz, che diventa amico di Max, Vrenelli amica di Anna e Trudi, una bambina di appena sei anni. La pensione è “molto vicina al molo, con un cortile acciottolato e un giardino che arriva giù fino al lago” (pag. 67).
Max frequenta le Scuole Superiori di Zurigo, Anna, assieme a Vrenelli, la Scuola del paese, insegnante il signor Graupe, un “vecchiotto, con una barba grigiastro- giallognola, tutti avevano soggezione di lui” (pag. 70). Non è un granché come insegnante ma fa lo stesso. Almeno Anna non perde l’allenamento con la scuola e impara a stare con gli altri bambini, almeno così pensa la mamma. In classe è seduta accanto ad una bambina di nome Roesli che diventa presto sua amica. Max non si applica affatto negli studi. Ama recarsi spesso al lago per pescare. Anna non accetta la divisione a scuola tra maschi e femmine, gli uni da una parte e le altre dall’altra. Un giorno, terminata la scuola, è costretta a correre a perdifiato verso casa. Viene inseguita dai ragazzi che le lanciano addosso manciate di ghiaia, scarpe e quant’altro per manifestarle il loro amore. Interviene la mamma che prende di peso “Un ragazzino con le gambe storte e lo scrollava come un ramo. Gli altri se l’erano date a gambe. Chi vi ha detto di cacciarla come un animale? E di tirarle addosso tutto quello che vi capita tra le mani… Il ragazzino confuso strillò con quanto fiato aveva in gola: Ci siamo tutti innamorati di lei!” (pag. 86).
Max non si stupisce affatto: “È un’usanza del posto, spiegò (alla mamma), e aggiunse: Quando prendono una cotta per qualcuno, lo colpiscono con quel che capita” (pag. 86). Un giorno Anna vede il fratello che lancia mele acerbe all’indirizzo di Roesli, la sua amica di banco. Max si era adattato subito ai costumi locali. A Zurigo ricevono la visita dello zio Julius. Aveva partecipato in Italia a un congresso di naturalisti e sulla strada del ritorno si ferma presso la pensione. Affranto, racconta al papà la situazione in Germania e la persecuzione ordita dai nazisti verso gli oppositori nonché il rogo dei libri di famosi scrittori. Invitato dal babbo a restare a Zurigo, Julius decide di ritornare in Germania. La situazione non doveva durare, almeno così pensava e si sbagliava.
Il giorno del suo decimo compleanno, Anna lo trascorre assieme alla famiglia, in battello, essendo stati tutti invitati dall’Associazione Letteraria di Zurigo di cui il papà era entrato a far parte. In estate, arriva nella pensione di Zurigo una famiglia tedesca, di Monaco di Baviera, papà, mamma e due figli: Siegfried e Gudrun. Anna e Max, assieme a Vrenelli, Franz e Trudi giocano con loro per gli spazi attorno alla pensione. Interviene la signora di Monaco che impedisce ai propri figli di giocare con Anna e Max perché ebrei. La mamma di Anna affronta a viso aperto la signora nazista di Monaco. Interviene il papà di Anna che la supplica di non fare piazzate. D’altronde, “Non mi sognerei neanche di permettere ad Anna e Max di giocare con i figli di nazisti” disse, quindi non ci sono problemi” (pag. 103).
I figli di Zwirn, invitati a scegliere, se giocare con i bambini tedeschi di Monaco o con Anna e Max, scelgono di giocare con questi ultimi. Tutto si risolve, quando la famiglia tedesca di Monaco se ne va dalla pensione, perché l’estate è terminata. Alla fine delle vacanze estive, il papà di Anna decide di andarsene da solo in Francia, a Parigi; qui, i profughi tedeschi hanno fondato un loro giornale, il “Daily Parisien”, forse potrebbe trovare lavoro. La neutrale Svizzera non gli permette di scrivere, gli pubblicano solo qualche articolo per giunta pagato anche poco. Nel frattempo, la mamma, Anna e Max ricevono, nella pensione, la visita della nonna Omama che ha con sé un piccolo bassotto tedesco di nome Pumpel. Omama è anche lei una profuga, vive con suo marito in un paesino della Francia meridionale. Il soggiorno della nonna a Zurigo dura poco. Il cane muore annegato nel lago. Prima di ripartire, la nonna mette nelle mani di Anna e di Max una busta con su scritto: “Un regalo da Pumpel”. Sono undici franchi svizzeri. È il costo del biglietto di ritorno che la nonna aveva pagato al cane, soldi che le avevano restituito in stazione. Anna e Max con quella somma vanno alla fiera di Zurigo. Nei primi giorni di ottobre, il papà ritorna da Parigi.
I genitori prendono la decisione. Si va tutti nella capitale francese. Prima vanno loro da soli per trovare una sistemazione e lasciano per qualche settimana i due ragazzi nella pensione. La signora Zwirn avrebbe preparato loro il pranzo. I due ragazzi continuano ad andare a scuola. Anna vive anche una piacevole gita organizzata dal maestro Graupe sulle Alpi Svizzere dove ha occasione di osservare il sorgere del sole: “Lo spettacolo più bello del mondo” – sentenzia il maestro. Intanto alla pensione arriva una notizia allarmante. I Nazisti hanno messo una taglia sulla testa del padre: un migliaio di marchi tedeschi. Il papà ritorna per portare i due ragazzi a Parigi dove la mamma è ad aspettarli. “Ho una mezza idea di scrivere ad Hitler per lamentarmi – dice il papà, dopo aver saputo della taglia – E’ una taglia piccola… Mi pare di valere un po’ di più, no?” (pag. 131). I tre, dopo aver salutato la famiglia Zwirn, vanno in stazione, il treno sta per partire, corrono lungo il marciapiede, gridando al facchino di portare il bagaglio sul treno per Parigi. Anna si accorge all’ultimo momento che il facchino li fa salire sul treno per Stoccarda in Germania. Un passeggero del treno lancia a terra la valigia che si apre su marciapiede. Poco male. L’aveva fatto apposta il facchino per farli salire sul treno sbagliato? Voleva guadagnare i mille marchi? I tre se lo chiedono ma non sanno dare una risposta.
Giunti a Parigi, in stazione prendono un taxi per arrivare alla nuova casa, un appartamento all’ultimo piano di un grande condominio, servito da un ascensore cigolante. La mamma è ad attenderli davanti all’ingresso. Con lei c’è Grete, “una ragazza austriaca. È a Parigi per imparare il francese e quando non studia aiuta la mamma di Anna nelle faccende domestiche”. L’appartamento è modesto, pur se modesto, due camere di cui una adibita a studio per il papà, un bagno, una piccola cucina e una sala che si può trasformare nella seconda camera da letto, permette a tutti di stare insieme e questa è la cosa importante, pensa Anna. Inizia così la vita parigina per la nuova famiglia. Il papà scrive sul giornale parigino degli esuli tedeschi. La mamma, pur non avendo mai pensato in passato di cucinare, si da fare ai fornelli, riuscendo anche bene. Trova, in Mademoiselle Martel, l’insegnante che dà ai propri figli le prime lezioni di francese. I ragazzi apprendono subito e con le parole che via via conoscono riescono a fare delle frasi complete. Max è il più agguerrito. Vuole fare in fretta. Non vuole avere affatto l’aria di un profugo. Alla fine di novembre, avvicinandosi al Natale, i due ragazzi ricevono i regali dello zio Julius e di Omama, la nonna che vive nella Francia meridionale.
La mamma di Anna allaccia rapporti d’amicizia con madame Fernand, persona che le sarà molto utile per sbrigare alcune faccende familiari. Max va alla Scuola Superiore francese. Anna sta alcune settimane in casa, aiuta la mamma, quando si reca al vicino mercato, per fare compere sempre oculate, perché i soldi scarseggiano sempre. Il papà è pagato poco nonostante scriva molto per il giornale. Anche per Anna, dopo il Natale di quell’anno, arriva il momento di andare alla Scuola Comunale, poco distante dagli Champs Elysées. La direttrice l’affida ad una ragazza di nome Colette che la introduce nel cerchio delle proprie amiche: Claudine, Marcelle, Micheline, Madeleine, Françoise. L’insegnante è madame Socrate che prende a cura Anna e le fa fare rapidi progressi nella conoscenza della lingua francese. Anna si ferma anche alla mensa della scuola, portando da casa ciò che le prepara la mamma, diventata esperta in fatto di cucina. Clothilde, la sorvegliante nella mensa della scuola, le scalda il cibo.
Anna sta crescendo. I vestiti le vanno corti. È il cruccio della mamma. Questa si reca insieme alla figlia dalla prozia Sarah, sorella di Omama. Abita a Parigi, anche lei è profuga tedesca ma se la passa bene. Fa opera di beneficenza per i bambini poveri. Regala alla mamma di Anna una stoffa di lana di un verde delizioso. Madame Fernanda “Dalla stoffa verde riuscì a tirar fuori anche un paio di calzoni corti per Max, oltre al cappotto, al vestito e alla sottana per Anna” (Pag. 197).
Il papà di Anna si altera perché quella stoffa era destinata ai bambini poveri. La moglie gli fa notare che anche Anna è nel bisogno. Il marito si azzittisce.
In estate vengono invitati dal signor Zwirn nella propria pensione di Zurigo. Max e Anna rivedono i loro vecchi amici e trovano che tutto è rimasto come lo avevano lasciato solo pochi mesi prima. L’estate trascorre in fretta e la famiglia di Anna ritorna a Parigi. Inizia un nuovo anno scolastico. Madame Socrate sta preparando le proprie allieve al Certificat d’études e non ha tempo di seguire Anna che, scoraggiata, precipita nello sconforto e regredisce nella conoscenza della lingua. La mamma la rincuora e Anna, come d’incanto migliora nella lingua. Volere è potere, la fa capire la mamma. Si avvicina il primo giorno del nuovo anno, il 1935, che Anna e famiglia trascorrono in casa di madame Fernanda.
La mamma a febbraio si ammala d’influenza. Guarisce ma è sempre di cattivo umore. Deve sbrigare tutto da sola in famiglia: cucinare, rigovernare l’appartamento, cucire, rammendare. Il marito, del tutto privo di senso pratico, le regala una macchina da cucire, così non dovrà andare più da madame Fernanda per confezionare gli abiti per i figli. La macchina da cucire l’ha acquistata, pagandola anche bene, da un rigattiere. Non funziona affatto, l’anno di fabbricazione risale al 1896, come appare da alcuni numeri che si fa fatica a decifrare tanto è sporca dal sudiciume. Madame Fernanda si propone d’andare, assieme al papà di Anna, dal negoziante che gli ha venduto la macchina e riesce a farsi indietro i soldi.
A Pasqua, la famiglia di Anna riceve la visita di Omama che ha da dire sull’appartamento troppo angusto. Il papà, a causa della crisi, non guadagna abbastanza, per questo non può permettersi di pagare per un appartamento più grande. Dopo le vacanze di Pasqua, Anna si prepara anche lei all’esame per il Certificat d’études che supera brillantemente, mentre suo fratello Max vince a scuola il Prix d’excellence, insomma è giudicato il primo della classe. I due sono l’orgoglio di mamma e papà che sta intanto lavorando alla sceneggiatura di un film su Napoleone. Un produttore cinematografico inglese gli paga mille sterline per il lavoro fatto. È la fine di un incubo con la vita grama e con i soldi che non bastano mai. Prima di partire c’è un velo di tristezza che riempie la vita di Anna e dei suoi. Lo zio Julius, rimasto in Germania, si era suicidato. I Nazisti gli avevano tolto il lavoro perché sua nonna era di origine ebrea. Non poteva nemmeno più andare allo zoo come privato cittadino. Prima di morire era riuscito a consegnare nelle mani del signor Rosenfeld un involtino con dentro il proprio orologio e un biglietto che diceva semplicemente: Addio e buona fortuna, ed era firmato “Julius”. Rosenfeld, profugo anche lui, aveva raggiunto il proprio nipote che lavorava a Parigi in una pasticceria. Pacchettino e biglietto vengono dati dal signor Rosenfeld al papà di Anna, che accarezza con nostalgia l’orologio, pensando al proprio amico morto. Ma è tempo di fare di nuovo le valigie, destinazione Londra, dove la famiglia sempre unita, vivrà nuove avventure.
È l’altro romanzo di Judith Kerr: La stagione delle bombe, il seguito del suo primo romanzo Quando Hitler rubò il coniglio rosa. •

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