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Ricominciare da chi non c’è

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Una nuova rubrica a cura di Rossano Buccioni: Il disagio di essere famiglia e di sentirsi sideralmente soli

Molte persone si tolgono la vita oppure scompaiono, apparentemente nel nulla. Sono tentativi di fuggire da sé, spesso senza la minima speranza di ritrovarsi, senza la più tenue volontà di credere che valga la pena dire ancora “sì” alla vita. Tutte le società hanno da sempre stabilito nessi stringenti tra sofferenza privata e disagio collettivo, ma sembra che solo la nostra abbia costituito un enorme mercato dell’equilibrio interiore, con la soggettività – sana o malata – che ha guadagnato una indubbia centralità.
L’erosione dei valori conduce gli individui ad accettare innumerevoli comportamenti ambigui; le persone conoscono la pericolosità delle compromissioni di coscienza a cui vanno incontro, ma le accettano. La malafede, l’ambiguità, la bugia, l’invidia, il diniego, il disprezzo, l’arroganza: si tratta di tecniche relazionali che erodono le dimensioni di giustizia interpersonale ed intrapsichica, a metà strada tra la patologia personale e quella sociale, tra il disturbo psico-nevrotico e la sconfitta morale. Certo, l’individuo moderno esiste perché esprime il venir meno del rigido controllo esercitato da istituzioni familiari, religiose e politiche e maggiore è il peso che l’individuo assume rispetto al tutto, più elevato sarà il livello di modernizzazione raggiunto dalle strutture sociali. Ma sembra indubbio che questo processo storico di liberazione dell’individuo occidentale, gli si ritorca ormai contro. Il costante mutamento sociale consegna rapidamente ad un’altra epoca i caratteri e le forme di umanità che avevamo fatto in tempo a vedere sintetizzati nei comportamenti e nelle visioni dei nostri genitori. Conserviamo solo una memoria nostalgica di strutture etiche, politiche e psicologiche che nei fatti, non esistono più. Di fronte ad una tale mutazione i convincimenti vacillano e le passioni più umane fluttuano. L’ambiguità degli atteggiamenti diffusi lascia incancrenire i conflitti, smarrisce linee di coerenza negli atteggiamenti, non chiede più nulla alla fatica della perseveranza, offrendo praterie al senso di colpa spesso celato dai narcisismi garantiti dal mercato, con la sua debole offerta di felicità. Ci si accomoda in una serie impressionante di atteggiamenti mentali sfuggenti che rinviano a ferite solo apparentemente superficiali, a smagliature non proprio trascurabili delle proprie capacità di legame. Le compromissioni minime del senso di sé e della realtà costruita con gli altri, lasciano vivere, ma ci abituano ad un inquinamento discreto e costante del senso di noi, nutrendosi di alfabeti obliqui, dolcemente compromissori e irritanti. I legami sociali, e le regole della convivenza dileguano tra verità e fiction, tra provocazione e genialità, tra coscienza ed inconscio, sfibrando la stessa capacità di essere presenti a se stessi dato che i principali inganni li giochiamo proprio alla nostra coerenza identitaria, scoprendo alla fine di essere i peggiori nemici di noi.
È come se l’esperienza umana di tante persone – o il loro stesso ricordo – stenti a sedimentarsi nella memoria sociale di concetti come “sofferenza” o “coraggio” dei quali siamo pur chiamati a fare esperienza quasi quotidiana. Questi concetti perdono la capacità di garantire un significato stabile ai miei sforzi e a quelli di chi costruisce relazioni con me. Sono concetti che perdono la fedeltà alla storia che li ha prodotti e dentro cui li abbiamo vissuti. La crisi del legame fa sì che i primi a perdere efficacia siano i legami intrapsichici, con la frammentazione dell’io che spesso non è nemmeno vissuta come un problema. È sempre più difficile ricondurre i nostri frammenti ad unità. Così, nella perdita del legame, il divenire persona e la definizione di se stessi finiscono spesso col prescindere dalla relazione con gli altri.
In altri termini, se gli altri ci hanno costruito, soffriamo oggi della incapacità di proseguire da soli il completamento di quel progetto: non sappiamo fare qualcosa di ciò che gli altri hanno provato a fare di noi. È la Fede ri-scoperta che ci fa ris-coprire la vita. È l’affetto vero, essenziale, che ci ri-porta a sorridere. Solo così la fiction che giriamo su di noi ogni giorno può essere interrotta. •

Rossano Buccioni

 

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